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Sport | 11 agosto 2025 | 12:00

Grazie alla bici, "20 milioni di euro distribuiti in un territorio vasto, non in pochi luoghi d'élite": l'indotto economico del Tuscany Trail e la nuova consapevolezza delle istituzioni

Tuscany Trail #2 - A fine maggio L'AltraMontagna ha partecipato a uno dei più importanti eventi italiani dedicati al cicloturismo, il Tuscany Trail. Un'esperienza di viaggio lento e responsabile che ci ha colpiti da diversi punti di vista e che abbiamo deciso di narrare all'interno di un reportage in quattro puntate, contenente una lunga intervista al fondatore, Andrea Borchi. In questa seconda puntata, chilometro dopo chilometro, si racconta dell'indotto economico generato e distribuito sui territori attraversati, di filosofia di viaggio e della lettura di un paesaggio affascinante e complesso

Festival AltraMontagna

Qui è possibile leggere la prima puntata del reportage.

 

La partenza della seconda tappa è stranamente baldanzosa: le gambe girano a meraviglia all’ombra di imponenti pini domestici e così, nel primo tratto d’asfalto, ci tuffiamo con spavalderia in questo nuovo giorno in sella. Ma la traccia, inesorabile, ci richiama presto all’ordine, infilandosi in un cupo passaggio forestale in cui a dominare è il fango. La notte precedente ha piovuto e così, sotto un fitto ombrello di querce, ci tocca lottare non solo con le dure pendenze, ma anche con l’equilibrio. Diamo tutto per non mettere il piede a terra mentre pensiamo, un po’ impauriti, a quello che ci aspetta: dalla Maremma oggi bisogna conquistarsi la Val d’Orcia, a suon di ripidi strappi tra i vigneti più osannati del mondo.

Arriviamo con le biciclette coperte di melma nel piazzale di un podere nei pressi di Paganico. Per fortuna gli agricoltori ci mettono a disposizione non solo una provvidenziale canna dell’acqua, ma anche un salvifico banchetto con caffè e biscotti, oltre a una sfilza di battute colorite. Mentre si lavano le bici e ci si asciuga al sole, si fa anche colazione e si scambiano due chiacchiere: così un inizio di giornata un po’ traumatico si trasforma presto in una gioiosa festa d’avvio per una nuova tappa del Tuscany Trail.

 

Alcune vacche dalle lunghe corna sembrano guardarci impietosite mentre risaliamo sulle selle bagnate. Uscendo dal cancello della tenuta rifletto sul fatto che questo contatto con aziende e realtà locali ha qualcosa di speciale, di molto distante dal turismo mordi e fuggi, senz’anima, sempre più spinto da una visione distorta del vivere i territori. Sfondi per selfie, luna park, non luoghi custoditi da comunità che meritano ascolto e rispetto. Chissà se le istituzioni, spesso incapaci di una visione coraggiosa e controcorrente, si stanno accorgendo del valore economico, ma anche sociale, culturale e ambientale di eventi come questo, di modalità come questa di fruizione dei luoghi.

“Il rapporto con il territorio è cambiato moltissimo nel corso degli anni”, mi ha raccontato Andrea Borchi, fondatore del Tuscany Trail e oggi custode del suo spirito originario.

 

“Per capire questo cambiamento bisogna considerare un dato importante: la Toscana è una delle regioni più turistiche d’Europa, con 46 milioni di presenze all'anno. In un contesto simile, dove i turisti arrivano da soli, un evento che porta nuovi visitatori non faceva inizialmente molta differenza”.

 

Nei primi tempi, per il gruppo guidato da Andrea, è stato complicato farsi conoscere e riconoscere dalle istituzioni e dagli operatori turistici locali. Ma col passare degli anni le cose sono cambiate, e non poco.

 

“In quest’ultima edizione del 2025”, mi ha raccontato Andrea, “stimiamo che il Tuscany Trail abbia generato almeno 20 milioni di euro di indotto turistico diretto sul territorio. Si tratta di cifre che contano, anche per una regione in cui il turismo è da sempre un pilastro economico”.

