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Attualità | 18 dicembre 2025 | 19:00

L'Appennino tosco-romagnolo non è montagna: con i nuovi criteri si salvano pochi Comuni delle province di Forlì e Rimini, mentre Ravenna sparisce dai radar

Questa riforma "colpisce i territori che hanno una funzione fondamentale di presidio ambientale, sociale ed economico: senza comuni forti e sostenuti adeguatamente, la gestione del territorio diventa più difficile e i rischi aumentano per tutti, non solo per chi vive in montagna". Le considerazioni di Alice Parma, consigliera in Emilia-Romagna

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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L'Emilia-Romagna è stata una delle prime Regioni a prender parola pubblicamente con la nuova legge sulla montagna (la legge 131 del settembre 2025) - in particolare sui criteri che avrebbero definito la montanità - che ha visto la definizione di un nuovo elenco di Comuni montani che ha ne ridotto notevolmente il loro numero.

 

In Romagna, "resistono" appena sei Comuni nella provincia di Forlì-Cesena e quattro Comuni nella provincia di Rimini, mentre la provincia di Ravenna scompare dai radar, perdendo tutti e tre i propri comuni montani, Casola Valsenio, Brisighella e Riolo Terme, nomi che tanti italiani hanno imparato a conoscere legandoli alle frane e alla gestione di un territorio fragile con le alluvioni che hanno colpito il territorio a partire del maggio 2023. Casola Valsenio e Brisighella, in particolare, hanno una densità abitativa di meno di 40 abitanti per chilometro quadrato, un quinto della media italiana: uno dei tanti criteri che avrebbero potuto essere considerati dal panel di esperti coinvolti dal ministero.

 

L'Altramontagna ha chiesto ad Alice Parma, consigliera regionale in Emilia-Romagna e per dieci anni sindaca di Santarcangelo di Romagna (RN), parte dell'Unione dei comuni della Valmarecchia, di indicare i rischi che vede all'orizzonte per il territorio romagnolo, qualora i criteri e quindi l'elenco non venissero riformati. 

 

 

Perché l’Emilia-Romagna ha per prima denunciato quanto stava per accadere?

 

 

L’Emilia-Romagna ha segnalato per prima i rischi della nuova legge sulla montagna perché conosce a fondo i propri territori e ha costruito nel tempo politiche concrete e strutturate per le aree montane e interne. La riforma introduce criteri rigidi e astratti che non tengono conto della complessità di territori in cui montagna, collina e pianura sono strettamente interconnesse. La Regione ha investito risorse importanti, 401 milioni di euro previsti nel Defr (Documento di Economia e Finanza Regionale) per aree interne e montane, oltre a misure su casa, scuola, trasporti e tutela del territorio, perché sa che indebolirle significa aumentare spopolamento e disuguaglianze. Una riforma senza un reale confronto con le Regioni rischia invece di escludere fino al 60% dei territori oggi riconosciuti come montani, con effetti gravi anche in province come Rimini e in aree come la Valmarecchia. E la risposta alle nostre sollecitazioni da parte del Ministro Calderoli oggettivamente non risponde alle esigenze dei territori: la disponibilità a includere altre situazioni peculiari nella legge Montagna non cambia l’impianto errato della norma.

 

 

Che cosa comporta la contrazione del numero di comuni montani?
 

 

La riduzione del numero di comuni riconosciuti come montani può comportare conseguenze molto concrete, penso alla perdita di accesso a risorse dedicate, all’indebolimento dei servizi essenziali, alla minore capacità di contrastare lo spopolamento, a maggiori difficoltà per amministrazioni già fragili dal punto di vista finanziario e organizzativo, che su questi fondi contavano per i loro bilanci. Significa colpire territori che hanno una funzione fondamentale di presidio ambientale, sociale ed economico: senza comuni forti e sostenuti adeguatamente, la gestione del territorio diventa più difficile e i rischi aumentano per tutti, non solo per chi vive in montagna. Vuol dire mettere in discussione politiche che ad esempio in Emilia-Romagna hanno funzionato, come la valorizzazione dei borghi, le cooperative di comunità, la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico.

 

 

Che rischio potrebbe comportare per le Unioni dei Comuni in cui la metà degli enti si trova fuori dalla definizione di territorio montano?

 

 

Il rischio è molto serio. Se metà dei Comuni di un’Unione venisse esclusa dalla definizione di territorio montano, si creerebbe una frattura interna che potrebbe compromettere l’accesso unitario a finanziamenti e strumenti dedicati e indebolire quelle esperienze di cooperazione istituzionale che in Emilia-Romagna hanno rappresentato una risposta efficace alla frammentazione amministrativa. In territori come la Valmarecchia significherebbe indebolire un modello di sviluppo integrato che tiene insieme servizi, infrastrutture, tutela ambientale e coesione sociale. Non servono nuove disuguaglianze, ma una legge nazionale che riconosca la specificità dei territori e valorizzi il lavoro fatto dalle Regioni che, come l’Emilia-Romagna, hanno dimostrato con i fatti di credere nella montagna e nelle aree interne.

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