Sono tossici e non "hanno paura" di mostrarlo: sulle tracce dell’ululone appenninico, un tempo molto comune negli ambienti idonei, ma oggi in declino o persino scomparso da molti territori

Cronache di un fotografo naturalista # 10 / Un'escursione sull'Appennino ligure alla ricerca di un anfibio endemico della nostra penisola

Il sentiero sale ripido tra ciuffi di graminacee verdi e pietre solcate da rivoli d’acqua. In compagnia di Karen, Elena ed Emanuele alla guida, sto camminando in una lussureggiante valle dell’Appennino ligure per raggiungere delle vasche d’acqua in quota dove vive l’animale che stiamo cercando. La giornata è velata e l’umidità imperla i licheni che ricoprono i tronchi dei carpini e dei cerri. Le effimere volano leggiadre posandosi sui fili d’erba che fanno oscillare come delle altalene. La presenza di questi insetti, di molti ditteri e di qualche libellula rivela, anche al meno esperto naturalista, un’area ricca di ruscelli e sorgenti. È tutto immobile, sospeso e silenzioso. Di tanto in tanto un picchio rosso maggiore “squittisce” col suo richiamo, quasi a scandire il nostro passo, e un topo selvatico ci ha studiato per qualche secondo con i profondi occhi neri nascosto dietro il tronco di una fusaria maggiore (Euonymus latifolius).

L’epiteto generico Euonymus deriva dal greco e significa 'pianta dalla buona fama’, un nome ironico che fa riferimento ai frutti velenosi.
È una pianta molto bella che non ho incontrato spesso nelle mie escursioni. Le grandi foglie lanceolate fanno ombra ai frutti gialli e rossastri con una particolare sezione pentagonale che, se osservati dal basso, ricordano delle stelle disegnate da un bambino.
Il sentiero aggira una parete di stillicidio e quando Emanuele la supera si gira a guardarci: “Siamo arrivati nel mio paradiso”.
Supero il costone e un’ampia vasca di raccolta del ruscello si palesa di fronte ai miei occhi tra pareti coperte di muschi ed epatiche e voli blu metallici dei maschi di damigelle Calopteryx virgo.
Un flebile suono che ricorda un flauto soffiato con poca intenzione torna a rallegrare le mie orecchie dopo molto tempo. Come le note su un pentagramma, le vibrazioni del canto generano cerchi tremolanti sull’acqua che si dipartono dal corpicino galleggiante. Siamo arrivati nel regno dell’ululone appenninico (Bombina pachypus).

A proposito di questo canto mi chiedo come a qualcuno abbia ricordato un ululato tanto affibbiargli questo nome comune. “Propongo Flautolo. Sarebbe un nome più adeguato al suo canto e persino più attinente all’aspetto tondeggiante e pacioccoso del piccolo anuro”. Gli altri ridacchiano mentre mangiano un pezzo di focaccia all’ombra dei carpini. Questa popolazione di ululoni è in salute e molto numerosa. Ci sono adulti in accoppiamento, altri in canto, alcuni nascosti sul fondo della vasca tra le foglie e altri giovani e adulti sono fuori immobili su un sottile film d’acqua. È davvero impressionante il loro mimetismo criptico.

La parte dorsale bruno-grigiastra con maculature più scure sembra riprodurre perfettamente le condizioni del substrato, tanto che un osservatore poco attento potrebbe calpestarli. Sul dorso si nota la presenza di numerosi tubercoli con un puntino scuro centrale che conferiscono un aspetto verrucoso all’anfibio: si tratta ghiandole epidermiche che possono secernere un secreto tossico all’occorrenza. Gli ululoni sono infatti tossici e non “hanno paura” di mostrarlo! Se il dorso appare criptico, il ventre mostra una colorazione sgargiante di un bel giallo con chiazze azzurre e nerastre che mandano un messaggio chiaro al potenziale predatore: non mangiarmi o saranno guai!

In biologia questo tipo di segnale visivo si definisce aposematismo, ossia una parte più o meno estesa del corpo di un animale caratterizzata da colori e pattern vistosi atti a segnalarne la velenosità, la tossicità o il sapore sgradevole, con la funzione di scoraggiare i predatori dall’attaccarli. Per mostrare questi colori l’ululone mette in atto un comportamento noto come Unkenreflex (riflesso di difesa dell’ululone) che consiste nell’inarcare il corpo così da esibire le tinte vivaci del ventre.
Sdraiato sul bordo della vasca cerco di cogliere il riflesso della gola colorata di un individuo che si riflette sulla pellicola d’acqua che ricopre la riva. L’occhio vigile e curioso dell’ululone mi osserva e il mio obiettivo osserva lui mentre immortala la sua tipica pupilla che richiama la forma accennata di un cuore.
Sono talmente rapito da queste piccole meraviglie che se qualcuno osservasse le mie pupille in questo momento potrebbe scorgervi la stessa forma.
Gli ululoni amano le raccolte d’acqua esposte al sole dove passano gran parte del loro tempo, sono gregari e attivi prevalentemente durante il giorno. Trascorrono l’inverno sottoterra o sotto pietre, vicini al sito riproduttivo a cui sono fedeli.

Un neometamorfosato fermo su del muschio umido coglie la mia attenzione. Mi avvicino lentamente con l’obiettivo e sembra non interessarsi troppo alla mia presenza. Chiude le palpebre, si acquatta leggermente e si lascia fotografare. Un centimetro e mezzo di temerarietà. Gli stessi adulti sono dei “microbi”: con una media di 3 - 4 cm raramente superano i 5 cm. L’ululone appenninico è un endemismo italiano, un tempo molto comune negli ambienti idonei, ma oggi in declino o persino scomparso da molti territori. In Provincia di Grosseto, sulle Colline Metallifere dove abito o nell’area del Monte Amiata è scomparso e rimane ormai solo nei ricordi di pochi anziani che vedevano saltellare dei “piccoli rispetti co’ la pancia gialla e celeste”. Bombina pachypus, insieme alla specie affine Bombina variegata (nota come ululone dal ventre giallo), è elencata negli allegati II e IV della Direttiva Habitat. Si stima infatti che, nell’arco degli ultimi due decenni, l’ululone appenninico abbia registrato un calo di oltre il 50%, sia per numero di popolazioni sia per individui.

Questo paradiso nell’Appennino ligure è uno dei baluardi dove questa specie sopravvive e prospera, un angolo di mondo segreto da custodire. È per me un privilegio serbarne il ricordo nelle mie foto e nei miei racconti.

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.















