Il diafano fantasma dei boschi montani: una delle specie più rare e misteriose che si possono incontrare in montagna

Cronache di un fotografo naturalista # 09 / L'incontro con l'orchidea Epipogium aphyllum: sia la frequenza sia il momento della fioritura sono altamente imprevedibili, con una stagione che si estende da fine maggio a inizio ottobre. Come un fantasma appare quando vuole

“È meraviglioso che una pianta così fragile e bella abbia un tale potere sui cuori umani”.¹
Così scriveva il naturalista John Muir nel 1865 nella lettera indirizzata al quotidiano The Boston Recorder – poi pubblicata sullo stesso – dove descriveva l’emozionante incontro con l’orchidea del Grande Nord, la Calypso borealis, oggi Calypso bulbosa, da cui prendeva il titolo lo scritto. Questo trasporto romantico e impetuoso trascende il tempo e oggi, come Muir, mi lascio rapire dalle emozioni durante la ricerca delle fioriture tanto desiderate: “Sembrava il più spirituale tra tutti i fiori che avessi mai incontrato. Mi sedetti accanto a lui e piansi di gioia”.²
Mi trovo sul versante pistoiese dell’Appennino Tosco-Emiliano a circa 1400 metri s.l.m. in un bosco rigoglioso, dove il faggio e l’abete rosso coesistono in un ambiente di transizione ricco di biodiversità. Entrati nel bosco il tetto di chiome abbuia il sentiero e si procede paralleli a rivoli d’acqua da cui saltano rane montane (Rana temporaria) neo-metamorfosate. Bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi per non calpestare queste piccole creature che esplorano per la prima volta l’ambiente terrestre. Dopo pochi minuti di cammino raggiungo una radura luminosa e profumata di un buon odore di muschi e suolo bagnato. Dall’alto giungono altri rivoli d’acqua che tra i mirtilli e gli abeti rossi hanno dato vita a una torbiera. Tra muschi, epatiche e rosette di pinguicole con i resti di insetti rimasti invischiati, svettano le infiorescenze bianche e piumate degli eriofori.

La mia attenzione viene rapita dai fiori delle genzianelle stellate (Swertia perennis), macchie colorate sulla dominante di sfumature verdi. I cinque petali che formano il singolo fiore sono un’opera di ingegneria naturale estremamente raffinata. Sul fondo lilla, linee tratteggiate viola creano un disegno minuzioso che conduce alla base dove si trovano le ghiandole nettarifere, doppie per ogni petalo, che assieme ai lunghi stami e l’ovario centrale appuntito ricordano una vecchia giostra. Dalla torbiera si entra nuovamente nel bosco, dapprima pecceta e poi ancora mista al faggio dove le ombre tornano padrone della scena. Dall’alto i rivoli d’acqua incontrano e si perdono in un ruscello che divide un pendio ripido dal bosco tenebroso.
Il ruscello scorre lento e silenzioso, così discreto che ci si accorge della sua presenza dai muschi che ne seguono il tracciato e da qualche sporadico sibilo dove i rami e le foglie lo costringono a riversarsi nella vasca più in basso, come l’acqua versata da una brocca in un bicchiere colmo.

Questo è l’habitat perfetto del fiore che sto cercando, una delle specie più misteriose di orchidee terrestri, la rara e localizzata orchidea fantasma (Epipogium aphyllum) che spunta diafana dalla coltre del muschio. Come Muir rimango incantato da tanta bellezza e mi fermo ad osservarla a lungo. Anche se l’aspetto potrebbe richiamare quello di un’apparizione spettrale, il nome volgare della specie è in realtà riferibile al fatto che sia la frequenza sia il momento della fioritura sono altamente imprevedibili, con una stagione che si estende da fine maggio a inizio ottobre. Come un fantasma appare quando vuole.
Fotografare in pecceta o in faggeta non è facile per la mancanza di luce, quindi studio le condizioni di scatto e decido di usare il treppiede, strumento molto utile che però non amo particolarmente perché toglie spontaneità al mio modo di fotografare. Mi posiziono sotto la scarpata dove crescono alcuni esemplari per avere come sfondo la volta del bosco e sfruttare i bagliori sulle foglie lucide del faggio e sugli aghi brillanti dell’abete rosso. La forma del fiore è davvero singolare. Mi ricorda una piovra, o forse una medusa e persino una creatura aliena. Al botanico e naturalista svedese Olof Peter Swartz, padre del genere Epipogium, ricordò un anziano con la barba. Il nome del genere deriva infatti dal greco epi, sopra, e pogon, barba, in riferimento alla caratteristica del fiore di avere il labello rivolto in alto che ricorda una barba.

