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Sport | 25 agosto 2025 | 13:00

"Serve un’identità cicloturistica italiana, non un’imitazione estera. E occorre costruire una cultura del rispetto per chi pedala". Il Tuscany Trail come scintilla di un 'movimento' che sta crescendo

Tuscany Trail #4 - A fine maggio L'AltraMontagna ha partecipato a uno dei più importanti eventi italiani dedicati al cicloturismo. Un'esperienza di viaggio lento e responsabile che ci ha colpiti da diversi punti di vista e che abbiamo deciso di narrare all'interno di un reportage in quattro puntate, contenente una lunga intervista al fondatore, Andrea Borchi. In questa quarta e ultima puntata, chilometro dopo chilometro, si racconta delle opportunità e dei limiti del cicloturismo in Italia, del viaggio come esplorazione interiore e della contrapposizione, da rielaborare e superare, tra uomo e natura

Qui è possibile leggere la prima, la seconda e la terza puntata del reportage.

 

Il risveglio dell’ultimo giorno assomiglia al caffè un po’ bruciacchiato che ci prepariamo con una vecchia moka. Il profumo inebria, invita, come i chilometri che mancano da qui alla fine del viaggio. Il gusto, però, lascia l’amaro in bocca di ogni avventura che si conclude troppo presto.

 

Per certi versi sembra di essere in sella da mesi, in qualche luogo esotico dall’altra parte del mondo. Ma siamo partiti solo tre giorni fa, praticamente dietro casa, a poche ore di macchina dalle nostre famiglie. È davvero curioso come il sentirsi in viaggio, l’essere in viaggio, non importa poi dove o da quanti giorni, dilati la percezione del tempo e dello spazio. Sorseggiando il caffè abbrustolito penso che questo enorme privilegio, che la generazione dei miei nonni non ha avuto la benché minima possibilità di sperimentare, dovrebbe imprimerci dentro una smisurata gratitudine; ma anche, soprattutto, una forte empatia verso chi vive in luoghi del mondo dove possedere una bicicletta e qualche giorno di ferie non è altro che un lontano miraggio. Ma l’empatia non basta per cambiare le cose, anche se si tratta di una chiave fondamentale per innescare pensieri e azioni. Come far convivere questa innata condizione favorevole, questa comodissima ma nauseante sensazione di enorme vantaggio, con la consapevolezza di ciò che accade nel resto del pianeta e al pianeta stesso? Come non sentirsi soltanto fortunati, e neppure perennemente “in colpa”, ma parte attiva di un cambiamento necessario?

 

Muoversi su un mezzo ecologico e rispettare i territori attraversati è importante, ma ovviamente non basta. Viaggiare in bicicletta è un atto politico, ne sono convinto, ma è solo un minuscolo passo in un cammino enormemente più ampio e complesso, fatto anche di quotidiani compromessi e innumerevoli contraddizioni che spesso si raggrumano nell’anima, come il fondo denso di questo mediocre caffè.

 

Carichiamo le bici per l’ultima volta, ripetendo una sorta di rituale ormai collaudato. Prima la borsina sottosella, da posizionare e stringere con cura, poi quella da manubrio, da collocare con attenzione per non intralciare troppo i cavi; infine l’aggancio di luci, ciclocomputer e borracce. I nostri muli di carbonio sono pronti per l’ultima cavalcata.

Torniamo ai piedi di Volterra, dove avevamo abbandonato “Sua Maestà la Traccia” la sera precedente. C’è un gran via vai attorno al Base Camp, così decidiamo di annusarne l’atmosfera facendo colazione in un baretto che si trova proprio al suo interno. In fila mi rendo conto della varietà di provenienze: tedeschi, francesi, sloveni, olandesi e chissà chi altro ancora. E pensare che, meno di un secolo fa, facce identiche alle nostre si sparavano addosso. Mi assale ancora quella dolce ma scomoda sensazione di privilegio, mista ad un senso di panico, perché tutta questa libertà, questi territori, questi paesaggi, questa bellezza, questo senso di fratellanza, sono dati troppo spesso per scontati. Non avere consapevolezza di tutto ciò significa iniziare a perderlo, pezzo dopo pezzo.  

