Giusto riconoscere nell'Articolo 1 del Cai le comunità che abitano e custodiscono la montagna? Il presidente Montani: "Sono attentissimo al tema, ma capiamo bene cosa vuol dire quel 'custodiscono'"

"Se la custodia prende l’accezione: 'I custodi siamo noi, per cui decidiamo noi cosa farne', ecco: questo potrebbe essere molto pericoloso". Dopo le assemblee regionali, la proposta di integrazione dello Statuto dovrà essere vagliata dal Consiglio Centrale ed eventualmente approvata nell’Assemblea di fine maggio. Ne abbiamo parlato con il Presidente generale del Club Alpino Italiano: "Toccare l'Articolo 1 è però sempre una cosa delicata: lo valuteremo sicuramente con attenzione"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In occasione dell’Assemblea congiunta dei Delegati delle Sezioni Cai del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia dell’8 novembre, tenutasi a Castelbrando di Cison, si è parlato di “modifiche statutarie nazionali”.
Tra le altre, ha trovato spazio una proposta di integrazione dell’Articolo 1 dello Statuto del Club Alpino italiano.
Il testo dell’articolo recita: “Il Club Alpino Italiano (C.A.I.), fondato a Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”.
La proposta, presentata per voce di Gianluigi Topran d’Agata, Coordinatore del Csdb (Coordinamento Sezioni Dolomiti Bellunesi), era di aggiungere, in conclusione alla formulazione originale, la frase: “(…) e delle comunità che le abitano e le custodiscono”.
Il dibattito attorno a questa modifica non è nuovo, e anzi ha dei precedenti che risalgono alla fondazione del Club. A questo proposito, avevamo raccolto le dichiarazioni di Annibale Salsa, già presidente del Cai, che nel 2008 aveva avanzato una proposta analoga (ne parlavamo qui).
Considerato il peso, storico ma anche programmatico, dell’Articolo 1 dello Statuto, abbiamo interpellato Antonio Montani, attuale Presidente generale del Club Alpino Italiano, che ha commentato la proposta e ha chiarito l’iter verso l’eventuale approvazione.
Negli scorsi giorni l’Assemblea dei delegati di Veneto e Friuli ha approvato per acclamazione la proposta di integrazione all’Articolo 1. Cosa ne pensa? Ne avete già discusso in sede nazionale?
Stiamo valutando. Non sono ancora in grado di dare un giudizio, ma ne capisco molto bene lo spirito. Conosco le persone che hanno portato avanti la proposta e mi sento io stesso una persona di montagna, vivendo in una delle tre province totalmente montane d'Italia. Toccare l'Articolo 1 è però sempre una cosa delicata: lo valuteremo sicuramente con attenzione.
Considerato anche l’ampio bacino di tesserati del nord-est, non crede possa essere letto come un segnale forte?
Non lo so, sinceramente. Io ho delle idee, ad ogni modo non sono assolutamente contrario a prendere in serissima considerazione la cosa; anche perché mi sembra chiaro che il Cai sia sempre stato vicino alle popolazioni di montagna, nonostante quello che ho letto su un articolo uscito proprio ieri da voi (il riferimento è a questo articolo, uscito nei giorni scorsi su L’Altramontagna ndr).
Cosa non le torna del precedente articolo?
Sono otto anni che vado in giro per il Cai, ho seguito il progetto del Sentiero Italia che aveva proprio come fulcro non tanto l'aspetto turistico-escursionistico, ma proprio quello di andare a scovare le zone di montagna che sono fuori dai grandi circuiti, per portarvi un po' di economia e per consentire alle persone di continuare a viverci. So benissimo che le persone che vi abitano sono quelle che ne garantiscono la manutenzione. Nell’articolo, leggevo però una dichiarazione di Annibale Salsa per cui sembrava quasi che il Cai fosse contro le persone che vivono in montagna. Francamente non mi sembra proprio sia così.
L’ex presidente del Cai, Annibale Salsa, è un fermo sostenitore dell’integrazione all’Articolo 1. Su questo punto, lei è d’accordo?
La proposta è quella di aggiungere poche parole: “(…) e delle comunità che le abitano e le custodiscono”. Per quanto riguarda il riferimento a coloro che vivono in montagna, nel momento in cui si decide di toccare l'Articolo 1 (che, come dicevo, non è una decisione che spetta a me), io sarei d'accordo a inserirlo. Devo invece capire meglio cosa s’intende per coloro che “la custodiscono”. Le persone di montagna sono coloro che ci vivono tutti i giorni, che fanno le manutenzioni, quelle piccole, perché la montagna non ha bisogno di infrastrutture pesanti (in particolare la montagna italiana che è tutta antropizzata sotto i 3000 metri), ha bisogno di manutenzione, di tanta manutenzione.
Come potrebbe essere interpretato questo ruolo di 'custodia'?