La complessità del fiore è difficile da rendere bene nella luce dell’ambiente in cui vive questa orchidea, quindi decido di montare i flash e realizzare una serie di scatti a diaframma molto chiuso per avere uno sfondo nero dove far risaltare il pallido fantasma. La luce del flash accende i colori e si percepiscono tutte le sue tonalità: le creste carnose purpuree del labello, i tepali che formano la barba giallo opaca e il fusto carminio slavato.
Mi metto alla ricerca di altri esemplari lungo il ruscello e scopro con piacere che sono numerosi. Un gruppo di una decina di orchidee fantasma è nato addossato a creare una composizione floreale sui margini di una giovane faggeta.

La biologia riproduttiva di Epipogium è poco conosciuta. La riproduzione sessuata, sia entomogama che autogama, sembra inefficiente, poiché le piante da frutto sono rare. I suoi principali impollinatori sono varie specie di bombi, anche se nella mia esperienza sull’Appennino ho sempre visto ditteri (mosche e sirfidi) piuttosto interessati a lambire varie parti del fiore come le creste sul labello e lo sperone dove si trova il nettare. La riproduzione asessuata avviene per propagazione vegetativa per mezzo di bulbilli attaccati agli stoloni sotterranei, ossia rami laterali che spuntano da una gemma ascellare alla base della pianta e scorrono nel suolo creando spesso degli splendidi mazzolini di orchidee addossate.

Quest’anno ha piovuto molto in montagna e ad agosto il bosco è ancora umido. Dai muschi non spuntano solo orchidee, ma anche numerosi funghi. Un gruppetto attira la mia attenzione: esili e minuscoli si sollevano verso la luce e vibrano come fili d’erba. Sotto terra questi organismi si intrecciano alla vita di altri organismi come le orchidee fantasma. Epipogium aphyllum è un’orchidea micoeterotrofa obbligata priva di clorofilla che dipende interamente per la nutrizione dal fungo con cui si lega (simbionte endomicorrizico che nel caso di Epipogium si tratta delle specie di funghi dei generi Inocybe e Hebeloma), sia durante la germinazione che in fase adulta. In altre parole queste orchidee prive di clorofilla stabiliscono una simbiosi con i funghi, detta micorriza, dove il fungo, attraverso il suo micelio, penetra nelle radici della pianta e scambia con essa sostanze nutritive, in particolare Carbonio e Azoto.

Le fronde degli alberi, prima mosse dal vento, si sono placate e nel bosco è calata una quiete avvolgente. Come un crescendo lontano il ticchettio delle gocce sulle fronde compone il ritmo della pioggia sulle note di un particolare richiamo del fringuello che i tedeschi hanno soprannominato regenruf, il richiamo della pioggia. Un ultimo sguardo allo spettro dei boschi e riprendo il sentiero lungo il ruscello prima che la pioviggine si faccia temporale e regali al bosco montano nuova vita.
“Tempeste, nubi temporalesche, venti nei boschi – erano benvenuti come miei amici.”.³
Le frasi di John Muir sono tradotte da Calypso borealis, 1865 in The Life and Letters of John Muir edited by William Frederic Badè (Boston: Houghton Mifflin, 1924)
¹It seems wonderful that so frail and lovely a plant has such power over human hearts.
²It seemed the most spiritual of all the flower people I had ever met. I sat down beside it and fairly cried for joy.
³Storms, thunderclouds, winds in the woods - were welcomed as friends.

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.















