"Mi sono chiesta se immergermi in modo esclusivo nell'alpinismo potesse essere negativo: credo sia importante saper scegliere le proprie dipendenze". Lo sguardo verticale di Silvia Loreggian

Coniugando le sue due grandi passioni, la montagna e il viaggiare, si è laureata in Geografia e Turismo, per poi diventare guida alpina di professione. Oggi accompagna in montagna lungo tutto l'arco alpino, dalle Dolomiti al Monte Bianco. Nel tempo libero ha aperto nuove vie in Nepal e in Alaska e percorso alcune delle iconiche big wall in Patagonia, in Yosemite e nelle Alpi

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Ne parliamo con Silvia Loreggian, padovana classe 1990. Riconosciute in giovane età le sue due grandi passioni, la montagna e il viaggiare, ha scelto la laurea in Geografia e Turismo per soddisfare la seconda. L’amore per la montagna, però, faceva sentire il suo richiamo. "Presto però mi resi conto che soffrivo gli spazi chiusi e la sedentarietà mentre erano l’arrampicata, lo sci e i grandi spazi alpini il posto e il modo in cui volevo trascorrere il mio tempo". Ecco allora che Silvia è diventata guida alpina. Oggi accompagna in montagna lungo tutto l’arco alpino, dalle Dolomiti al Monte Bianco. Oltre al suo impegno didattico, come alpinista professionista, ha aperto nuove vie in Nepal e in Alaska e percorso alcune delle iconiche big wall in Patagonia, in Yosemite e nelle Alpi.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Sei d’accordo con questa prospettiva?
Succede che quelle che sono le esperienze d'alpinismo dei professionisti - i quali, diciamo così, devono anche venderle in qualche modo - si devono sempre condire di aspetti un po' più estremi, tutto deve essere sempre un po' esagerato, la salita più difficile di quello che era, il piccolo incidente deve essere stata la cosa più rischiosa della propria vita. Ho questa sensazione che spesso, affinché l'impresa possa essere venduta, perché si guadagni il posto nei media (giornali, web e quant’altro), deve esserci un po' il "dramma", l’esasperazione. Questo io lo vedo molto di più in Italia che nella narrazione di altri paesi, penso per esempio a quella della Francia perché abito qui, o comunque altre, la cronaca inglese, eccetera. Insomma a me sembra che da noi si faccia fatica a dare spazio a una salita in sé semplicemente perché è stata bella, perché è andata bene, perché ha abbracciato dei bei valori, perché è stata condotta da un team che se l'ha meritato. Tutta una serie di cose che nell’alpinismo, come del resto nei nostri telegiornali di tutti i giorni, non raccontano mai le cose belle ma soltanto quando ci sono dei problemi.
Parlavamo di adrenalina, è questo che spinge un alpinista ad affrontare le vette o c'è dell'altro? Personalmente, cosa ti muove quando vai in montagna?
Sicuramente c’è dell'altro, sostanzialmente lo faccio perché mi piace farlo, almeno nel momento presente. Anche se certe cose possono accompagnarsi a fatica, sacrificio e sofferenza (quando sei al limite le emozioni negative non mancano), poi mi piace sempre la sensazione che quello che mi lascia, quel che mi rimane è sempre molto positivo, a prescindere da come è andata, che sia tutto andato bene o che rimanga qualcosa di appunto ostico alle spalle. È come nutrirmi di quella sensazione e volerla di nuovo, quindi riparto. Sicuramente è anche l'adrenalina che regala questa parte di felicità perché, da un lato, ti permette di continuare ad andare avanti durante la scalata, dall’altro, ti dà l'energia, ti stimola a continuare perché ti rilascia delle endorfine positive. Nel momento poi di ricovero, dopo che la scalata è conclusa, è come se assorbissi queste sensazioni, le interiorizzi e le cerchi ancora. Io a volte mi sono chiesta se immergermi così tanto in modo così esclusivo in questa cosa qua possa essere quasi negativo, certo in qualche modo si può vedere come una dipendenza: se non altro è una cosa di cui hai bisogno di nuovo, però in fondo la dipendenza è l’altro volto della passione, l’importante è saper scegliere le proprie dipendenze.
Come figura in vista dell’alpinismo, secondo te in che modo si può alimentare una fruizione consapevole da parte di chi guarda al mondo della montagna?
Anche questa non è una domanda facilissima, andrò un po' per accumulo di riflessioni. Sarebbe bello coinvolgere il grande pubblico che si affaccia man mano alla montagna anche nella comunicazione che la accompagna, si spera in maniera consapevole. Credo che, più la gente impara a comprendere il mondo alpinistico, meno sarà esposta al rischio di fraintendere o spinta a fare cose sprovvedute. Il guaio è che ormai chiunque si sente ormai si sente in diritto di dire la sua anche quando non ha gli strumenti per comprendere. Abbiamo la mano facile per commentare qualsiasi cosa, visto che ci sono i social, la faccia non ce la metti e non serve argomentare. È giusto che ci sia confronto, però dobbiamo renderlo più costruttivo. Non dico che debba essere semplicizzata la narrazione sulle imprese difficili: chi fa l'alpinismo d’alto livello deve continuare a praticarlo e a narrarlo così com'è. È nel nostro interesse raccontare qualcosa che sta evolvendo e si sta spingendo sempre di più oltre i suoi limiti. Però, contestualmente, bisogna anche fare una comunicazione per le persone che hanno un altro uso della montagna che stiano più alla loro portata come dire: proporre un’offerta comunicativa un po’ più "didattica" diciamo.
In apertura. Foto a sx di Damiano Levati; Foto a dx di Alberto Storti

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.