 

20 milioni di euro: il valore generato in una manciata di giorni da una traccia GPS realizzata con cura e visione in un paesaggio tra i più apprezzati del mondo. Un valore che non rimane concentrato in pochi luoghi elitari presi d’assalto senza regole, ma che viene al contrario spalmato su un territorio vasto, fatto anche di realtà meno note, di zone meno battute. Un valore originato da un viaggio percorso interamente con mezzi ecologici, da persone generalmente abituate a muoversi nel rispetto dei luoghi attraversati.

 

20 milioni di euro in pochi giorni: un numero che fa riflettere, che da speranza, perché sfida apertamente, dati alla mano, alcune prassi ormai obsolete legate turismo di massa; scelte, investimenti, infrastrutture poco armoniche, che ancora portano a sfregiare troppe località del “Bel Paese”, dalle coste all’alta montagna.

Il paesaggio cambia, pedalata dopo pedalata, curva dopo curva, collina dopo collina, fatica dopo fatica, in quella “velocità magica” che fa del viaggio in bicicletta qualcosa di unico e inimitabile. Il disordine schietto delle colline maremmane si fonde presto nelle geometrie lineari dei colli senesi. Appaiono le prime file di cipressi, a guardia di versanti dove i vigneti regnano incontrastati. Un nome iconico inizia ad apparire sui segnali stradali: “Eroica”. Siamo ormai sulle strade della famosa corsa in biciclette e abiti d’epoca che, in modo diverso ma complementare al Tuscany Trail, ha contribuito negli anni ad associare questi luoghi, questi tracciati orgogliosamente privi d’asfalto, alla pratica del ciclismo, in particolare del gravel.

 

Inizia una durissima salita. Tutti sembrano al limite ma, complice la bassissima velocità, è facile percepire un gran godimento interiore tra le smorfie di compagne e compagni di pedalata. Faticare come muli immersi nel paesaggio genera un piacere difficilissimo da raccontare a chi non ha mai provato questo genere d’esperienza. È un cocktail micidiale fatto di endorfine e panorami, di sfida con sé stessi e pace con il resto del mondo, di energia sprigionata dai muscoli ma immediatamente riassorbita dal cervello, di odori e colori, di suoni esterni che si mischiano a quelli interni: il cuore che batte, il respiro che accelera… una droga, indubbiamente. Qualcosa che crea dipendenza, per fortuna senza troppi effetti collaterali, anzi!

 

Al termine del duro strappo, una piccola fontanella diventa il centro di un raduno nel raduno. Una signora, munita di borsa della spesa, passando osserva incredula questa moltitudine, pensando forse a una tappa del Giro d’Italia. Saluta sorridente forse sperando, chissà, che tra i tanti figuri all’apparenza un po’ scoppiati sia nascosto il nuovo Gino Bartali.

 

Arriviamo in un paesino arroccato di poche case, ma con un paio di bar e altrettanti ristoranti, tutti allegramente invasi da noi affamati pedalatori. Ecco la nitida immagine dell’indotto economico, del benessere diffuso e non concentrato in pochi luoghi d’élite, che una manifestazione come questa è capace di generare.

20 milioni di euro in una manciata di giorni sono tanti, tantissimi. Ma parallelamente a questi freddi numeri, a far riconoscere il Tuscany Trail dalle autorità locali ha contribuito anche qualcos’altro. Da alcuni anni le istituzioni, a partire dalla Regione Toscana, proprio grazie al successo di eventi come questo hanno avviato una profonda riflessione su quale tipologia di turismo promuovere nell’area.

