Alla ricerca dei fiori che ingannano gli insetti impollinatori: ognuno di noi è allo stesso tempo figlio e fortunato spettatore dei capolavori della natura

Cronache di un fotografo naturalista #06 / Giacomo Radi ci porta sulle alture maremmane alla scoperta delle orchidee spontanee e dei loro “segreti”

L’evoluzione biologica segue percorsi imprevedibili, procede per innumerevoli tentativi e traccia un cammino perpetuo che ha come meta l’esistenza stessa della vita.
Il prodotto di questo antico processo sono le specie che popolano il nostro pianeta, organismi in continua trasformazione, frutto di mutazioni genetiche in balia del caso e dettate dalla selezione naturale. In questa romantica avventura dell’evoluzione ognuno di noi è allo stesso tempo figlio e fortunato spettatore dei capolavori della natura.
Tra le “opere d’arte” della biologia, i fiori si sono ritagliati un posto centrale nel museo della storia naturale e affascinano la nostra specie da millenni. In queste settimane, dalle colline fino ai monti, sono in piena fioritura molte specie di una delle famiglie più complesse tra le piante a fiore: le orchidee.

Ricordo di essere stato sedotto irrimediabilmente dalle orchidee spontanee quando, da ragazzo, mi appassionai alla fotografia macro. Questo genere di fotografia cambia per sempre il modo di osservare la natura che ti circonda: quelli che prima erano piccoli e sfuggenti abitanti dei prati diventato insetti, aracnidi, crostacei e molluschi. Quello che era “erba” diventa una sconfinata ricchezza di piante con un nome.
Maggio è il mese migliore per andare in collina e media montagna a osservare le orchidee e quindi salgo sulle alture maremmane alla volta delle praterie calcaree più assolate. I prati sono dipinti dalle sfumature del viola e del rosa dell’orchidea minore (Anacamptis morio), una delle più diffuse orchidee selvatiche in Italia e tra le prime a fiorire in primavera. Le sue infiorescenze dense amplificano l’effetto macchia di colore e non si può rimanere indifferenti. I petali e i tepali si chiudono come delle mani a fare ombra sul labello trilobato, dove il viola intenso sfuma sulla parte centrale chiara finemente punteggiata. Una morio rosa chiara si distingue in mezzo alle più frequenti viola e apro così la mia giornata fotografica.

Salgo sulla prateria calcarea oltre il limite montano dove vegetano altre orchidee. È una splendida giornata di primavera e il piccolo paese medievale di Gerfalco è sovrastato dal tetto di nuvole che giocano a nascondere le colline metallifere con le loro fugaci ombre.

Qua il viola delle orchidee minori contrasta con il giallo dell’orchide calabrese (Orchis pauciflora), più intenso sul labello e pallido sul perianzio formato dai petali e dai sepali. I fiori di vedovelle dei prati (Globularia vulgaris) che nascono davanti e dietro le orchidee sono una risorsa fotografica per valorizzare i miei soggetti. Apro il diaframma e con il 105 macro vado a inghirlandare le orchidee con chiazze azzurre, nel risultato finale che osservo sullo schermo della fotocamera.

Sono poche le specie a questa altezza al momento e quindi ritorno a quota più bassa cambiando sentiero per raggiungere altri prati. Uscito dal bosco di carpini neri, aceri e cerri si aprono dei vecchi pascoli che frequento da molti anni. A darmi il benvenuto ci sono alcune piante di ofride fior di mosca (Ophrys insectifera) e ofride degli Appennini (Ophrys holosericea subsp. appennina).

La loro bellezza si rinnova ai miei occhi come fosse la prima volta ed è impensabile non perdersi nelle loro bizzarre forme e colori che ricordano quelli di alcuni insetti. Questa somiglianza non è solo un’impressione, ma il risultato dei meccanismi dell’evoluzione biologica.
Occorre aprire una parentesi sull’aspetto più affasciante di queste piante. Le orchidee spontanee sono maestre dell’arte dell’inganno, fiori impostori che hanno evoluto strategie riproduttive molto sofisticate. Quelle che non producono nettare, ossia gran parte delle specie presenti in Italia, hanno elaborato raffinate trappole sessuali riassumibili in tre principali strategie.
La maggior parte delle orchidee del genere Orchis e Anacamptis ha sviluppato infiorescenze simili a quelle di altri fiori che producono nettare, come ad esempio le salvie e i gladioli. L’orchidea “confida” sulla somiglianza con questi fiori e sulla vista grossolana degli insetti impollinatori per trarli in inganno con un meccanismo che in biologia è detto “mimetismo bathesiano” e quindi essere impollinate.
Il secondo caso è quello delle orchidee del genere Serapias. Il fiore è costituito da un grande labello rosso violaceo che invita l’insetto ad approfittare del confortevole riparo creato dal casco formato dai tepali. Un red carpet profumato che conduce verso l’accogliente suite dove l’insetto verrà cosparso di polline.

Nelle orchidee del genere Ophrys la truffa ai danni degli impollinatori raggiunge la perfezione. Il fiore imita le sembianze - per forma, colore e pelosità - delle femmine degli insetti impollinatori, attraendo gli ignari maschi ansiosi di accoppiarsi. Per completare l’inganno emanano persino sostanze odorose, i feromoni, come le femmine di questi insetti. Così ogni ofride ha evoluto un aspetto specifico per assomigliare alla femmina di un preciso imenottero, ape solitaria o vespa, creando un inventario di maschere e costumi per il gran ballo della riproduzione.
Continuo la mia ricerca e poco più in basso l’offerta della stagione si mostra in altre specie. Assieme alle meno appariscenti ofridi fior di bombo (Ophrys bombyliflora), che nascono così numerose da formare mazzetti di prato, risplende alla luce del sole il labello della Ophrys bertolonii, non a caso volgarmente chiamata ofride fior di specchio.

Il grande labello peloso a forma di sella possiede uno specchio glabro e lucido, la macula, che ricorda il dorso luccicante dei suoi impollinatori. Questa orchidea è impollinata da imenotteri del genere Megachile ed effettivamente anche ai miei occhi umani la rappresentazione dell’Ophrys bertolonii è straordinaria nella somiglianza e persino nell’andamento del labello incurvato, del tutto simile alla posizione assunta dalle femmine di questi insetti che inarcano l'addome durante la copula. Nonostante l’imitazione sia perfetta errare è umano, ma errare può anche essere insetto! Tra le piccole O. bombyliflora e le tenebrose O. bertolonii si erge come una star l’ofride di Cataldi (Ophrys × cataldii), l’ibrido naturale tra queste due specie.

Quando un impollinatore fa visita ad un’orchidea e poi tenta l’accoppiamento con una di un’altra specie può fecondare quest’ultima con i pollini della prima, generando una pianta che in precedenza non esisteva. Ed ecco che l’evoluzione biologica imbocca uno dei possibili sentieri per rimescolare le carte della vita che, con il tempo, potrebbe portare alla nascita di una nuova specie.
Anche le nuvole continuano le loro evoluzioni donandomi momenti di luce filtrata perfetti per immortalare i fiori in questo maggio piovoso. Ancora qualche scatto e imboccherò un altro percorso, uno dei tanti che mi porteranno ad altre radure, altre orchidee e altre storie.

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.














