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Attualità | 01 luglio 2025 | 20:00

Perché le montagne del Cadore stanno scaricando con tanta intensità e così frequentemente?  "Ciò che agisce nelle Dolomiti è il 'crioclastismo'"

La frana scesa dalla Croda Marcora la scorsa notte - l’ennesima nella zona del Cadore - getta ombre minacciose sulla sicurezza degli abitanti e dei frequentatori. Per fare luce sui possibili scenari futuri abbiamo intervistato il geologo Mirko Demozzi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il distacco di materiale roccioso dalla Croda Marcora, nel gruppo del Sorapiss, che la scorsa notte (tra lunedì 30 giugno e martedì 1 luglio), all'altezza di San Vito di Cadore, ha ostruito la strada statale Alemagna, getta ombre minacciose sulla sicurezza degli abitanti del Cadore.

 

Questa frana è l’ennesima di una serie di eventi simili, di diversa portata, che nell’ultimo mese hanno colpito l'alto Cadore. Considerate la ristretta rete stradale che collega la zona e la presenza di centri di affluenza turistica - nonché interessati dalle prossime Olimpiadi – questo genere di crolli crea non pochi disagi e lascia la valle in forte stato di apprensione.

 

Per fare chiarezza sulle ragioni dietro la frequenza di questi crolli e per ragionare su possibili scenari futuri, abbiamo interpellato Mirko Demozzi, geologo - ex presidente dell’Ordine - ed accompagnatore di media montagna, che ci ha fornito un complessivo quadro della situazione suggerendo gli strumenti utili ad affrontarla.

 

 

Perché le montagne del Cadore stanno scaricano con tanta intensità e così frequentemente? 

 

Bisogna prima di tutto distinguere i tipi di roccia. La roccia nel suo corso di vita è esposta a tutta una serie di modifiche, per i cicli glaciali, di gelo e disgelo, per le piogge eccetera. Col passare dei decenni e delle centinaia d'anni viene sempre più stressata, viene indebolita dall’erosione. Il destino di tutte le catene montuose è infatti di essere smantellate. Inoltre, nel processo di formazione di una catena montuosa - col processo di orogenesi - si formano diverse fratture nella roccia, che noi chiamiamo faglie. Queste faglie vanno a indebolire la roccia, spaccandola.

Alla fine noi abbiamo delle catene montuose, delle aree o anche delle cime che sono un po' più deboli di altre, perché hanno subito un certo tipo di erosione o perché sono attraversate da diverse faglie. Questi fenomeni di crollo, che magari vediamo periodicamente, sono del tutto normali, all'interno dell'evoluzione di una catena montuosa. Questo va tenuto presente, non è che rappresentano una particolare situazione di evoluzione anomala: è la normale evoluzione di ogni gruppo montuoso.

Questi ultimi crolli, in Cadore, nel Veneto, sono dovuti in realtà alla roccia, che in quelle zone è piuttosto fratturata, noi la chiamiamo in termine volgare “marcia”. Scientificamente parlando si direbbe “cataclasata”. A un certo punto la forza di gravità vince; anche la roccia invecchia, magari nel giro di qualche centinaio o migliaio di anni, però invecchia anche lei.

 

 

Gli sbalzi di temperatura di questi ultimi tempi e le frequenti precipitazioni hanno avuto un ruolo determinante?

 

Possono avere un po' accelerato il fenomeno. Sicuramente contribuiscono ad accelerare l'erosione, ma in maniera non determinante come verrebbe naturale pensare.

Mi spiego. Il termoclastismo è attivo soprattutto nelle zone nei deserti; questo perché tu hai una differenza di temperatura, un'escursione termica estrema dal giorno alla notte. Passi dai 40 gradi di giorno, magari -20 di notte. Allora la roccia si degrada considerevolmente. Non è il caso delle Dolomiti, o delle Alpi, perché non hai questi estremi. È chiaro che se un giorno arrivi ad avere 30 gradi, e la notte -5, ha un impatto, però è limitato. Ciò che invece agisce nelle Dolomiti, nelle Alpi, è il crioclastismo. Si tratta di un fenomeno legato ai cicli di gelo e disgelo, dunque distribuito su un arco temporale più esteso. Tra l'inverno e l'estate ad esempio, quello sì ha un peso determinante; perché se ad un inverno freddo succede un'estate particolarmente calda, l'estate scioglie gli stati di ghiaccio, anche quelli più profondi: è la famosa degradazione del permafrost. La somma di più giornate ad alta temperatura va ad incidere sulla formazione del ghiaccio che c'è stato durante l'inverno. Secondo me è ben più importante l'escursione termica stagionale. Inverno-estate, più che quella giornaliera durante l'estate. Infatti, le glaciazioni che ci sono state nel passato si son formate non tanto perché d'inverno nevica di più, ma perché l'estate ci sono state temperature meno elevate.

 

 

Se non si tratta di eventi anomali, come possiamo prepararci ad affrontarli in futuro?

 

Sono eventi che capiteranno, capiteranno perché la roccia invecchia, perché la roccia si indebolisce. Quello che si può fare è studiare, approfondire queste zone. E capire quali sono le zone a più alto rischio. Le carte geologiche, ad esempio, segnalano le aree con colori diversi in base al tipo di roccia e da queste vengono elaborate le carte del pericolo e del rischio che indicano se una determinata zona è ad alto rischio rispetto ad un'altra, in base proprio alle caratteristiche della roccia. Queste carte indicano area per area, il tipo di roccia, se è una sedimentaria (ad esempio calcare, dolomia) oppure magmatica…, ti dice se è attraversata da una faglia o da una frattura, se è stata soggetta a frane in passato. A livello nazionale c'è un progetto che si chiama CARG (Cartografia geologica nazionale), che è proprio un progetto che punta alla realizzazione delle carte geologiche in tutta l'Italia. Questo secondo me è il primo punto che bisogna portare a termine. Trentino, Veneto e Alto Adige sono messi bene, ma non tutte sono coperte da queste carte.

La seconda cosa da fare è portare avanti degli studi, soprattutto nelle zone più pericolose. Creare dei team di studio tra i geologi dell'amministrazione pubblica, i geologi dell'università e i geologi professionisti. Studi che possano valutare i dettagli delle zone pericolose e soggette a crolli. Quindi studiare nel dettaglio tipo di roccia, studiare come potrebbe crollare, capire qual è la traiettoria del crollo ecc. Fare studi su ampia scala, che poi, comunque, saranno integrati quando un privato o un amministratore dovrà costruire un'infrastruttura, e il geologo professionista andrà a fare lo studio di dettaglio. Per le grandi aree, non può essere il privato a fare lo studio su grandi versanti. Per questo è importante la coordinazione tra amministratori, operatori pubblici e privati.

Infine bisogna mettere in opera le opere di mitigazione del pericolo. Quindi barriere paramassi, reti in aderenza sulla parete rocciosa, “valli tomo”; sui quali è importante effettuare una manutenzione periodica. Probabilmente serviranno anche ispezioni visive dei versanti, con sopralluoghi in elicottero e drone, specie in vista delle Olimpiadi, durante le quali le principali strade del Cadore saranno particolarmente trafficate.

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