 

“Oggi l’obiettivo non è più solo avere tanti turisti”, mi ha spiegato Andrea Borchi, “ma attirare la tipologia di turista giusto: un visitatore consapevole, lento, rispettoso, che vuole vivere e assaporare il territorio in modo autentico e sostenibile. E guarda caso, il profilo del cicloturista incarna perfettamente questo modello. Per questo motivo il nostro evento è oggi riconosciuto e stimato non solo per la quantità di turisti che porta, ma soprattutto per la qualità del turismo che promuove”.

 

“Nel 2025, per la prima volta, abbiamo firmato un accordo triennale con il Comune di Campiglia Marittima, che ospita partenza e arrivo dell’evento. Il Comune ha compreso il valore del turismo outdoor e ha colto l’occasione per diventare, almeno per una settimana, uno dei centri mondiali del bikepacking e del gravel”.

Per conquistare l’agognata Val d’Orcia bisogna affrontare ancora una salita, la più dura. Le gambe iniziano a reclamare, ma la volontà e quello strano stato di grazia che nasce dal vivere un’esperienza del genere si trasformano in un’energica mano che ci spinge. Il fatto di sentirsi parte di un unico grande serpentone umano aiuta, e non poco. Nessuno parla con la bocca, troppo impegnata a immagazzinare e risputare ossigeno, ma tutti lo fanno con gli occhi: guardandosi ci si incita, ci si dice un po’ orgogliosamente che “se ce la fai tu allora ce la posso fare anch’io”, si condivide ogni goccia di sudore, non ci si sente mai soli.

 

In cima scambio due chiacchiere con un ragazzo sloveno. Gli dico che Tadej Pogacar, suo connazionale e attuale fenomeno del ciclismo mondiale, questa salita se la sarebbe bevuta come un bicchier d’acqua. Lui si volta, osserva le paurose rampe appena percorse e scrollando la testa mi risponde che… “No no, credo che qui un po’ di fatica l’avrebbe fatta pure lui!”. Ridiamo, va bene ad entrambi pensare che sia vero, anzi, verissimo.

La strada ora è asfaltata e segue in salita un lungo crinale, come in bilico tra due mondi. Poco dopo si arriva a una sorta di valico, che domina tutto il territorio appena attraversato e quello ancora da conquistare.

 

Sul passo ci si ferma, in silenzio, ad assaporare questa vastità. È uno di quei momenti in cui l’apparente inutilità del viaggio acquisisce un senso concreto. Ti senti parte del tutto, un microscopico ingranaggio in un mastodontico e inarrestabile meccanismo. Ti senti piccolissimo, ma al tempo stesso vitale, funzionante, “rotolante”, come quella famosa pietra cantata da Bob Dylan che dà il nome ai Rolling Stones. Capisci che il misterioso incedere dell’esistenza in questo strano mondo assomiglia limpidamente ad un ciclista come te, che corre su e giù per le colline e le montagne della vita con le proprie forze, con muscoli e testa, con gambe e cuore.

 

Non c’è, quassù, il classico cartello con nome, quota e centinaia di adesivi appiccicati da chi sente l’esigenza di lasciare un discutibile segno del proprio passaggio. Non è un vero e proprio valico montano, ma sento le stesse vibrazioni che ho collezionato in decine e decine di “passi”, “selle”, “forche” o “forcelle” attraversati sulle Alpi, sui Pirenei, lungo gli Appennini o i Balcani.

Ho sempre nutrito un fascino particolare per i valichi. Perché questi passaggi in quota, individuati dai nostri avi grazie a un’osservazione attenta e a una conoscenza meticolosa del territorio, sono a mio avviso luoghi democratici e commoventi, in cui il grosso dell’esperienza umana, quella non riservata a pochi eletti, più si avvicina alla montagna. Vi trovi il camionista e il boscaiolo, l’alpinista e il cicloamatore, il centauro e il trail runner, l’operaio stradale e lo scienziato, il fotografo e l’agricoltore, la famiglia agitata e il bus turistico che scarica una comitiva di pesci fuor d’acqua. Vi trovi talvolta l’altare, o la cappella, insieme alle luccicanti insegne della religione del consumismo. E tutto questo insieme, dannatamente antropico, è circondato da vette, boschi, pareti, talvolta persino ghiacciai. Un’atmosfera straniante, i segni di un’umanità che, con tutti i suoi limiti, i suoi slanci, le sue storture e goffaggini, ha provato e ancora prova ad affacciarsi alla montagna. Un mix caleidoscopico che spesso fa incazzare, che talvolta rattristisce, ma che invita a riflettere sul significato profondo di questi “luoghi di mezzo”, di questi “purgatori” tra vette e fondovalle, di questi spazi misteriosi e sospesi.

