C’era davvero bisogno di una "montagna da Azzeccagarbugli"? Il Governo fa dietrofront sulla definizione di "comuni montani", ma non si placano le polemiche

Il Governo ha presentato una nuova classificazione dei comuni montani, dopo le polemiche sulla iniziale "proposta-mannaia" che ne aveva tagliati oltre 1.200 rispetto al passato. Analizziamo la nuova proposta: un sostanziale dietrofront (il taglio ora colpirebbe solo il 10% dei comuni prima considerati montani o parzialmente montani) elaborato con criteri degni del miglior Azzeccagarbugli. Ce n'era davvero bisogno?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La nuova legge sulla montagna è stata accompagnata da una roboante retorica sulla necessità di definire la "montagna vera" rispetto ad una montagna ritenuta evidentemente "farlocca", quella prevista dalla legge 991/1952 (che, lo ricordiamo, considera "area montana" i comuni con almeno l’80% della superficie situata al di sopra dei 600 metri di quota, ovvero in cui la differenza tra quota minima e massima è superiore ai 600 metri).
Ne è uscita lo scorso dicembre una "proposta-mannaia" che decurtava vistosamente i comuni montani sulla base degli stessi criteri altimetrici e di pendenza, semplicemente innalzando le soglie e così riducendo il numero di comuni a 2.800 rispetto agli iniziali oltre 4.000. Una proposta che ha subito sollevato dubbi nella comunità scientifica, al punto tale che numerosi docenti hanno inviato una lettera aperta al Ministro Calderoli con la richiesta di rivedere tale classificazione (ne abbiamo parlato qui, il numero dei firmatari è arrivato di recente a quota 150).
La proposta è stata da poche ore oggetto di revisione, con una nuova definizione che, di fatto, ritorna pressoché al punto di partenza, reinserendo circa un migliaio di comuni prima considerati "non montani" e arrivando grosso modo a ricalcare la classificazione dei comuni montani della prima definizione.
Analizziamola nei fatti. La definizione di partenza comprendeva 3.450 comuni montani e 646 parzialmente montani: 4096 su circa ottomila totali. Per i soli comuni montani si parla, in termini di superficie, di 147.561 kmq, pari al 48% del territorio nazionale. La proposta presentata oggi considera montani (è stata tolta la definizione di comune "parzialmente montano") 3.715 comuni, pari al 51% del territorio nazionale. Sostanzialmente, un taglio del 10% rispetto alla definizione precedentemente in vigore.

Qualche considerazione di dettaglio sulla nuova classificazione:
- i comuni montani, anziché diminuire, aumentano rispetto a quelli della definizione precedente (inglobando alcuni comuni prima considerati parzialmente montani), mentre scompaiono buona parte dei comuni prima considerati "parzialmente montani" (in prevalenza si tratta di aree montane costiere, come ad esempio la costa garganica, la costa sarda, la costa ligure, l’arcipelago toscano, il Carso triestino);
- la "nuova" montagna si distribuisce percentualmente soprattutto al Nord (40%), segue il Sud (35%) e infine il Centro (25%), che rispetto alla classificazione precedente perde numerose aree collinari interne di Toscana, Umbria e Marche;
- le regioni con il maggior numero di comuni montani sono Piemonte (558), Lombardia (539) e, con un certo distacco, la Campania (291), seguite da Calabria, Lazio, Abruzzo e Sicilia (tutte sopra i 200 comuni); la regione meno montuosa in assoluto è la Puglia, con soli 33 comuni e buona parte delle Murge escluse;
- rispetto al computo della montagna "statistica" (quella che ISTAT fa partire in maniera netta da 600 metri di quota a prescindere da qualsiasi considerazione sulla pendenza), questa definizione premia soprattutto le aree montuose del Sud, a quote generalmente più basse ma con condizioni morfologiche e di pendenza in alcuni casi particolarmente significative.
Per arrivare a questo risultato (che, in buona sostanza e con le eccezioni che abbiamo appena evidenziato, ricalca la situazione di partenza), la Commissione ha però stilato 7 criteri degni del miglior Azzeccagarbugli.
Ad esempio, sono considerati montani: i comuni con almeno il 20% di territorio sopra i 600 metri; i comuni con altitudine media superiore ai 400 metri; i comuni con altitudine massima pari o superiore ai 1.200 metri; i comuni con altitudine media sopra i 300 metri se appartenenti a regioni o province interamente montani (quasi una tautologia) o se confinanti con Stati esteri. E così via, elencando percentuali e quote che sembrano dettate più dall’esigenza di includere o escludere qualche territorio "illustre" che da effettivi criteri scientifici.
Si può sostenere che il Ministro abbia accolto il consiglio contenuto nella lettera dei 150 docenti universitari che auspicavano una definizione complessa di montagna?
Sembra proprio di no: questa è una definizione complicata di montagna (all’interno di parametri semplici) ma non complessa, nel senso di sintesi di criteri che rispondono a caratteri specifici della montanità, in primis la marginalità, la scarsa redditività, lo spopolamento o l’invecchiamento. Così, la nuova montagna tiene dentro e assieme, senza distinzioni, il comune più ricco del Veneto (la Cortina destinataria di una marea di fondi per le Olimpiadi) e il comune più povero della Sicilia (Acquaviva Platani, in provincia di Caltanissetta).
In ogni caso, una magra consolazione: sempre meglio della prima "montagna vera", quella tagliata con l’accetta. Viene da chiedersi: ne avevamo davvero bisogno?
Anche Uncem - Unione Nazionale Comuni, Comunità, Enti Montani, appare critica a riguardo: "Nessuno si senta salvato solo perché è dentro la nuova definizione, è una tempesta perfetta", ha spiegato il Presidente Marco Bussone in una nota. Secondo Bussone ora si pongono due questioni. La prima: cosa faranno le Regioni per rafforzare le politiche per la montagna? Quanto stanzieranno per le montagne, oltre a quel che ricevono dal fondo nazionale? La seconda è invece legata ancora alle definizioni: come stabilire il sottoinsieme dei Comuni, da individuare con criteri socio-economici, che beneficerà degli incentivi per medici, insegnanti, aziende di giovani, imprese agricole?
"Si rischia di proseguire nel caos e nella tempesta", insiste Bussone. "Possiamo solo dire che Uncem lo aveva detto. E forse anche per questo non è stata coinvolta - come avviene da anni - nella Conferenza Unificata, nonostante lo preveda una vigente legge dello Stato".













