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Attualità | 23 febbraio 2026 | 06:00

"L'ennesimo schiaffo morale, l'ultimo di una lunga serie". Coinvolgere i territori nel nuovo progetto Vajont è l'unico modo per non imporre infrastrutture "calandole dall'alto"

La documentazione per la nuova centralina idroelettrica nella valle del Vajont sembra aver tralasciato un capitolo importante: quello del reale coinvolgimento della popolazione locale. La partecipazione pubblica, ad oggi relegata alle dichiarazioni del sindaco e della politica provinciale, resta il presupposto per l'accettazione di qualsiasi opera pubblica ad elevato impatto sociale. Ne abbiamo parlato con Lucia Montefiori, antropologa, accompagnatrice di media montagna e residente a Erto da sedici anni

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

La documentazione per la nuova centralina idroelettrica nella valle del Vajont sembra aver tralasciato un capitolo importante: quello del reale coinvolgimento della popolazione locale. La partecipazione pubblica, ad oggi relegata alle dichiarazioni del sindaco e della politica provinciale, resta il presupposto per l’accettazione di qualsiasi opera pubblica ad elevato impatto sociale. Lucia Montefiori, antropologa, accompagnatrice di media montagna e residente a Erto da sedici anni, invita a ragionare sull’importanza di ascoltare e coinvolgere la comunità e su cosa rappresenta ancora il trauma del Vajont per le famiglie di Erto.

 

 

Come si concilia l’idea del Vajont come "luogo sacro" e cimitero a cielo con la proposta di rifunzionalizzarlo per scopi energetici? Esiste un limite etico dove la tecnica dovrebbe lasciare il posto alla memoria?

 

La questione è estremamente complessa e la mia opinione personale, seppur vivendo in valle da molto tempo, ha meno peso rispetto a chi ha vissuto questi luoghi da decenni. L’importante è capire dove sia il limite per le persone che hanno vissuto la tragedia del Vajont sulle proprie famiglie. In questo contesto, far partire un iter progettuale senza un coinvolgimento vero - e sottolineo vero, non i percorsi partecipativi che lo sono solo nel titolo - della popolazione locale è l’ennesimo schiaffo morale, l’ultimo di una lunga serie. Questa discussione non può essere decisa a maggioranza: se restiamo sul piano etico relativo alla memoria, anche fosse una minoranza a sentirsi insultata dalla proposta per me sarebbe un elemento sufficiente ad ostare l’intero processo. È una questione di dignità e riconoscimento.

 

 

Longarone e Erto hanno seguito destini diversi dopo la tragedia del ’63. Queste dinamiche stanno influenzando anche il recepimento del progetto? E soprattutto il "si" di un sindaco rappresenta la volontà dei propri concittadini?

 

Non ho avuto modo di confrontarmi con i miei concittadini su questa recente novità, e non sono a conoscenza di nessun confronto strutturato fatto dall’amministrazione comunale in carica su questo argomento. Per cui ho ragione per crede che quanto espresso dal Sindaco sia solo un’opinione personale. Negli ultimi giorni abbiamo sentito esprimersi politici sia dal lato bellunese che pordenonese ma non ho sentito nessuno proporre una consultazione della popolazione, che sarebbe l’unico modo per non imporre alle comunità di queste valli idee e progetti che non gli appartengono.

 

 

Tra le opere di compensazione c’è la realizzazione di un polo museale sotto Casso, con il rischio di monetizzare anche gli avvenimenti del ’63. C’è un limite tra commemorazione e sfruttamento di una memoria collettiva?

 

A Erto esiste già un Centro Visite sul disastro. Non so quanti cittadini di Erto e Casso farebbero rientrare un altro progetto museale tra le priorità rispetto ai servizi di cui hanno bisogno per continuare a vivere in questa valle. Senza parlare della costruzione di un’inutile impianto di risalita tra Casso e la Diga, che risulterebbe uno sfregio in un’area ad altissimo valore culturale, naturalistico e paesaggistico. La montagna ha bisogno di servizi per i residenti che di servizi per i turisti. La costruzione di un polo museale alla Diga, potrebbe dirottare una parte dei turisti che oggi raggiungono il paese di Erto, con un conseguente danno alle strutture ricettive del paese stesso. I modi in cui commemorare la tragedia e le sue vittime dovrebbero essere frutto della volontà e delle iniziative dei superstiti e delle loro famiglie.

 

 

Per concludere, l’idea di "nascondere" la centrale in caverna permette di nascondere la centrale dalla vista ma va ad intaccare la stessa roccia che forma il monte Salta. Che impatto simbolico assume questo scavo profondo?

 

L’aspetto più problematico è quello legato al concetto di giustizia sociale: stiamo parlando di un progetto presentato da un’impresa privata per lo sfruttamento di un bene comune in un luogo carico di simboli, dove l’incentivo pubblico resta un fattore determinante. Sono i soldi di tutti che finanziano un progetto che arricchisce pochi, in un luogo dove questo si è già visto purtroppo con esiti devastanti. È chiaro che qui non è più in gioco la vita delle persone, ma l’ingiustizia rimane. Se l’impianto fosse pubblico, sicuramente il valore simbolico dell’operazione sarebbe molto diverso.

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