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Ambiente | 08 giugno 2025 | 06:00

Un gesto antico che si ripete da milioni di anni: alla scoperta del mondo degli impollinatori, dove fiori e insetti guardano il mare

Cronache di un fotografo naturalista #07 / Giacomo Radi ci porta sul rilievo del Monte Calvo, per conoscere da vicino lo straordinario lavoro quotidiano degli impollinatori

scritto da Redazione
Festival AltraMontagna

Dal borgo in collina in cui abito inizia un percorso che in pochi chilometri porta sul rilievo più alto del territorio costiero. Con i suoi 476 metri s.l.m., il Monte Calvo è un’alta collina con versanti aspri che guarda il Mar Tirreno, dove troneggiano l’isola di Montecristo a Sud e la grande isola d’Elba a Nord. Per chi come me vive vicino alla costa, la definizione di montagna trascende le convenzioni e quello che più si avvicina al cielo è a tutti gli effetti un monte.

 

Abbandonato il sentiero che unisce i poderi isolati tra Scarlino e Gavorrano, si inizia a salire sui rilievi calcarei dove si aggrappa la macchia mediterranea. Il cerro lascia il posto al leccio e questo passa il testimone al lentisco, al mirto, alla fillirea e infine alla prateria calcarea. Arrivati sulla cima i profumi dell’elicriso e della santoreggia si alzano balsamici a ogni passo, lo sguardo si riempie delle sfumature del verde e il suono che ti accoglie è il ronzio dei vari insetti volanti.


Tra il calcare, le graminacee e l’elicriso cresce l’imponente ferula (Ferula communis), una presenza caratteristica del Monte Calvo.

A fine primavera il Calvo si veste di giallo intenso della fioritura della ferula (Ferula communis), un’apiacea imponente che può raggiugere i 3 metri di altezza. Questa pianta è legata al mito del titano Prometeo, creatore dell’uomo che modellò dal fango e che, ingannando Zeus, donò alle sue creature il fuoco nascondendolo all’interno di un bastone di ferula. Non è un caso che l’interno spugnoso del fusto di questa pianta, una volta seccato, venisse usato per innescare il fuoco con le scintille ottenute dallo sfregamento di pietre focaie. La ferula non racconta solo leggende e antiche storie dell’uomo. Osservando il grande movimento attorno alle sue fioriture si può andare ancora più lontani nel tempo, quando le piante “inventarono” i fiori e gli insetti s’innamorarono di questa novità dell’evoluzione, facendo nascere l’impollinazione.

 

Più di 100 milioni di anni fa, nel tardo Cretaceo, gli insetti pronubi e le Angiosperme - comunemente note come piante a fiore - erano già strettamente legati; sembra siano co-evoluti, consentendo l’enorme radiazione adattativa che ha permesso alle piante di dominare le terre emerse. Il nettare, il polline, le sostanze chimiche odorose, la forma e il colore dei fiori furono gli espedienti con cui le Angiosperme consolidarono e raffinarono questo legame con gli insetti impollinatori, un legame che ancora oggi sembra indissolubile.


Le presenze di insetti attorno alla Ferula communis in fiore sono numerose.
In alto a sinistra: I fiori della ferula sono riuniti in numerose ombrelle di colore giallo. In alto a destra: La farfalla Maniola jurtina intenta a nutrirsi con la lunga spiritromba. In basso a sinistra: Anche le api europee (Apis mellifera) si nutrono sulla ferula. In basso a destra: Gruppo di coleotteri Omophulus lepturoides in foraggiamento sul grande fiore della ferula.

Le ferule rappresentano solo l’apice dell’attrattiva per gli insetti in questo momento, ma tutto intorno le specie in fiore sono decine e decine. Mi soffermo su una pianta di questo finocchio gigante e inizio a scattare. I soggetti sono così tanti che è difficile concentrarsi su uno solo. In questo vortice di vita devo prendermi del tempo per studiare l’ambiente che mi circonda, quindi appoggio la fotocamera a terra e mi metto a osservare. Fermarsi è un modo per godersi il diorama naturale, ma anche per capire su cosa focalizzarsi. Dopo aver dedicato il tempo necessario al gran ballo sulle fioriture di ferula, mi sposto nella prateria per lasciarmi sorprendere dalle immagini che si palesano durante il cammino.


