I colli dove la terra respira: il calore e l’acidità del suolo hanno modificato l’aspetto del paesaggio, ma anche le dinamiche naturali

Cronache di un fotografo naturalista # 11/ Un viaggio di parole e immagini sulle alture delle Colline Metallifere

L’inizio dell’autunno riprende le redini del tempo e doma le lunghe e frenetiche giornate estive. In natura mi riapproprio gradualmente della quiete e giorno dopo giorno ricomincio a fare lunghe camminate tra lo scoppiettio dei pettirossi e il ciarlare rauco delle ghiandaie. Settembre e ottobre non sono ancora il momento del cambio di veste degli alberi, parafrasando Albert Camus “…quando ogni foglia è un fiore”. Non è ancora il tempo di cercare i colori nelle chiome degli alberi, ma è quello per guardare ancora a terra dove molte specie di piante portano in scena la bellezza di una seconda primavera. Un appuntamento a cui ogni anno non posso rinunciare è la fioritura del brugo (Calluna vulgaris) sulle alture delle Colline Metallifere.

Raggiunto il paese di Monterotondo Marittimo (GR) si continua a salire fino a raggiungere il piano montano, dove i castagni e i cerri si intervallano sul crinale. Il paesaggio si trasforma e ad ogni passo si fa più intenso e caldo l’odore dell’acido solfidrico, fino ad entrare in una nuvola di vapore, il respiro della Terra. Si apre così la visione sul palcoscenico delle Biancane di Monterotondo Marittimo, un’area geotermica di selenitica bellezza.

Un paesaggio lunare che sembra aver ispirato alcuni versi di Dante Alighieri e forse la scenografia del suo Inferno nella Divina Commedia: “…versan le vene le fummifere acque per li vapor che la terra ha nel ventre…”.
È difficile abituarsi alla bellezza di questo luogo. Le nuvole galleggiano sopra alle colline rigogliose portando lo sguardo fino al mare, fino all’Elba e a Montecristo; i vapori caldi salgono dal terreno come in una fabbrica di nuvole, salgono densi e sfumano mescolandosi allo scenario. I vapori che fuoriescono dal terreno sono costituiti al 95% di vapore acqueo e per il restante 5% da gas come anidride carbonica, metano e acido solfidrico. È proprio quest’ultimo, l’H₂S, che ha dipinto attraverso complesse reazioni chimiche l’area geotermica e donato a questa l’aggettivo di “Biancane”.

Sia i grigi calcari che i diaspri rossi sono stati sbiancati dall’azione dell’acido solfidrico. Nel primo caso, attraverso ossidazione e produzione di acido solforico, quest’ultimo può portare alla conversione del carbonato in gesso e nel caso dei diaspri il colore rosso viene alterato dai processi idrotermali acidi assumendo colori chiari.
Il calore prodotto dalla terra e l’acidità del suolo non hanno però solamente modificato l’aspetto di questo paesaggio, ma ne hanno forgiato anche le dinamiche naturali. Dove dovrebbero nascere castagni, cerri e carpini domina un albero tipico della zona costiera, la sughera, che assieme ad altre piante amanti dei suoli acidi contribuisce a donare un aspetto ancora più unico a quest’area geotermica.

Ho scattato in diapositiva la prima foto di una piccola sughera – ormai simbolo delle Biancane – nel lontano 2002, ma lei è ancora lì come un cosmonauta in un lontano pianeta alieno.
In questo ambiente pallido misto a colori rossi, gialli e arancioni, tra la fine dell’estate e l’autunno avviene la magia della fioritura del brugo che aggiungere le sfumature del verde, del rosa e del viola ad una tavolozza già ricca di tonalità. Sono qui per i fiori campanulati di quest’erica e della vita che attrae tra i suoi bassi cespugli.

La Calluna vulgaris è nota in tutto il Paleartico settentrionale e in anche in ambiente di alta montagna dove forma le grandi brughiere, dal Nord Europa al nostro Arco Alpino. Alle Biancane, come nelle brughiere del Grande Nord, il brugo nasce in habitat bellissimi, ma al contempo desolati, tanto che questa pianta ha ispirato il sentimento di solitudine nel vocabolario ottocentesco, da Emily Brönte a Theodor Storm:
I miei passi risuonano sulla brughiera
suoni velati dalla terra vagano con me…
da Über die Heide (Sopra la brughiera) 1875, Theodor Storm
Mi lascio coinvolgere dalla bellezza di questo luogo e di questa stagione tanto che mi dimentico di fotografare tutto quello che vorrei portare a casa per raccontarne le sensazioni. Le piccole argo codate (Lampides boeticus) si spostano di fiore in fiore per gustarsi il nettare di cui sono ricchi i fiori del brugo. Alcune si cercano in corteggiamenti in aria e poi tornano sui cespugli di brugo per accoppiarsi.