Chi vive in montagna è sicuramente custode, nel senso che fa questo lavoro di manutenzione quotidianamente, a volte anche inconsapevolmente, perciò meriterebbe assolutamente di rientrare nello statuto. Se però la ‘custodia’ prende l’accezione: “I custodi siamo noi, per cui decidiamo noi cosa farne”, ecco: questo potrebbe essere molto pericoloso, perché può essere letto come “le politiche della montagna le decidono le persone che stanno in montagna, punto”, a prescindere da tutto il resto. Le popolazioni di montagna hanno il diritto di essere considerate con attenzione particolare, perché viverci è più difficile che vivere in pianura: questo è innegabile. E quindi noi siamo sempre stati favorevoli a tutte quelle azioni che agevolano le persone che vivono in montagna. Però non si può dire che, siccome ci vivono, allora va bene tutto quello che vogliono. Ci sono delle valutazioni ambientali strategiche, abbiamo tutto un apparato normativo per valutare la sostenibilità sulle tre gambe: economica, sociale e ambientale. Quindi basta applicare quello in maniera rigorosa e in maniera seria per dare una risposta, senza cercare deroghe o scappatoie. Per tornare alla domanda, io sono assolutamente attentissimo al tema, ma capiamo bene cosa vuol dire quel “la custodiscono”.
Se non sbaglio, nell’articolo 1, l’intenzione non sembra però essere quella di dare le chiavi della montagna in mano a qualcuno, ma tratta delle finalità e degli interessi che il Club si prefigge. Non pensa che le comunità che “abitano e custodiscono” le terre alte debbano essere menzionate?
Io con quest'ottica sono assolutamente allineato. Il tema è: lo mettiamo nello statuto? Noi abbiamo un sacco di attività diverse. Abbiamo ad esempio un laboratorio ipogeo unico in Italia, ma non è che mettiamo la speleologia nell'articolo uno. Per non parlare della formazione giovanile e tutto il resto, noi facciamo veramente tante attività: abbiamo diciassette commissioni che si occupano ciascuna di aspetti diversi. Non per forza tutti devono stare nel primo articolo dello Statuto, no? L'Articolo 1 è l'Articolo 1, non è un manifesto su cosa ci si propone di fare. Se mi si chiede di fare un manifesto per i tre anni di mandato che mi restano, io metterei la difesa delle popolazioni che vivono in montagna al primo punto, perché ci credo moltissimo. Metterla nello statuto non significa necessariamente che cambino i propositi.
Crede sia importante che le comunità montane siano citate nello statuto insieme ad alpinismo e ambiente naturale?
Non bisogna confondere l'Articolo 1, che è l'articolo fondativo - che è così da 162 anni - con i programmi e gli obiettivi, che sono un altro discorso. Con questo non sto dicendo che sono contrario, intendiamoci bene. Ma, mi verrebbe da dire, i custodi della montagna sono anche milanesi e torinesi. Perché no? La cultura cittadina, la borghesia illuminata milanese, è stata quella che ha creato la montagna per come noi oggi la intendiamo. La montagna è frequentatissima anche dai cittadini. Anche loro la devono custodire, a mio avviso. Tutti abbiamo il dovere di custodire l'ambiente naturale-antropico, secondo me questo è un cardine fondamentale. Si pensi ai chilometri di sentieri, ai muretti a secco, ai terrazzamenti: queste sono tutte forme di antropizzazione leggera. Non è lo slogan che risolve le cose.
In sede di discussione, quali potrebbero essere secondo lei gli argomenti contrari all'approvazione dell'integrazione all'Articolo 1?
L'Articolo 1 dev’essere molto contenuto. L'obiezione potrebbe essere che ci sono anche altri modi per affermare con altrettanta forza lo stesso principio di vicinanza alle popolazioni che vivono la montagna, senza toccare l’Articolo 1. È una questione più di metodo, che di merito. Ecco, questo è il discorso. L’Articolo 1 è importante, lo capisco, ma quello che veramente conta poi sono le politiche che metti in campo per attuare determinate azioni, quello è ciò che fa la differenza. Ad ogni modo, non è detto che non verrà approvata.
Quale iter dovrà seguire la proposta per l’eventuale modifica del testo statutario da qui in avanti?
Noi stiamo facendo una revisione generale delle modifiche statutarie e quindi c'è tutto un dibattito che porteremo la settimana prossima in Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta. Le proposte di modifica statutaria vengono approvate dal Consiglio Centrale, dove sono rappresentate tutte le regioni in maniera proporzionale rispetto al numero dei soci, e verranno poi portate di fronte all'Assemblea dei Delegati di Modena, il 30 maggio del 2026. La modifica allo Statuto verrà proposta in pacchetto chiuso: il Consiglio Centrale fa una sintesi e propone una modifica generale con tutte le revisioni del caso.