 

Il valico è da sempre simbolo di montagna aperta: a contaminazioni, a incontri, a culture che si intersecano arricchendosi a vicenda. Il valico però è talvolta anche confine: montagna che si chiude, nuovi fili spinati, materiali o mentali, che emergono laddove erano solo un vago e arrugginito ricordo. Il valico è teatro di addii, trampolino di ritorni, porta di eserciti, finestra su altri mondi.

 

Quando vi arrivo, come ora, e mi fermo a bere e a rifiatare, osservo la salita alle spalle e la discesa davanti agli occhi e penso che la nostra esistenza non è altro che una lunga strada tra le montagne. Un cammino che passa in bui fondovalle e al cospetto di vette meravigliose, molto ben visibili, ma che non sempre possiamo raggiungere. I valichi invece sì: sono lassù tra le cime, ma posizionati un po’ più in basso, fatti proprio per essere attraversati da chiunque, anche da chi non amiamo, anche da chi non ci assomiglia. Sogni a portata di mano, ma non per questo meno nobili, meno sogni.

Il mio personalissimo momento filosofico viene presto annullato dai morsi della fame. Planiamo in discesa verso Castiglion d’Orcia, dove entriamo in una vera e propria scena da film. La piccola piazza del paese, dominata dalla fontana, è letteralmente invasa dalle biciclette e dai loro conducenti. Siamo in tanti, sembra di essere nel mezzo di un piccolo concerto rock, ma questo non c’entra nulla con l’overtourism. Tutti sono placidi, beati, distesi al sole, perché chi ama la fatica sa godersi anche il meritato riposo. C’è chi mangia, chi dorme, chi legge, chi consulta una mappa. Una micro Woodstock ciclistica in una piazzetta toscana.

 

Entriamo in una bottega dove i titolari, al tempo stesso esausti e galvanizzati, affettano pane, prosciutto e formaggio come se non ci fosse un domani.

 

“Io tra poco chiuderei” dice quella che mi pare essere la figlia. “Tu se’ matta?!?”, le risponde perentoria la madre, “Oh! E quando ci ricapita un giorno del genere! Tu fa come vuoi, ma io vo avanti a fa’ panini!”

“L’indotto durante la settimana del Tuscany Trail è importante, ma non c’è solo questo”, ci ha tenuto però a sottolinearmi Andrea Borchi, il fondatore, parlando di cosa lascia questa manifestazione nei tanti luoghi attraversati.

 

Sempre più persone tornano su questi territori anche dopo l’evento, attratte dal fascino del percorso e dal richiamo del Tuscany Trail. Per questo abbiamo iniziato un vero e proprio processo di valorizzazione dei luoghi attraversati. Se all’inizio era difficile farsi ascoltare, oggi siamo partner attivi nella promozione del territorio, insieme al territorio stesso”.

Dal fondo della Val d’Orcia risaliamo verso Pienza, la “Città Ideale”. Il Monte Amiata vigila, come un gigante buono, su questa miriade di formiche a pedali che gli solleticano i piedi. Accompagnati da un gregge di nuvole bianche pedaliamo nel cuore di uno dei luoghi più belli al mondo, un territorio dove i concetti di “naturale” e “antropico” si mescolano fino a confondersi.

