Il gigante che ha visto sfilare sulla sua groppa i più grandi: sul Col de Tourmalet in bicicletta

Il Tour de France passerà per il celebre valico dei Pirenei, a 2.115 metri sul livello del mare, affrontando una salita iconica, storica, avvolta dal mito fin dagli albori del ciclismo

Sabato 19 luglio il Tour de France passerà per il Col du Tourmalet, 2.115 metri sul livello del mare, affrontando una salita pirenaica iconica, storica, avvolta dal mito fin dagli albori del ciclismo.
Un paio di anni fa, durante un viaggio in bici, ho salito il Tourmalet. Arrivato in albergo tanto felice quanto stremato ho scritto queste poche righe, che forse hanno qualcosa a che fare con l'andar per monti in sella a una bicicletta. Se "ciclismo è montagna", come abbiamo affermato più volte, forse ha senso proporle a voi che ci leggete e che, come noi, avete sete di salite.

La salita al Tourmalet ha in sé qualcosa di sacro. Lo percepisci fin dall'inizio, a Saint Marie de Campan, dove nella piccola piazza del villaggio tutti i ciclisti come te si fermano, formando capannelli silenziosi, e aspettano qualche minuto prima di partire. C'è bisogno di una "preghiera", prima della grande processione.
Ci sono i "supereroi" che studiano per l'ultima volta il profilo altimetrico e controllano meticolosamente cambio e catena; ci sono i fricchettoni che fanno colazione sbracati sui sampietrini; c'è la ragazza viaggiatrice solitaria, che si concentra in silenzio, un po' triste, fissando il vuoto e allineando chissà quali pensieri; c'è il ragazzino determinato circondato da mamma e papà, pronti a seguirlo in macchina, che viene ubriacato di incoraggiamenti e consigli; c'è l'anziano che ripensa a tutte le salite fatte nella vita e digrigna i denti di fronte a questa ennesima, forse ultima sfida.
C'è un pezzo di umanità affetta dalla tua stessa malattia, quella del pedale e delle ruote, che ad un certo punto parte, spingendo, ansimando, incoraggiandosi a vicenda.
Ci sono francesi, italiani, spagnoli, tedeschi, inglesi. A ogni sorpasso uno strano mix tra le lingue d'Europa produce frasi sconnesse, rese balbuzienti dal fiatone, che alla fine poi vogliono dire una sola cosa: "Forza, dai, allez! Che se ce la fai tu ce la posso fare pure io".

Senti una fratellanza ruvida e vera, che sa di copertoni, di sudore e d'asfalto.
Guardare questo serpentone umano lungo la strada ti aiuta, perché ti fa sentire parte di questa lenta processione di formiche che non deve fermarsi mai, altrimenti il Gigante potrebbe spazientirsi.
Ti senti davvero una formica, su questo gigante che ha visto sfilare sulla sua groppa i più grandi, i miti, le leggende. Bartali, Coppi e tutti gli altri sono nell'aria, anche per questo non sali spavaldo, ma abbassi il capo, timidamente, come prostrato di fronte a entità sovrannaturali.
Cerchi di dosare le forze, ma non è facile. L'emozione e la vista delle cime ti spingono a forzare, ma i muscoli rispondono picche.

Arrivi a La Mongie, un posto orribile di grattacieli che graffiano le montagne, costruiti per sciatori ricconi stile "Vacanze di Natale", e ti sale tutta la rabbia sociale e la sete di riscatto che diedero vita alle prima gare ciclistiche. Questo moto proletario e ambientalista ti aiuta ad affrontare gli ultimi quattro, interminabili chilometri, scanditi dalle scritte sull'asfalto dei tifosi del Tour, che leggi tutte, dalla prima all'ultima, le reciti anzi, come una litania.
E poi finalmente arrivi lassù, dove va in scena l'ultima parte del rituale collettivo.
Innanzitutto comprendi da subito una regola non scritta: quando a svalicare è un bambino, o un anziano, bisogna urlare e applaudire. E lo fai, insieme agli altri, con grande gusto.

Poi entri nella sfilata della foto di rito di fronte alla grande statua dell'uomo sulla bicicletta. Qui va in scena un passaggio di smartphone ininterrotto, di mano in mano, tra gente di tutto il mondo che non si conosce minimamente ma che, all'improvviso, sente di avere tra le dita la responsabilità del ricordo più tangibile di una giornata epica, da calendario. È il tuo turno, ti passano un telefono, ti impegni al massimo nel fotografare un tuo simile diversissimo, poi cedi il tuo telefono ad uno sconosciuto che a sua volta farà lo stesso con te. Una staffetta, la benedizione finale.

Poi, come tutti, cerchi un attimo di solitudine, cerchi le montagne, il silenzio, il panorama e tutto ciò che significano: metafore, ricordi, dolori, sogni, rimpianti, pura bellezza. Bevi, mangi qualcosina e poi giù, a valanga, tra vacche e pascoli.
C'era davvero bisogno di fare tutta questa fatica? Te lo chiedi, ad un certo punto, su un anonimo rettilineo di fondovalle, ma sai già che la risposta non c'è.
Cerchi disperatamente qualcosa da mangiare, devi ricaricare le pile, domani si riparte.

Un blog dedicato al cicloturismo, nella consapevolezza che questa pratica possa rappresentare oggi una delle modalità di viaggio e di esplorazione del territorio più interessanti ed ecologiche per vivere le "montagne di mezzo", come sosteneva Primo Levi: “Risalire a piedi o in bicicletta una valle di montagna, una di quelle che abbiamo percorso frettolosamente dozzine di volte in automobile o con i mezzi pubblici, è un’impresa talmente remunerativa, e così poco costosa, da domandarsi perché siano così rari quelli che ci si risolvono. Di solito, si tende all’alta valle, agli alti luoghi del turismo: la valle bassa rimane sconosciuta, eppure proprio qui la natura e le opere dell’uomo portano più distinte e leggibili le impronte del passato”













