La valanga di Rigopiano diventa un film: cronaca e memoria o spettacolarizzazione del dolore?

Sono iniziate le riprese del film che racconterà una delle pagine più drammatiche della cronaca recente italiana: la tragedia dell’hotel Rigopiano. Il progetto, prodotto da Netflix, riporterà al centro dell’attenzione pubblica i fatti del 18 gennaio 2017. Mentre il procedimento giudiziario legato alla tragedia non è ancora concluso, l'iniziativa divide l'opinione pubblica

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sono iniziate le riprese de La Valanga, il film che racconterà una delle pagine più drammatiche della cronaca recente italiana: la tragedia dell’hotel Rigopiano. Il progetto, prodotto da Netflix e diretto da Elisa Amoruso, arriverà prossimamente sulla piattaforma e riporterà al centro dell’attenzione pubblica i fatti del 18 gennaio 2017.
Quel giorno, una valanga travolse l’albergo situato nel cuore dell’Abruzzo, intrappolando quaranta persone tra ospiti e personale sotto tonnellate di neve. Un evento che sconvolse l’intero Paese, non solo per la portata della tragedia ma anche per le lunghe e complesse operazioni di soccorso che tennero l’Italia con il fiato sospeso per giorni.
Nel cast figurano Andrea Lattanzi, Maria Chiara Giannetta, Edoardo Pesce, Barbara Chichiarelli e Francesco Di Leva, insieme a numerosi altri interpreti. La sceneggiatura è firmata da Leonardo Fasoli e le riprese si svolgeranno tra Abruzzo, Lazio e Alto Adige.
La notizia dell’avvio della realizzazione del film riapre inevitabilmente un dibattito che negli ultimi anni si è fatto sempre più acceso.
Le grandi tragedie che hanno colpito la nostra Penisola – dai disastri naturali ai crolli, fino agli eventi che hanno segnato profondamente intere comunità – sono spesso diventate materia cinematografica o oggetto di docufilm e serie televisive. Un filone narrativo che divide l’opinione pubblica.
Da un lato c’è chi sostiene che raccontare significhi preservare la memoria, contribuire a una riflessione collettiva e impedire che il tempo attenui la consapevolezza di quanto accaduto. Dall’altro, però, molte persone – in particolare familiari delle vittime – guardano con disagio a queste operazioni, ritenendo che vi sia una crescente tendenza alla spettacolarizzazione del dolore. Un dolore autentico, profondo, che ha lasciato un segno indelebile nel cuore di chi ha perso un affetto e che rischia di essere trasformato in prodotto audiovisivo.
Il tema diventa ancora più delicato considerando che il procedimento giudiziario legato alla tragedia non è ancora definitivamente concluso. In questo contesto, la trasposizione cinematografica può apparire prematura e, per alcuni, persino inopportuna. Il confine tra memoria e intrattenimento è sottile, e la sensibilità richiesta è massima.
La Valanga si inserisce dunque in un terreno complesso: quello della narrazione del trauma collettivo. Sarà il modo in cui la storia verrà raccontata – il rispetto per i fatti, per le vittime e per i familiari – a determinare se l’operazione verrà percepita come un atto di memoria o come l’ennesimo esempio di un’industria culturale sempre più attratta dalle tragedie recenti.













