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Attualità | 14 febbraio 2026 | 06:00

"Quando mi metto in macchina con i bambini ho l'angoscia e non so mai come potrebbe andare a finire". La strada che avrebbe dovuto segnare il ritorno alla normalità è tornata instabile. A rischio l'azienda agricola

"Basta una pioggia perché ceda un pezzo di strada". A Boccassuolo, appena 50 abitanti sull'Appennino modenese, il tempo sembra essersi cristallizzato alla scorsa primavera. La frana del monte Cantiere – oltre tre milioni e mezzo di metri cubi di detriti – ha disintegrato strade, abitudini di vita e certezze. Ma soprattutto ha travolto l'esistenza di Giulio Guigli, titolare dell'azienda agricola e dell'agriturismo La Lissandra: "Abbiamo mandato mail, Pec, richieste di intervento. Ci sono momenti in cui ti senti invisibile, come se abitassi nel deserto"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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A Boccassuolo, appena 50 abitanti sull’Appennino modenese, il tempo sembra essersi cristallizzato alla scorsa primavera. La frana del monte Cantiere – oltre tre milioni e mezzo di metri cubi di detriti – ha disintegrato strade, abitudini di vita e certezze. Ma soprattutto ha travolto l'esistenza di Giulio Guigli, titolare dell’azienda agricola e dell’agriturismo La Lissandra. Ad agosto dello scorso anno, avevamo acceso un faro sulla sua incredibile vicenda (leggi qui). E la situazione, per quanto precaria e complessa, sembrava finalmente aver preso la giusta piega. 

 

La strada – o meglio, la pista – che collegava la località Sassorosso a via La Lissandra era in fase di asfaltatura. I lavori erano stati avviati, le ruspe erano al lavoro, e per la prima volta, dopo mesi di isolamento, la famiglia Guigli poteva ricominciare a parlare di futuro. 

 

Un anno dopo, mentre i comunicati stampa ufficiali parlano di "ripristino della viabilità", la realtà vista con i nostri occhi ci restituisce un quadro assai diverso. 

 

La via che avrebbe dovuto segnare il ritorno alla normalità è tornata a essere una mulattiera instabile, stretta, senza protezioni, resa impraticabile dalla neve, dalla pioggia e da alcuni interventi eseguiti nei mesi sbagliati. Con il risultato che l’azienda e la casa di Giulio sono ancora isolate, raggiungibili solo attraverso un percorso pericoloso e accidentato che non permette né il passaggio dello scuolabus né di mezzi di emergenza o di eventuali fornitori per l’approvvigionamento di gasolio, foraggio e mangime per gli animali. 

È una carrareccia che costringe Giulio a salire e scendere ogni giorno con tre figli piccoli, su un fuoristrada con gomme chiodate, avanzando di traverso, con lo strapiombo a un metro.

 

"Al mattino quando mi metto in macchina con i bambini ho l’angoscia e non so mai come potrebbe andare a finire", ci racconta. "Basta una pioggia perché ceda un pezzo di strada".

 

Nel 2025 avevamo raccontato l’abnegazione con cui per mesi aveva attraversato a piedi il fronte franoso pur di nutrire gli animali, senza mai prendere in considerazione l’idea di chiudere l’azienda. Ma quella determinazione non basta più. L’agriturismo ha perso l’intera stagione estiva, quella che avrebbe garantito la sopravvivenza economica dell’anno. Così Giulio ha dovuto fare una scelta dolorosa ma inevitabile: cambiare lavoro. Ora fa il camionista.

 
"Ho sempre fatto di tutto nella vita e so arrangiarmi", ci dice. "Sono andato a fare il camionista per necessità, non avevamo scelta".

 

La testimonianza di Giulio, raccolta in questi giorni, è un documento prezioso che mette a nudo le contraddizioni di un apparato amministrativo incapace di dare soluzioni vere.

 

Ci racconta di raccomandate spedite, diffide inviate per ottenere interventi urgenti, promesse di lavori "imminenti" che si sono dilatate nel tempo. "Abbiamo mandato mail, Pec, richieste di intervento. Ci sono momenti in cui ti senti invisibile, come se abitassi nel deserto".

 

Nelle sue parole c’è la paura quotidiana di chi vive con tre bambini piccoli in un luogo dove ogni spostamento è un rischio e la fatica di chi è costretto a lottare per ottenere ciò che altrove è scontato. "Siamo stanchi, non tanto della montagna, ma di dover combattere per cose che dovrebbero essere normali".

 

Nel frattempo, quasi tutti gli animali sono stati venduti e il formaggio si produce solo quando è possibile. "Gli agnelli e i vitelli vengono lasciati alle madri per ridurre mio impegno. Il gas con cui alimentiamo la caldaia per la produzione del formaggio rischia di finire da un momento all’altro e non abbiamo certezza di poterci rifornire perché nessuno si attenta a venire fin qui".

 

"La frana l’abbiamo affrontata, l’isolamento lo stiamo imparando a gestire", ci dice Giulio Guigli con grande lucidità. "Quello che però non possiamo proprio accettare è l’essere lentamente spossessati di ciò che siamo. Giorno dopo giorno, un disagio dopo l’altro, sembra che qualcuno voglia convincerci che qui, a La Lissandra, non ci possiamo più stare. Ci stanno spingendo fuori dalla nostra casa e dalla nostra vita, ma non vogliono assumersene la responsabilità".

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