Fanciullaccia (Nigella damascena) e  cleride degli alveari (Trichodes alvearius)

Sopra il fiore scapigliato di una fanciullaccia (Nigella damascena) si prende il meritato riposo dal pasto a base di polline una cleride degli alveari (Trichodes alvearius). Sulla corazza rosso e nera del coleottero si nota ancora il polline di cui si è abbuffato. Il sole è alto e le farfalle volano di fiore in fiore in una coreografia corale di ali. Sono molte le specie che volteggiano sopra la prateria, ma una in particolare coglie il mio interesse. Su queste praterie calcaree dominate dalle graminacee vola da maggio a giugno una farfalla non comune e bellissima, l’arge (Melanargia arge). Il pattern delle ali appare complessivamente marmorizzato, con il bianco che domina rispetto alle venature nere su cui spiccano gli ocelli azzurri. Come il ciclope Arge della mitologia greca, porta nei suoi colori il marmo della terra, in onore della madre Gea, e l’azzurro del cielo, in onore del padre Urano.


La farfalla (Melanargia arge) è endemica dell’Italia centro-meridionale, dalla Toscana, Umbria fino alla Calabria.

Spesso sento dire da persone che sono tornate da un’escursione in natura che purtroppo non hanno visto animali e mi viene da sogghignare - un po’ avvilito - pensando alla moltitudine di piccole creature che avranno ignorato. Su circa 8,7 milioni di specie viventi distribuite in più Regni, di cui conosciute alla scienza solo 1,3 milioni circa, si stima che gli insetti costituiscano fino al 90% di tutte le specie animali e più della metà di tutti gli esseri viventi. In situazioni come questa, in cui mi trovo circondato da una moltitudine di insetti, mi sento fortunato ad avere la consapevolezza di non essere solo.

 

Al margine con la lecceta spiccano come ghirlande i fiori rosa del cisto villoso (Cistus creticus). I grandi petali magenta che sfumano sul giallo nel centro sembrano realizzati con una sottile carta increspata e vibrano ad ogni volo di api e coleotteri. Mi metto seduto con il flash attivo e schermato da diffusori bianchi per osservare l’alternarsi degli insetti sui fiori. Le api solitarie si tuffano tra gli stami gialli e, tramite delle strutture a spazzole di peli rigidi, raccolgono le palline di polline sulle zampe posteriori.


Un’ape del genere Andrena immersa negli stami gialli del cisto villoso.

Un’ape del genere Andrena si abbandona in una lunga “nuotata” tra il polline giallo come uno zio Paperone in una piscina d’oro. Su un altro fiore una cetoniella (Oxythyrea funesta) si nutre del polline e del nettare del cisto mentre un ragno napoleone (Synema globosum) attende immobile una preda alla sua portata. Le cetonielle sono coleotteri fitofagi che possono nutrirsi anche degli organi floreali, ma grazie alla peluria che ricopre il loro corpo sono in grado di catturare molto polline e trasferirlo di fiore in fiore, svolgendo un importante ruolo come impollinatori.


A sinistra: l’orchidea Anacamptis pyramidalis a differenza della maggior parte delle specie italiane produce nettare. A destra: una cetoniella si nutre sul fiore del cisto mentre un ragno napoleone attende immobile una preda.

Accanto al cespuglio di cisto svetta una delle ultime orchidee spontanee per la stagione tardo primaverile, l’orchidea piramidale (Anacamptis pyramidalis). Senza troppa convinzione mi abbasso alla sua altezza per scattargli qualche foto quando una Fallenia fasciata, una “mosca” impollinatrice, inizia a girare attorno all’infiorescenza e con una raffica veloce riesco a coglierla in asse perfettamente a fuoco! La fortuna di chi non ha velleità.

 

Mentre fotografo e cammino su questa prateria che guarda il Mediterraneo e mentre qualcuno di voi sta leggendo questo racconto, gli insetti impollinatori svolgono incessantemente un ruolo cruciale nella riproduzione delle piante a fiore, trasferendo il polline da uno stame all'altro e fecondandole.

 

È grazie all’impollinazione che possiamo mangiare frutti, piantare semi, avere un ambiente sano e indirettamente godere degli altri servizi ecosistemici prodotti dalle piante. Servizi ecosistemici, una definizione in cui al centro è sempre l’uomo e che rischia, se letta in modo superficiale, di descrivere il mondo naturale come una grande miniera a nostra disposizione, una fabbrica in cui gli operai non hanno nessun diritto. Preferisco utilizzare la definizione di funzione ecosistemica, che non rischia di declassare il mondo naturale a nostro servizio. Mentre dal borgo di Gavorrano arrivano i rintocchi delle campane della pieve di San Giuliano riprendo il cammino verso casa. Un coleottero cetonide, il bellissimo Trichius gallicus gallicus, si posa su un fiore di scabiosa, un gesto antico che si ripete da milioni di anni.


Il coleottero cetonide Trichius gallicus gallicus posato sull’infiorescenza rosa di una scabiosa.

 

 

il blog
Giacomo Radi

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.

 

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