"Ma come si fa a tenere chiuso un giorno di agosto? Bar e negozio dovrebbero essere aperti nel periodo in cui si guadagna di più". Oggi, ormai, tutto dev'essere massimizzato: una logica positiva?

Qualche giorno fa è arrivata alla redazione una lettera sull'importante tema dei negozi multifunzione e sulla necessità di rispettare i ritmi dei piccoli paesi di montagna non ancora totalmente imperniati sulle logiche turistiche. Riportiamo le riflessioni

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Qualche giorno fa è arrivata alla redazione una lettera, a firma di Paolo Bersani, sull'importante tema dei negozi multifunzione e sulla necessità di rispettare i ritmi dei piccoli paesi di montagna non ancora totalmente imperniati sulle logiche turistiche. Riportiamo le sue riflessioni qui di seguito.
C’è un piccolo comune delle Alpi Cozie che conta diciotto borgate; nella più grande, oltre al Municipio, vi sono anche una trattoria, un negozio e un bar. Il negozio è proprio il prototipo di quelli che descrive Marco Albino Ferrari nel libro La montagna che vogliamo: il negozietto di paese che serve i residenti durante l’anno e i tanti proprietari di seconde case nei picchi della stagione estiva. Vi si trova un po’ di tutto, o quasi, inclusi alcuni prodotti dell’eccellenza locale, come formaggio, burro, liquori alle erbe, miele, eccetera. Nella nostra borgata, il negozietto con bar è a conduzione familiare: lui fa l'idraulico, lei gestisce i due punti vendita, con un aiuto temporaneo nell’alta stagione. La famiglia ha tre bimbi piccoli, patrimonio di inestimabile valore per tutta la comunità.
Come tutti gli esercizi commerciali ha il giorno di chiusura, giorno quanto mai necessario anche per mantenere il giusto ritmo della vita familiare, ed è in quel giorno che io, sceso per fare la spesa, mi sono ritrovato senza possibilità di farla con l’obbligo, a quel punto, di dare fondo agli avanzi presenti nel frigorifero. Insieme a me si trovano di fronte alle porte chiuse anche i ciclisti di un gruppo che, avendo percorso strade e sentieri di montagna, si prefiguravano una refrigerante birretta come premio per la fatica della mattinata. Purtroppo per loro si sono dovuti accontentare della vicina fontana il cui getto è a disposizione di tutti i passanti… gratuitamente.
Con me c’era un amico che commentava così: "Ma come si fa a tenere chiuso un giorno di agosto? Non capiscono che oggi con i social basta che uno dei ciclisti critichi l’assenza di un punto di ristoro per far sì che molti altri, oltre agli stessi componenti del gruppo, non vengano più? Bar e negozio dovrebbero essere sempre aperti nel periodo estivo, anche perché è il periodo in cui più si guadagna".
Legittime considerazioni, per carità, ma che riflettono quel sentire ormai diffuso che fa presupporre che tutto debba essere sempre massimizzato: il godimento del turista, la disponibilità di servizi, il fatturato di chi opera in un contesto commerciale e in generale tutto ciò che ci si sta abituando a chiedere anche ai luoghi che si frequentano, invece, proprio per la loro “assenza”. Assenza di turisti caciaroni, assenza di auto sulle strade e nelle borgate, assenza di musica a palla nei dehors, assenza di condizionamenti al transito, assenza di costi di biglietti di accesso.
Ma cosa si trova, allora, in posti del genere? È molto semplice, si trova tutto ciò che i "veri" appassionati di montagna cercano ancora quando guardano alle terre alte, e cioè un’economia locale che esiste indipendentemente dal massiccio flusso turistico: prodotti locali di qualità, tranquillità e silenzio, spazi aperti e liberi dalla presenza invasiva di infrastrutture che modificano irrimediabilmente l’ambiente e sono la testa di ponte per la barbara invasione del territorio, servizi essenziali che, fornendo poca scelta, danno la consapevolezza di quanto sovrabbondante sia la nostra quotidianità cittadina.
Tutto questo è ciò che per me sono le caratteristiche del “turismo dell’intangibile”, ovvero quel turismo che si fonda su valori di tutti e non ascrivibili all’"attivo" di nessuno: l’ambiente naturale, il cielo, il silenzio, l’aria buona, il buio notturno, la tranquillità... e che, fortunatamente, ancora esistono in tanti posti delle nostre Alpi. Se questo modo di sentire e ricercare la montagna si manterrà nel tempo, allora il fatto che alcuni ciclisti possano non più venire a frequentare quel percorso sarà la condizione perché altri continuino a farlo compiendosi quella selezione naturale di chi si sa adattare.