Faccio scivolare via questi grevi pensieri mattutini pedalando più veloce di loro e forzando l’andatura in un ampio fondovalle d’asfalto. Ma la Traccia è inesorabile: presto lo sterrato prende di nuovo il sopravvento, la strada si inerpica, l’andatura deve necessariamente calare. Salendo verso Montecatini Val di Cecina mi colpisce la vista delle colline, così simili ma in fondo così differenti rispetto a quelle attraversate finora. Il viaggio a questa velocità aguzza la vista, rende nitide le sfumature, fa comprendere come il paesaggio non è altro che uno specchio delle peculiarità sociali, ambientali ed economiche di ogni territorio attraversato. Ogni valle, ogni collina, è sempre leggermente differente da quella precedente, in una costante sfumatura che rende i nostri paesaggi culturali dei luoghi preziosi perché “biodiversi”, finché riusciremo a salvaguardarli dall’omologazione.    

 

In discesa, ad un bivio, capita qualcosa di buffo e apparentemente incomprensibile. Metà dei ciclisti svolta a sinistra, l’altra metà prosegue dritto, ciascuno convinto di seguire la retta via indicata dalla “Sacra Traccia”. Luca, che da buon discesista mi precede, tira dritto: la sua Traccia gli dice di fare così. Io invece giro a sinistra, perché la mia prevede la deviazione. La Traccia è chiaramente la stessa, ma forse gli algoritmi dei diversi software che la elaborano hanno nel loro codice un numero, un punto o una virgola di differenza. E così, senza saperlo, ci perdiamo presto di vista.

Mi convinco ad un certo punto che la strada sbagliata sia indubbiamente la mia, perché mi ritrovo, da solo, in uno stretto e sconnesso sentiero nel bel mezzo di un campo di grano. Mi fermo indispettito, ma imparo presto a godere di questo bizzarro fuori programma. Mi accorgo, infatti, di essere completamente solo, per la prima volta in questi quattro giorni. Respiro a fondo guardandomi attorno e mi viene da pensare che forse quegli strani pensieri mattutini da cui sono scappato dovevano raggiungermi di nuovo proprio qui, nel mezzo di una collina pisana qualunque, per farmi ragionare sul mio posto nel mondo. Un piccolo posto, come quello di tutti. Una vita nella media, come quella di molti. Pochi talenti, non sempre investiti a dovere. Ma tanti sogni, qualche solido ideale e la ferrea volontà di fare sempre la mia parte, nella direzione che ritengo giusta, seguendo la calviniana lezione di “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Pedalare per giorni serve in fondo anche a questo. È come guardarsi allo specchio, vedere solo una strana macchia informe e accorgersi che è appannato; allora si toglie lo strato di umidità e piano piano si ritrovano i propri lineamenti, ci si riconosce; finalmente è allora possibile fissare nuovamente i propri occhi e dirsi qualcosa… qualcosa che si può soltanto sussurrare a sé stessi. 

 

“Ma dove diavolo sei finito!?”

Luca, al telefono, mi richiama all’ordine, mentre due ciclisti solitari mi sorpassano tra le spighe, spaesati tanto quanto me. Li seguo e in breve inizio a pensare che la traccia corretta sia sicuramente la mia, perché… vuoi mettere la magia di questo singolare passaggio campestre rispetto al grigio e bituminoso fondovalle? Gli organizzatori del Tuscany Trail, a quel bivio, avrebbero senza dubbio virato per di qua, ne sono certo. 

 

Finalmente ci ricongiungiamo. Non capiremo mai, in realtà, chi dei due ha imboccato la strada sbagliata. Forse nessuno, perché in fondo non esistono strade sbagliate; solo strade percorse, strade mancate, strade non viste, strade perdute…

Anche il cicloturismo è una strada, una strada di turismo alternativo, lento e rispettoso dei territori che per fortuna sta esplodendo in questi ultimi anni, anche grazie a iniziative come il Tuscany Trail. 

 

“Una parte del mio lavoro consiste oggi proprio nel fare divulgazione del cicloturismo, parlando con istituzioni, imprenditori, enti locali”, mi ha raccontato Andrea Borchi, fondatore e custode della manifestazione.

 

Secondo Andrea, per comprendere l’evoluzione del cicloturismo in Italia negli ultimi anni bisogna partire da un dato oggettivo: il nostro Paese è oggi la destinazione più scelta in Europa per i viaggi in bicicletta, davanti a Francia e Spagna. “Questo è merito di ciò che abbiamo e che gli altri non possono copiare: un territorio unico, estremamente vario, ricco di cultura, bellezze naturali, arte e, ovviamente, enogastronomia. Siamo già i primi della classe, ma questo non significa affatto che vada tutto bene, anzi! C'è ancora tanto, tantissimo da fare”.

 

Andrea ha idee molto chiare a riguardo, che mi ha riassunto in tre punti (più uno).