La vita non perde tempo sulla brughiera. Frammentata ai cespugli di brugo cresce una graminacea tipica delle aree geotermiche, l’Agrostis castellana o Capellini di Castiglia, che in autunno, ormai secca, si lascia acconciare dal vento, ricoprendo, come una folta chioma bionda, ampie aree di suolo.

Continuo a camminare sul sentiero quando sul bordo noto un movimento: è una femmina di mantide religiosa (Mantis religiosa). L’autunno è la stagione delle mantidi e le Biancane sono un contesto di grande impatto dove ritrarle. Con il grandangolo mi avvicino alla femmina con l’addome rigonfio di uova e la fotografo nel paesaggio.

Che creature meravigliose le mantidi! Immobili nella vegetazione oscillano con la brezza per passare inosservate e attendono le loro prede, ignare della stretta in cui cadranno. Questi insetti hanno una vista superba tanto da scorgere una mosca a 20 cm di distanza. Mentre la fotografo mi osserva ruotando la testa triangolare. Sulla testa sono presenti cinque occhi: tre piccoli ocelli posizionati sulla fronte, sensibili alla luce polarizzata, e due grandi occhi composti laterali. Questi ultimi sono formati da numerosi ommatìdi, unità visive semplici in grado di percepire forme e movimenti.
Quando osserviamo una mantide, notiamo un puntino nero al centro di ciascun occhio composto che sembra seguire i nostri movimenti. Quel puntino che ci appare come una pupilla, è in realtà l’illusione ottica creata da una cellula pigmentaria mobile situata in fondo agli ommatidi che in quel momento sono orientati perpendicolarmente al nostro sguardo. Spostandoci, continuiamo a vedere il fondo di altri ommatidi vicini, creando l’illusione che quel puntino ci segua, ma è solo il nostro punto di vista a cambiare. Già Plinio il Vecchio affermava che l’organo della vista non è l’occhio, ma la mente e lo sguardo illusorio della mantide conferma che guardare è dell’occhio, vedere è della mente e mi interrogo sul mondo che noi vediamo attraverso la nostra lettura. Poco più avanti tra le infiorescenze rosate un maschio di mantide religiosa si staglia sulla luce calda del tardo pomeriggio e mi offre un’altra opportunità di studiare questo insetto col mio obiettivo macro.

Seppur così lontani dalla costa e oltre i 600 metri s.l.m. questa zona ospita un’altra mantide legata all’ambiente mediterraneo che non si trova in altre aree delle Colline Metallifere a questa altezza: la mantide pennata (Empusa pennata). Adesso è il momento delle ninfe, le fasi giovanili di alcuni insetti come le mantidi, e le piccole empuse hanno l’aspetto perfetto per un paesaggio alieno come questo.

Ho osservato spesso queste creature bizzarre nella coltre rosa violacea del brugo scrutandone i particolari come la testa a cono e l’addome sfrangiato rivolto all’insù.
Scendo sul crinale per raggiungere la via del ritorno tra i vapori che mi avvolgono e l’odore di zolfo che riempie le narici. Dalle fratture a dai fori dove il vapore geotermico incontra l’atmosfera, a temperature che si aggirano sui 100 °C, si formano dei cristalli di zolfo nativo, degli aggregati aciculari (a forma di ago) sottili ed effimeri che poche gocce di pioggia o un leggero tocco riescono a dissolverli.

Scatto qualche foto con non poche difficoltà. In queste situazioni infatti la condensa sulla lente fredda dell’obbiettivo fa desistere anche i più serafici. Il sole è ormai basso e tra poco scomparirà dietro l’Elba quindi mi metto a sedere per godermi il tramonto. Le api, le farfalle e i sirfidi volano sulla brughiera e qualche lucertola campestre cela la sua presenza nelle corse tra un cespuglio e l’altro per raggiungere il volo di qualche insetto.

Questa moltitudine di vita ha attirato anche un altro predatore, un giovanissimo biacco (Hierophis viridiflavus) che fa capolino da un cespuglio di brugo. Mi godo le ultime calde luci di questa giornata usandole come sfondo per il mio soggetto. Nel suo occhio vedo il mio riflesso e le colline che da Monterotondo Marittimo sfumano verso il mare. Pochi scatti e scompare nella brughiera e nel manto biondo dell’Agrostis.

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.















