"Piscina e ostriche ad alta quota? Furbe trovate per attirare clienti, ma non chiamateli rifugi", Benedetti (vicepresidente del Cai): "Urge una riflessione a livello politico"

Può una struttura in quota con suite, piscina, ostriche e champagne chiamarsi rifugio? Secondo Giacomo Benedetti, vicepresidente del Cai nazionale, no: "È sicuramente più facile colpire il cliente con trovate al limite del ridicolo che proponendo un pacchetto di ospitalità più essenziale. Un rifugio, però, dev'essere in grado di trasmettere i valori della montagna, che non hanno nulla a che vedere l'esagerazione o il lusso"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Può una struttura in quota con suite, piscina, ostriche e champagne chiamarsi rifugio? Se lo sono chiesti in molti in questi giorni, soprattutto in seguito al racconto di Silvano Parmesani, gestore del Fredarola Harbor (che sorge a quota 2.400 in Val di Fassa).
Secondo Parmesani, infatti, la montagna dovrebbe essere (davvero) per tutti. Ciò ha spinto l'uomo a fare delle scelte che sicuramente si discostano dall'idea che i più hanno del rifugio: "Nella nostra struttura niente più camerate né bagni condivisi, ma comode stanze con tv e Wi-Fi e un menù che spazia dai piatti della tradizione a pietanze come ostriche e champagne - spiegava lo stesso gestore del Fredarola negli scorsi giorni a L'AltraMontagna -. Amiamo la montagna: chi ci critica non ha capito nulla".
Riflessioni che hanno spinto i più a porsi una cruciale domanda: può un rifugio essere definito tale se l'offerta diventa simile a quella d'un ristorante o un hotel? Come suggerisce Pietro Lacasella, curatore del nostro quotidiano, in un editoriale (QUI link) la parola "rifugio" sembra avere allargato (soprattutto negli ultimi anni) "i confini di significato fino ad abbracciare anche strutture di respiro mondano, ricche di ogni confort e più simili agli alberghi o ai ristoranti di fondo valle".
"Nulla di male, per carità, ma bisogna iniziare a sviluppare una seria riflessione sul significato del termine, perché in molti casi la parola 'rifugio' rischia di ridursi a un’evidente speculazione pubblicitaria che genera incomprensioni e malintesi tra i turisti".
"Senza dubbio - sottolinea ancora Lacasella - parlare in maniera generalizzata di 'rifugio', considerandolo uno spazio singolare e omogeneo, è inappropriato. Ogni rifugio ha possibilità e caratteristiche differenti, spesso influenzate dal contesto e dall'accessibilità. Tuttavia, in questi anni di "massificazione" della montagna, sarebbe bene tornare a semplici (ma necessari) principi: la capacità di sapersi accontentare; di ragionare per difetto, trovando nella semplicità un motivo per essere felici, per tornare a casa appagati. Un principio che sarebbe importante esportare dalle vette alle valli, fino alla pianura".
Di ciò, ne è convinto anche Giacomo Benedetti, vicepresidente del Cai nazionale, che intervistato da L'AltraMontagna premette: "Il Fredarola non è un rifugio: sicuramente a livello commerciale quelle del gestore saranno scelte che funzionano, ma non possiamo definire 'rifugio' una struttura del genere".
"È sicuramente più facile colpire il cliente con queste trovate al limite del ridicolo che proponendo un pacchetto di ospitalità più essenziale (ma che mostra modi di vivere la montagna, a livello valoriale, più interessanti e suggestivi) - commenta -. Per me, un rifugio è molte cose, un presidio territoriale multifunzionale. Offre ospitalità, ma rappresenta anche un presidio culturale, sanitario, ambientale e formativo - prosegue -. Dev'essere in grado di trasmettere i valori della montagna, che hanno a che vedere con l'essenzialità e la genuinità, più che con l'esagerazione e il lusso. Insomma, un rifugio non è un albergo".
Il fatto che alcuni rifugi continuino a chiamarsi così pur offrendo possibilità molto al di sopra della maggior parte dei rifugi, sta creando, secondo Benedetti, confusione: "È compito del Cai fare informazione, cosa che cerchiamo di fare il più possibile: raccontare la montagna e i suoi punti d'approdo è fondamentale per fare capire agli avventori cosa sono le terre alte (o dovrebbero essere)".
E aggiunge: "Un bar che chiude in città non crea tanto scompiglio quanto un rifugio in alta quota che chiude, visto che è presidio fondamentale per il territorio (pertanto irrinunciabile). Credo che una riflessione a livello politico stia diventando più che mai necessaria: servirebbe tracciare delle linee guida o caratteristiche del Rifugio e lasciare la dicitura soltanto a quelle strutture che davvero possono essere chiamate tali. Serve porre fine alla tendenza del servirsi di titolo di rifugista o rifugio a proprio piacimento".