 

“Serve innanzitutto un’identità cicloturistica italiana, non un’imitazione estera. Spesso si cerca di copiare modelli stranieri, come quello delle piste ciclabili perfette dei Paesi Bassi o della Germania. Ma l’Italia è diversa, sia morfologicamente che culturalmente. Realizzare infrastrutture ciclabili nel nostro territorio - collinare, montuoso, complesso - è spesso difficile, costoso, talvolta impossibile”.

 

Andrea ha toccato poi un punto fondamentale: il rispetto dei ciclisti sulla strada. Si contano infatti ancora troppi incidenti che coinvolgono ciclisti sulle strade italiane, troppi feriti, troppi morti, troppi insulti gratuiti, troppe battute, dette anche senza ragionare a fondo, che dimostrano un enorme problema culturale. “Questa, per me, è la vera grande lacuna. In Italia manca una cultura del rispetto verso chi va in bici. Si tratta prima di tutto di un problema culturale, non tecnico. In altri Paesi - penso alla Germania, ad esempio - il ciclista viene rispettato per due motivi fondamentali. Primo: è riconosciuto come un turista di valore, che porta economia, lavora sul territorio, consuma responsabilmente. Secondo: c’è consapevolezza civica. Si capisce che una bici è vulnerabile e che una macchina può uccidere. Il rispetto nasce da una cultura evoluta. Finché non cambierà questa mentalità, nessuna infrastruttura potrà davvero funzionare. Il rispetto deve venire prima di qualsiasi investimento.

 

Terzo punto: bisogna valorizzare le risorse esistenti. L’Italia è piena di strade secondarie, sterrate, sentieri e paesi bellissimi. Non dobbiamo costruire tutto da zero. Dobbiamo invece organizzare, segnalare e promuovere ciò che già abbiamo, con qualità e visione. Questo approccio funziona benissimo, soprattutto in quelle regioni dove oggi i turisti scarseggiano. Perché? Perché i luoghi isolati, immersi nella natura, magari meno adatti al turismo di massa, sono perfetti per il cicloturismo”.

 

Il quarto punto riguarda proprio il Tuscany Trail che, nel suo piccolo, ha dato un contributo importante alla crescita del cicloturismo in Italia. “Non abbiamo solo portato migliaia di persone a pedalare in Toscana. Abbiamo anche, forse soprattutto, acceso una scintilla in tanti partecipanti. Ci sono persone che dopo aver fatto il Tuscany Trail hanno organizzato eventi simili nella propria regione, promuovendo i loro territori attraverso la bici. Questo effetto moltiplicatore è forse l’impatto di cui andiamo più orgogliosi”.

 

Scintilla su scintilla divampa il fuoco di un movimento. E un movimento che nasce dal basso è la prima garanzia di un cambiamento che può coinvolgere buona parte della società. È così che nascono le vere rivoluzioni.   

Dopo un breve tratto di fondovalle si torna a salire: sarà l’ultima grande scalata, prima di planare verso il mare. La strada, ovviamente sterrata, è molto ripida, ma quasi non sentiamo la fatica. O le gambe stanno iniziando davvero ad allenarsi, oppure, molto più probabilmente, in questi casi è la testa che conta. Sentiamo di avercela quasi fatta, di stare chiudendo un cerchio, e che cerchio! O meglio, uno strano ovale tremolante che a guardarlo fuori contesto sembra disegnato da una mano ubriaca, ma che in realtà è la sapiente, coraggiosa, meravigliosa Traccia che ci ha portati fin qui.

 

Querceto, con il suo castello circondato da cipressi, ci appare come in una fiaba. Un agglomerato medievale stretto e lungo, completamente circondato da boschi e uliveti; una delle tante perle nascoste di cui il nostro Paese è talmente pieno da rischiare quasi di scordarsene. Da qui inizia una sterrata larga, grigio scura, pietrosa, diversa da quelle percorse finora, che risale le pendici di un Monte chiamato Aneo. Monte, dice il toponimo, anche se misura appena 520 metri sul livello del mare. Eppure sembra di essere a quote ben più elevate, alla faccia delle strambe classificazioni legislative italiane che vorrebbero relegare il concetto di montagna soltanto a ciò che supera i 600 metri di quota.

La pendenza cala e si pedala meglio, ma sempre in salita, nel fitto del bosco. Arrivati allo scollinamento, tra scure rocce affioranti, mi avvolge una nota sensazione mineraria. Siamo nel cuore della Riserva Naturale Monterufoli-Caselli, che avevo letto essere conosciuta come “una delle zone wilderness più importanti della Toscana, per la continua copertura forestale e per la scarsa presenza dell’uomo”. Questo mi affascina, mi fa sorridere, ma anche pensare.

