"Capita che all'alpinista della domenica non succeda niente e che il mega scalatore venga colpito. Le malattie d’alta quota sono difficili da prevedere". L’impresa dei Medical Pirates sulle Ande

"Porta i polmoni a riempirsi di siero dal sangue, fino ad affogare". Gli effetti della pressione sugli alpinisti passano dai lievi sintomi del mal di montagna fino al rischio di edema polmonare o cerebrale, entrambe patologie potenzialmente mortali. L’Aconcagua è la vetta più alta delle Americhe, famosa per essere una delle 'Seven Summits'. Un team di medici ha scalato i suoi settemila metri per trovare dei sistemi di intervento in caso di emergenza

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Medical Pirates è un gruppo nato nel 2017”, ci racconta Giovanni Cappa, 32 anni, specializzato in Medicina d’emergenza-urgenza all’Università di Pavia. “Veniamo tutti dall’ambito sanitario e dal soccorso, e impieghiamo il nostro tempo libero per fare volontariato su aspetti che intrecciano le nostre passioni, soprattutto arrampicata e alpinismo, al nostro lavoro di ricercatori clinici”.
Lo scorso febbraio hanno intrapreso un’impresa a metà tra scienza e alpinismo, con risvolti capaci di portare beneficio ed entrambi questi mondi. Insieme a Paolo Rodi, medico specializzando in Chirurgia Generale e del Trauma in Svizzera, e Davide Pellegrini, operatore tecnico del soccorso alpino della Stazione Pavia-Oltrepò, Giovanni Cappa ha scalato l’Anconcagua: il rilievo più alto dell'emisfero australe e delle Americhe, che, coi suoi 6967 metri di altezza, è noto per essere una delle cosiddette “Seven Summits”.

“Avevamo cominciato a fare degli studi preliminari su alcuni dispositivi per la respirazione, per aumentare un po’ la situazione in alta quota per gli atleti. Abbiamo fatto quindi dei progetti pilota sul Monte Bianco, su Punta Helbronner, a 3.500 metri. Poi, ormai quasi un anno e mezzo fa, vedendo i risultati di questi studi, abbiamo detto: perché non ripeterli a quote maggiori?”.
Già a questa quota il mal di montagna fa sentire i suoi effetti, ed è possibile si presentino casi di edema polmonare ed edema cerebrale. Tuttavia, “più la quota aumenta, più potremmo vedere ingranditi i risultati di questi esperimenti”.
Perché l’Aconcagua? Ce lo spiega sempre Giovanni Cappa. “Era una montagna che si predisponeva molto bene a questi esperimenti, perché tecnicamente non è difficilissima: non servono corde fisse o quant’altro per farla, e quindi si raggiunge ‘facilmente’ i 6.000 metri, che è l’ultimo campo sotto la vetta, il campo 3, appunto a 6.000 metri spaccati”.
Il cosiddetto “mal di montagna” e le malattie ad esso legate sono relegate all’ambito alpinistico, e, anche qui, molto spesso trascurate, soprattutto dai neofiti. Tuttavia, queste patologie sono difficilmente prevedibili e colpiscono sia coloro che salgono ad alta quota senza allenamento e preparazione, sia i professionisti più esperti (sintomi di edema polmonare hanno interessato anche l’alpinista italiano Simone Moro, e il nepalese Nirmal Purja, famoso per aver scalato tutti i quattordici ottomila in poco più di sei mesi).
Affascinati dalla spedizione e incuriositi dai potenziali risvolti della ricerca, abbiamo intervistato il giovane medico Giovanni Cappa, in merito alla sua esperienza in Argentina.

Come si trasferisce un laboratorio di ricerca ad oltre seimila metri? Che genere di preparazione serve?
Diciamo che i mesi prima sono stati dedicati soprattutto alla preparazione, sia logistica che fisica. Una decisione fondamentale che abbiamo preso, anche per etica e sfida personale, era di farla senza portatori e senza guide. Ci siamo detti: visto che non è una montagna impossibile, il carico ce lo gestiamo noi. Dobbiamo andare ai campi, ci portiamo su la nostra tenda, i nostri sacchi a pelo, non ci appoggiamo ad agenzie locali. Questo ci ha aiutato anche dal punto di vista economico: abbiamo speso molto meno organizzando la spedizione interamente per conto nostro, piuttosto che appoggiarci ad agenzie o spedizioni commerciali; anche perché i finanziamenti per questo genere di cose sono pochi. È stato interessante, ma anche un’importante mole di lavoro in più. Abbiamo dovuto decidere il periodo in cui andare su, procurarci i permessi, studiare i movimenti da campo a campo, studiarci il profilo di acclimatazione. Molto interessante e molto più bello, perché non dipendevamo da nessuno, anche se avevamo molte più responsabilità.
Quanto è durata la spedizione? Quali difficoltà avete incontrato?
Ci siamo presi quasi tutto il mese di febbraio: siamo andati in Argentina per 20 giorni, avendo 5-6 giorni “jolly”. Ci sono grandi variabili sulla Aconcagua, ma quella principale è il vento. Ci sono venti che spesso precludono non solo l’arrivo in cima, ma anche l’accesso ai campi più alti: spesso vengono evacuati perché volano via le tende. Parliamo di venti che superano i 100 chilometri orari. A noi è capitato: appena arrivati al campo base c’era gente che scendeva dicendo che per tre giorni non si saliva, perché il vento era troppo forte. È una costante: chi va sull’Aconcagua sa di questa cosa. Ci siamo preparati fisicamente, combinando i nostri impegni lavorativi con l’allenamento necessario per portarci i carichi previsti. Nell’ascesa abbiamo incluso il fatto di dover fare su e giù tra i campi per trasportare tutto il materiale, tecnico e di ricerca. Quindi più volte dal campo base al campo 1 e 2, anche due volte, per portare tutto. Non avendo un’agenzia di supporto, dovevamo portare noi gas, cibo, tenda, ecc. Tutto questo allunga il viaggio e aumenta la fatica.