 

Proprio qui vicino, a Siena, nel Palazzo Pubblico, è conservato il famoso ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti datato 1338-1339 e chiamato “Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo”. Nell'affresco “Effetti del Buon Governo in campagna” si evidenza chiaramente la centralità del lavoro umano nella creazione del paesaggio armonico che ancora oggi caratterizza le colline senesi

 

Tutta questa bellezza non è affatto solo “natura”, almeno per come questo termine è oggi concepito dai più, legato cioè all'assenza dell'umano. Al contrario è anche, forse soprattutto, storia di uomini e donne, storia di lavoro e fatica, di bisogni primari, di tecniche agronomiche, di macchinari, di mappe catastali, di scelte di buon governo del territorio. Una storia di cui troppo poco spesso si parla, perché si rischierebbe di rompere la “poetica dell’incontaminato” oggi così di moda. E invece, paradossalmente, la poesia è proprio tutta qui: nella ricerca continua di un equilibrio tra la natura, i benefici che traiamo da essa, la scienza, l’intelligenza e il buon senso. E nella consapevolezza che anche la nostra specie, seppur potenzialmente distruttiva, è parte della natura e grazie ad essa esiste.

 “La Val d’Orcia è un eccezionale esempio del ridisegno del paesaggio nel Rinascimento, che illustra gli ideali di buon governo nei secoli XIV e XV della città-stato italiana e la ricerca estetica che ne ha guidato la concezione”, si legge nel sito web della Commissione Nazionale italiana dell’Unesco, di cui buona parte del territorio che abbiamo di fronte agli occhi fa parte.

 

“Connubio di arte e paesaggio, spazio geografico ed ecosistema, è l’espressione di meravigliose caratteristiche naturali ma è anche il risultato e la testimonianza della gente che vi abita. Tra il paesaggio duro, accidentato delle crete e quello più morbido delle colline dove la macchia mediterranea, i vigneti, gli uliveti, le coltivazioni promiscue si scambiano e si intersecano in affreschi di rara bellezza, si comprende con chiarezza come e quanto abbia pesato la consapevolezza dell’uomo di dipendere, nelle sue opere, dalle risorse dell’ambiente circostante e dal loro utilizzo in modo non distruttivo.

Lungo la Traccia ancora colline, campi, pascoli, strade bianche sinuose disegnate da mani sapienti. Sfrecciamo ora tra i vigneti del Brunello. Scherzando, ci diciamo che una sola di queste viti vale molto più di noi e un po’ ci rammarichiamo del fatto che nessun produttore ci accolga a bordo strada con un assaggio del pregiato nettare. Forse temono, a ragione, che potremmo approfittarne, data la sete e l'entusiasmo…

 

Siamo ormai cotti, ma i nostri corpi prendono l’energia che manca dalle tante storie che queste colline sanno raccontare, soltanto a guardarle.

 

Ecco finalmente Buonconvento, luogo di sosta per antichi e moderni pellegrini, dove ci aspetta una birra gelata, un piatto regale di pici all’aglione e un materasso su cui sprofondare, cullati dal profilo ondivago di mille colline che ancora ci scorrono negli occhi, anche se ormai chiusi.

 

 

 

Il racconto della terza tappa uscirà lunedì prossimo.

Foto: Tuscany Trail e Luigi Torreggiani

il blog
In montagna sui pedali

Un blog dedicato al cicloturismo, nella consapevolezza che questa pratica possa rappresentare oggi una delle modalità di viaggio e di esplorazione del territorio più interessanti ed ecologiche per vivere le "montagne di mezzo", come sosteneva Primo Levi: “Risalire a piedi o in bicicletta una valle di montagna, una di quelle che abbiamo percorso frettolosamente dozzine di volte in automobile o con i mezzi pubblici, è un’impresa talmente remunerativa, e così poco costosa, da domandarsi perché siano così rari quelli che ci si risolvono. Di solito, si tende all’alta valle, agli alti luoghi del turismo: la valle bassa rimane sconosciuta, eppure proprio qui la natura e le opere dell’uomo portano più distinte e leggibili le impronte del passato”

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