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Attualità | 21 ottobre 2025 | 18:00

"Siamo in balia di un rischio che non dipende da noi". Preoccupazione tra gli allevatori: accertato un caso di peste suina africana su un cinghiale

Una carcassa di cinghiale rinvenuta nel comune di Piazza al Serchio, in Garfagnana, è risultata positiva alla peste suina africana (psa). Da quel momento, sette comuni dell’area sono stati inseriti in zona di restrizione II, con misure straordinarie di contenimento e sorveglianza. Il virus, altamente contagioso per suini e cinghiali ma innocuo per l’uomo, rappresenta una minaccia concreta per l’economia rurale e l’equilibrio ambientale dell’Appennino

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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La conferma è arrivata il 3 ottobre: una carcassa di cinghiale rinvenuta nel comune di Piazza al Serchio, in Garfagnana, è risultata positiva alla peste suina africana (psa). Da quel momento, sette comuni dell’area sono stati inseriti in zona di restrizione II, con misure straordinarie di contenimento e sorveglianza.

 

Il virus, altamente contagioso per suini e cinghiali ma innocuo per l’uomo, rappresenta una minaccia concreta per l’economia rurale e l’equilibrio ambientale dell’Appennino.

 

La Garfagnana è diventata il primo epicentro toscano dell’epidemia. I comuni coinvolti – Minucciano, Sillano Giuncugnano, Castiglione di Garfagnana, San Romano, Vagli Sotto, Villa Collemandina e Piazza al Serchio – sono caratterizzati da ambienti boschivi, allevamenti di piccola scala e una forte interazione tra fauna selvatica e attività umane. In queste condizioni, il virus può diffondersi rapidamente, anche attraverso vettori indiretti come attrezzature, scarpe, veicoli o alimenti contaminati.

 

La preoccupazione si estende da qualche giorno anche all’Appennino modenese, in particolare ai comuni di Frassinoro, Pievepelago e Fiumalbo, che confinano con le aree toscane interessate. Qui, la presenza del cinghiale è storicamente elevata e il comparto suinicolo, seppur non industriale, è legato a produzioni tipiche e a filiere locali.

Coldiretti ha ribadito la necessità di intensificare il depopolamento dei selvatici (ne parlavamo qui, con un articolo incentrato su Piemonte e Veneto), già da tempo considerati responsabili di danni alle coltivazioni e di squilibri faunistici.

 

«Siamo in balia di un rischio che non dipende da noi», ci raccontano alcuni allevatori. «Abbiamo recinti, controlli, ma se il virus arriva da fuori non possiamo fermarlo. E per noi non esistono margini di recupero: una chiusura significa perdere tutto. Le distanze, la morfologia, la mancanza di personale rendono complicato applicare le misure di biosicurezza. E intanto i cinghiali continuano a passare, anche vicino alle stalle».

 

In Garfagnana, la risposta è stata immediata: corsi di formazione sulla biosicurezza hanno coinvolto oltre 250 persone, mentre le autorità locali collaborano con i servizi veterinari e le associazioni venatorie per monitorare il territorio. Anche il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano ha avviato iniziative di sensibilizzazione, ricordando che l’uomo può diventare vettore involontario del virus.

 

La Regione Emilia-Romagna, già colpita in passato da focolai in provincia di Piacenza, ha ricevuto una valutazione positiva dagli ispettori dell’Unione europea per la gestione della psa. Tuttavia, la minaccia resta concreta. 

 

La montagna tosco-emiliana, con la sua morfologia complessa e la dispersione insediativa, richiede strumenti straordinari e un coordinamento che per forza di cose deve essere interregionale.

 

La peste suina africana non è solo una questione sanitaria: è un indicatore di squilibrio ecologico. Dove la fauna selvatica è fuori controllo, il virus trova spazio. Dove la filiera suinicola è legata a economie locali e a produzioni identitarie, il danno non fa che amplificarsi.

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