Cos’è il mal di montagna? Che sintomi presenta? A quali malattie può portare?
Succede quando si ha una rapida salita, con dislivello elevato in poco tempo: questo è il principale fattore predisponente. Il mal di montagna acuto è la forma più lieve: mal di testa, nausea, fatica, disturbi del sonno. Non è grave e si risolve con l’acclimatazione.
Le altre due malattie, invece, sono molto più gravi e mortali: l’edema polmonare e l’edema cerebrale d’alta quota. Per l’edema polmonare, il principale sintomo di allarme è la difficoltà respiratoria anche a riposo, quando si ha un respiro affannoso non proporzionato allo sforzo. In questo caso, la malattia porta i polmoni a riempirsi di siero dal sangue, fino ad “affogare” nei propri polmoni. Per l’edema cerebrale, invece, si registra un’iniziale confusione, disorientamento, difficoltà a camminare dritto e linguaggio alterato; da qui avviene un accumulo di liquidi nel cervello che può avere conseguenze gravissime. Il trattamento principale per entrambe è portare giù la persona il prima possibile, ma in alta quota questo non è sempre fattibile. I problemi derivano dal fatto che, man mano che si sale, non diminuisce la percentuale di ossigeno, ma la pressione atmosferica: quindi nel sangue circola meno ossigeno.

Come si prevengono certe patologie? Su quali aspetti si è concentrata la vostra ricerca?
La prevenzione più efficace è l’acclimatamento graduale, dunque la lentezza nell’ascesa. Vale soprattutto il motto “climb high, sleep low”, cioè salire di giorno e scendere la sera per dormire a quota più bassa. Ci sono terapie profilattiche, cioè farmaci che si possono assumere prima della salita per ridurre i rischi, raccomandati soprattutto in chi ha già avuto episodi precedenti. Se non è possibile la discesa immediata, ad oggi si utilizza una camera iperbarica portatile, la Gamow Bag, una sorta di sacco a pelo dentro la quale si chiude chi accusa questi sintomi e che simula una pressione atmosferica più alta. Noi abbiamo lavorato a partire dall’idea di utilizzare dispositivi per aumentare la saturazione dell’ossigeno nel corpo, senza usare ossigeno aggiuntivo. Si tratta di maschere o boccagli che creano una lieve pressione nei polmoni durante l’espirazione, migliorando lo scambio di ossigeno negli alveoli. Abbiamo testato i protocolli a 4.300, 5.500 e 6.000 metri (rispettivamente Campo 1, Campo 2 e Campo 3), valutando saturazione, sintomi e risposta al dispositivo. I risultati sono stati positivi: li abbiamo già presentati in congressi nazionali e internazionali.
Come avete vissuto l’esperienza dal punto di vista personale ed emotivo?
Siamo partiti con un po' di paura, principalmente per due motivi. Il primo è che stavamo salendo a quote davvero elevate, e per quanto riguarda l'edema polmonare ed edema cerebrale non si capisce bene a chi arriva, capita che all'alpinista della domenica non succeda niente e al mega alpinista super preparato che a un certo punto gli capita. E noi, da medici, siamo molto più consapevoli di queste patologie e quindi abbiamo molto più presente il rischio a cui siamo esposti. L'altro era un po' il senso di responsabilità, l’ansia della prestazione. Abbiamo coinvolto diverse società scientifiche, università, abbiamo avuto il patrocinio del Cai, moltissime sponsorizzazioni, come Patagonia, Grivel eccetera. Sono molti quelli che hanno creduto in noi e quindi sapevamo che avremmo dovuto puntare fisso ad un obiettivo, senza però mai trascurare la salute di tutti. Detto ciò, molti di noi sono cresciuti con i libri di leggende come Bonatti ed altri esploratori, quindi c'era anche tanta eccitazione e curiosità per un viaggio che ci siamo organizzati in totale autonomia. È stato eccitante organizzarsi una spedizione da zero e viversela in prima persona, con tutto il senso di avventura che comporta. Alla fine ci siamo un po' calati nei personaggi che hanno un po' accompagnato la nostra adolescenza.













