Arriva da Cagli la denuncia di Slow Food: la gestione della Peste Suina Africana penalizza l'allevamento estensivo. Negli ultimi tre anni chiusi 2.685 allevamenti semi bradi

Dal 25 al 27 aprile la cittadina ai piedi del Monte Nerone nell'Appennino Umbro-Marchigiano ha ospitato la manifestazione "Distinti Salumi", non solo una vetrina dell'eccellenza norcina italiana, ma anche la denuncia di una gestione dell'emergenza che sacrifica gli allevamenti familiari a favore di quelli intensivi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Dopo dieci anni, Slow Food è tornata a proporre l'appuntamento con "Distinti Salumi", a Cagli. Per tre giorni, dal 25 al 27 aprile, la bella cittadina dell'Appennino Umbro-Marchigiano, ai piedi del Monte Nerone, ha ospitato norcini artigiani da tutta Italia, per una manifestazione che ha un forte senso politico, dato che - a causa dell'epidemia di Peste suina africana - sono tanti coloro che - in molte regioni italiane - "in questi tre anni hanno dovuto chiudere i propri allevamenti", come ha ricordato nella conferenza di apertura Stefano Chellini, agronomo, allevatore biologico, dal 1998 presidente della Cooperativa Agricola Monte Capenardo, coordinatore Tavolo Allevamento dell'Associazione Rurale Italiana, tecnico di Slow Food Italia e membro della Cabina di regia nazionale per la PSA presso il Ministero della Salute.
Slow Food a novembre ha promosso l'Appello di Cagli, Appello di Cagli, con l'obiettivo di salvare le razze suine autoctone italiane e l’allevamento estensivo e di piccola scala. La realtà, infatti, è un altra, come racconta Chellini: "A tre anni dallo scoppio dell’epidemia di PSA la situazione per gli allevamenti semi-bradi non solo non è migliorata ma per certi aspetti è anche peggiorata. Ci sono zone dove da ben tre anni le aziende sono state chiuse e non si è ancora permesso il ripopolamento. Molte sono state costrette a chiudere anche se erano in regola con le norme di biosicurezza. La situazione però non è critica sono nell’allevamento suino ma in tutte le piccole e medie aziende agricole. Anche perché spesso queste sono aziende poli-colturali. Sono sistemi con equilibri ecologici ed economici delicati, che spesso operano in contesti sociali difficili per la mancanza di servizi e in uno stato di isolamento sociale". Il riferimento è anche alle piccole aziende delle aree interne, in collina e in montagna. "In base ai dati Eurostat le piccole e medie aziende agricole negli ultimi 20 anni si sono dimezzate. E quelle che hanno subito il maggior declino sono proprio gli allevamenti. Quelle che resistono, che avrebbero la richiesta di mercato, e anche la possibilità di organizzare nuove filiere produttive, non lo fanno perché è diventato tutto troppo complicato.
Per rimanere al settore suinicolo, l’impatto della gestione della PSA (e non la PSA) è stato drammatico. Negli ultimi tre anni sono 2.685 gli allevamenti semi bradi chiusi e la perdita di capi allevati è pari a 25.522 suini. La percentuale di calo di suini negli allevamenti estensivi è stata del 42%" spiega Chellini. In Lombardia, dove si allevava il maggior numero di capi in allevamenti famigliari, circa 7.000 suini, oggi ne rimangono solo 1.800.
Anche l'allevamento della Cooperativa Agricola Monte Capenardo, in Liguria, è stato chiuso. Per la produzione di insaccati oggi acquista animali biologici allevati in provincia di Cuneo, al di fuori dalla zona interessata dalla PSA.
"In questi anni - racconta Chellini - siamo riusciti ad aprire un dialogo con il Ministero della Salute e con quello dell’Agricoltura. Abbiamo ottenuto sì ascolto ma non abbiamo visto ancora un cambio di rotta. La politica ha grosse responsabilità sul declino delle piccole e medie aziende di allevamento. E lo dico con cognizione di causa. Perché sono un allevatore e sono un tecnico di Slow food che vede tante realtà virtuose in giro per l’Italia. Ogni norma, presa in modo isolato appare utile e applicabile, ma è l’insieme delle mille regole, gabelle amministrative e procedurali che le rende vessatorie e letali per le piccole realtà contadine. Lo dico con realismo: se non si cambia rotta velocemente il settore che rappresentiamo come Slow food, insieme a Veterinari Senza Frontiere, ARI, AIAB, Federbio".
La denuncia che arriva da Cagli, tra gli stand che propongono salumi da animali allevati allo stato brado e semibrado, molti dei quali in allevamenti biologici certificati, è che le scelte del governo italiano siano state "fatte esclusivamente sulla base di un calcolo politico senza valutare l’effettivo rischio sanitario". Tradotto: "Si sono sacrificati gli allevamenti familiari e semi-bradi per salvaguardare quelli industriali e l’export. La dimostrazione sta nel fatto che anche aziende con la biosicurezza rafforzata in regola hanno subito fortissime pressioni perché chiudessero". Biosicurezza, cioè tutte le misure prese per ridurre il rischio di introdurre e diffondere patogeni all'interno dell'allevamento.
"È necessario che le aziende che rispettano le indicazioni relative alla biosicurezza rafforzata quando finiscono in zona di restrizione 2 (quelle cioè in cui sono stati riscontrati casi di peste suina africana in cinghiali selvatici, ndr) non siano costrette a svuotare gli allevamenti, soprattutto quelle che allevano razze in via di estinzione. È del tutto evidente che senza un’applicazione ponderata degli abbattimenti si rischia di compromettere in maniera irreversibile una biodiversità utile a trovare risorse genetiche sempre più indispensabile in un settore che sta subendo e subirà sempre più velocemente gli effetti del cambiamento climatico. Una biodiversità che risponde alle esigenze di un consumatore sempre più attento alla sostenibilità, alla tipicità e alle tradizioni enogastronomiche".
Chellini ha ricordato la presentazione al Commissario straordinario nominato per la gestione dell'emergenza di un “Manuale esplicativo per il controllo ufficiale della biosicurezza negli allevamenti suini semibradi a bassa capacità”, che permetta una valutazione omogenea ed efficace della biosicurezza per gli allevamenti semi-bradi con meno di 300 capi, spesso caratterizzata da condizioni gestionali complesse e variabili e con rischi specifici ben diversi da quelli che caratterizzano gli allevamenti intensivi. La proposta si basa su un lavoro scientifico dell’EFSA del 2021 che ha analizzato in modo approfondito i rischi sanitari connessi agli allevamenti suini all’aperto e ha evidenziato l’importanza di implementare piani di biosicurezza adeguati alla realtà estensiva.
È vero che dal punto di vista economico i piccoli allevamenti sotto i 50 capi rappresentano appena il 2% in termini di valeore, ma dal punto di vista numerico sono oltre il 90% delle aziende suinicole italiane. "Dietro a queste aziende - ricorda Chellini - ci sono famiglie e filiere di qualità fiore all'occhiello della tradizione agroalimentare italiana. Sono situate soprattutto in aree interne e marginali quindi svolgono un importante ruolo di presidio del territorio. Molte di queste fanno allevamento semi-brado e allevano razze in via di estinzione. Slow Food ha costituito un gruppo di lavoro con il supporto tecnico-scientifico di agronomi e Veterinari senza frontiere. Siamo a disposizione degli allevatori e del Ministero per cercare di conciliare salute animale e sostenibilità economica delle misure adottate".