 

L’occhio da forestale mi porta infatti a comprendere immediatamente come questi boschi siano la chiara espressione di una passata gestione antropica. Sono sicuro che al loro interno si trovino vecchie aie carbonili, costruzioni, muretti a secco, segni inequivocabili di presenza umana. E quella nota sensazione, derivata dalle scure e affascinanti rocce ofiolitiche, è confermata da un cartello che indica la presenza di vecchie miniere. Quelle che oggi a causa dei mutati scenari socioeconomici e di nuove sensibilità sono considerate “aree wilderness”, in un tempo non troppo lontano erano luoghi vissuti, addirittura centrali per l’economia. Il passato non è quasi mai da rimpiangere, ma va conosciuto, per meglio inquadrare il presente e immaginare il futuro. Un presente e un futuro in cui la contrapposizione tra umano e natura dovrà essere necessariamente rielaborata, superata, abbracciando il senso profondo della parola “ecologia”: la scienza delle relazioni, anche tra noi e l’ambiente che ci circonda.

 

“Per rivalutare le montagne di mezzo è necessario decostruire la presunta sacralità della wilderness, sostituendola con il termine biodiversità, inteso in termini non oppositivi rispetto alla presenza umana”, ha scritto l’amico Mauro Varotto, geografo dell’Università di Padova, nel suo illuminante libro “Montagne di mezzo”, “ciò richiede il ritorno a un ruolo attivo e consapevole dell'uomo come agente naturale capace di coltivare la diversità, contrastare l'avanzata incontrollata della vegetazione spontanea, recuperare la polifunzionalità delle foreste, ma anche la valorizzazione dello spontaneo e del selvatico all'interno degli spazi coltivati”.

 

Della stessa idea è anche un altro amico, lo scrittore Marco Albino Ferrari“Il pericolo non è l’uomo in sé, semmai sono i suoi comportamenti nefasti: l’emissione di inquinanti, la tendenza a confondere il benessere con il consumo. Spesso si tende a prendere la scorciatoia e risolvere la questione condannando l’uomo in quanto tale: l’uomo come nemico a priori, come ospite inopportuno del pianeta. Ma così facendo l’uomo viene automaticamente contrapposto alla natura, dimenticando che noi stessi siamo natura. L’obiettivo che sento forte di dover esprimere è scardinare la contrapposizione uomo-natura: liberiamoci dalla sacralizzazione del selvaggio, e troviamo nella cura attiva dell’ambiente la via necessaria per preservare il pianeta e noi stessi”.

Boschi e ofioliti, ofioliti e boschi, in un saliscendi che sembra non finire mai. Il collo e le spalle iniziano a sentire le conseguenze dei tanti chilometri sconnessi e l’asfalto, per una volta, mi appare come una benedizione. Inizia la lunga discesa che plana verso il mare attraversando le colline della geotermia, con i loro impianti energetici segnati da sbuffi biancastri.

 

A Suvereto ci tuffiamo, come altre decine di ciclisti, in una bottega-macelleria letteralmente presa d’assalto. A colpirci sono molti pedalatori seduti ovunque, per terra, sui muretti o a bordo strada, con panini di una tale dimensione da lasciare tutti a bocca aperta, in ogni senso. Il macellaio è un toscanaccio che sa fare il suo mestiere, condendolo con una buona dose di folklore: una fetta di pane (in realtà un pane intero tagliato a metà), e via una battutaccia, un’altra fetta e giù una mezza imprecazione. Vietato discutere del quantitativo e delle dimensioni delle pietanze inserite all'interno, pena un'esposizione al pubblico ludibrio con l'accusa di essere dei ciclisti-fighetti. Ci troviamo presto tra le mani un panino talmente grande da sfidare la nostra apertura boccale. Forse, domattina, più che dolore alle gambe sentiremo male alle mandibole.

 

C’è l’ultimo strappetto prima del gran finale, da percorrere ovviamente a tutto gas. E poi, in un batter d’occhi, eccoci tornati al punto di partenza.

 

La testa della Dea Traccia ora morde la sua coda, mentre noi ci sentiamo già un po' orfani. Siamo dei “Finisher”, così si dice in gergo sportivo. L’ultimo brindisi in un chiosco affollatissimo ha il dolceamaro sapore della malinconia.

“La zona di partenza e arrivo del Tuscany Trail è un luogo speciale”, mi ha raccontato Andrea Borchi, “qualcosa che va oltre la semplice logistica di un evento. È un vero raduno, una grande festa multicolore che raccoglie migliaia di persone accomunate da una stessa passione: il viaggio in bicicletta”.

 

E non si tratta solo di uno spettacolo per chi partecipa. Ogni anno, in quel punto preciso, si radunano anche tanti occhi curiosi dell’industria della bici. “Molte aziende mandano qualcuno per osservare, per capire dove sta andando il mondo della bicicletta, perché quando hai davanti a te seimila persone pronte a partire, puoi cogliere con uno sguardo le tendenze: chi usa la gravel, chi preferisce la mountain bike a pedalata assistita, chi monta le borse laterali, chi invece quelle da bikepacking. È come vedere un intero settore che prende forma davanti ai tuoi occhi, con tutte le sue sfumature, le sue scelte, i suoi stili”.


Per gli organizzatori, però, quel luogo e quei momenti sono ancora più densi di significato.

 

“Dopo un anno intero passato a immaginare, a progettare, a rispondere alle mail, a leggere commenti e messaggi sui social, dopo mesi in cui tutto è virtuale, arriva il momento in cui finalmente ci si incontra. Ci si guarda in faccia. Ci si parla. Ci si stringe la mano. Ed è un’emozione fortissima”, racconta Andrea. “In quei momenti ci fermiamo, anche solo per qualche istante, ad osservare. A respirare tutto quello che ci circonda. E il primo pensiero che attraversa la mente è un misto di gioia e orgoglio”.

 

Secondo Borchi il Tuscany Trail è diventato quello che è grazie a due parole chiave: passione e perseveranza: “Io credo davvero che chi ha passione e persevera nella ricerca dei suoi obiettivi prima o poi arriva dove vuole arrivare. Il mio obiettivo era creare un evento capace di far vivere agli altri le stesse emozioni che io stesso avevo provato in Islanda, anni fa. E vedere oggi tutto questo - la gente, le bici, le strette di mano, i sorrisi - è la conferma che quel sogno si è realizzato”.

 

I giorni dell’arrivo, per Andrea, sono quelli più ricchi di carica emotiva: “Si vedono persone che festeggiano, che si abbracciano, che si raccontano. Persone che all’inizio erano perfetti sconosciuti e che adesso si guardano come fratelli, perché hanno vissuto insieme qualcosa di forte, di autentico, che li legherà per molto tempo, forse per sempre. Si respira la festa di chi si è fatto un regalo. Il regalo di prendersi del tempo per sé, per fare ciò che ama, per sentirsi bene, per crescere, per vivere un’avventura vera, fuori dall’ordinario. Sapere che tutto questo accade anche grazie al lavoro che abbiamo fatto è una sensazione difficile da spiegare, ma bellissima da vivere”.

Andrea Borchi, il fondatore, ha concluso la nostra chiacchierata con un consiglio rivolto a lettrici e lettori de L’AltraMontagna: “A chi ama la montagna, il nostro consiglio è semplice: provate. Mettetevi in sella, anche solo per un weekend. Uscite dalla vostra zona conosciuta e scoprite cosa vuol dire viaggiare in bicicletta. Non serve essere dei ciclisti esperti o avere la bici perfetta. Serve solo la voglia di guardare il mondo da una prospettiva nuova. In fondo, chi cammina in montagna e chi viaggia in bici ha molto più in comune di quanto sembri. I valori sono gli stessi: il rispetto per la natura, il silenzio che fa bene, la voglia di vivere emozioni autentiche, la libertà di rallentare, di perdersi, di ritrovarsi. Soprattutto, la consapevolezza che il viaggio non è solo una questione di chilometri, ma di sguardi, di incontri, di spazi interiori”.

 

 

 

 

Tutte e quattro le tappe del reportage sono archiviate nel Blog "In montagna sui pedali", insieme ad altri racconti di cicloviaggi.  

Foto: Tuscany Trail

il blog
In montagna sui pedali

Un blog dedicato al cicloturismo, nella consapevolezza che questa pratica possa rappresentare oggi una delle modalità di viaggio e di esplorazione del territorio più interessanti ed ecologiche per vivere le "montagne di mezzo", come sosteneva Primo Levi: “Risalire a piedi o in bicicletta una valle di montagna, una di quelle che abbiamo percorso frettolosamente dozzine di volte in automobile o con i mezzi pubblici, è un’impresa talmente remunerativa, e così poco costosa, da domandarsi perché siano così rari quelli che ci si risolvono. Di solito, si tende all’alta valle, agli alti luoghi del turismo: la valle bassa rimane sconosciuta, eppure proprio qui la natura e le opere dell’uomo portano più distinte e leggibili le impronte del passato”

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