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Sport | 04 agosto 2025 | 12:00

"Senza assistenza, senza premi, senza classifiche. Solo per il gusto di farlo". Da 68 a 6.000 ciclisti in appena dieci anni: com'è nato ed esploso il Tuscany Trail

Tuscany Trail # 1 - A fine maggio L'AltraMontagna ha partecipato a uno dei più importanti eventi italiani dedicati al cicloturismo. Un'esperienza di viaggio lento e responsabile che ci ha colpiti da diversi punti di vista e che abbiamo deciso di narrare all'interno di un reportage in quattro puntate, contenente una lunga intervista con il fondatore, Andrea Borchi. In questa prima puntata, chilometro dopo chilometro, si racconta di com'è nata la manifestazione e del significato del viaggio, anche se realizzato a pochi chilometri da casa

Mi bastano poche pedalate nel fresco del primo mattino per rendermi conto di essere finito dentro una bolla assai speciale.

 

Biciclette parcheggiate di fianco ai bar, biciclette appoggiate alle macchine nei parcheggi, biciclette su entrambi i lati delle strade. Biciclette solitarie, mescolate alla rinfusa in gruppi disordinati, perfettamente allineate in fila indiana, biciclette ovunque. Gli automobilisti, per una buona volta, sembrano averne quasi paura.  

 

Una sorridente moltitudine multicolore di personaggi dai calzoncini corti, attillati e dalle gambe muscolose si è data appuntamento qui, in Toscana, nei pressi di Campiglia Marittima, in una primavera che profuma già d’estate.

 

Osservo muoversi come felici stantuffi gambe perfettamente depilate insieme a gambe pelosissime e capisco, così, che in questa bolla è racchiuso un popolo intero.

 

Premetto che la specie di regola non scritta che sto per enunciare vale solo, ovviamente, per i ciclisti maschi, i quali si dividono normalmente in due macrocategorie che talvolta, pur rispettandosi, si guardano un po’ in cagnesco: i depilati e chi rifiuta a priori il rito della lametta (io appartengo fieramente alla seconda categoria). I primi sono normalmente i più performanti sportivamente, quelli legati al mondo delle bici da corsa, delle granfondo, della smania dei watt e delle medie orarie, abituati a stare schiacciati di schiena, con gli occhi fissi all’asfalto. I secondi appartengono invece ad un filone più fricchettone dell’andare in bicicletta: posizione di guida alta, sguardo al paesaggio, poca attenzione ai numeri dei ciclocomputer, non di rado abbigliamenti decisamente stravaganti.

 

Qui, al campo base del “Tuscany Trail”, si trovano mescolati i rappresentanti di ciascuna delle due macrocategorie, comprese le tante eccezioni che confermano la regola e le infinite sfumature esistenti tra gli estremi. Il popolo di pedalatrici e pedalatori appare unito, mescolato, compatto, sorridente, carico di borse di ogni forma e dimensione sotto ad un’unica bandiera. O meglio, sotto ad un’unica Traccia: una linea serpeggiante, mappata con il GPS, chi si infila tra le curve di livello delle colline grossetane, senesi e pisane. La Traccia, fornita dall’organizzazione, è il vero vessillo che tutti brandiscono, che non perdono mai di vista e soprattutto che seguono pedissequamente, tra il curioso, l’ansioso e l’euforico.

Alla fine, complici alcune deviazioni, saranno 460 chilometri ad anello con 6.900 metri di dislivello, percorsi in quattro epiche giornate.

 

Caffè, crostata, richiesta di una foto di rito sotto l’arco di partenza e ricambio del favore. Borracce piene, casco su, scarpette agganciate, si va!

 

Al primo bivio dove l’asfalto cede il passo alla ghiaia, dove si entra quindi nella vera essenza di questo tracciato fatto soprattutto di strade bianche, mulattiere e sentieri, osservo i visi degli sconosciuti cicloviaggiatori che ho tutt’attorno cambiare rapidamente espressione: smorfie di giubilo, quasi di estasi. Un piccolo orgasmo collettivo, nato da un lontano e potente “orgasmo della mente” esploso... in una notte artica d’Islanda.  

“Quando qualcuno mi chiede come è nato il Tuscany Trail non ho esitazione nel rispondere: è nato in Islanda”, mi ha raccontato Andrea Borchi, fondatore di questa bella follia a pedali divenuta un punto di riferimento per il mondo degli appassionati di bikepacking.

 

“Se il Tuscany Trail è nato, ha prosperato, ha fatto pedalare decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo e, cosa ancora più importante, ha fatto nascere la scintilla del viaggio in bicicletta in migliaia di persone, è grazie a un preciso momento che ho vissuto sull’isola.

 

“Era da più di due settimane che pedalavamo. Avevamo già affrontato la F26, la famosa strada che la attraversa da nord a sud per il suo centro desertico dominato da ghiacciai perenni. Erano due settimane che avevo riportato la mia vita all’essenziale. Solo pochi oggetti dentro le mie pesanti borse da cicloturismo, che mi permettevano di mangiare e dormire anche senza servizi vicini, e una routine basilare: svegliarsi, fare colazione, iniziare a pedalare, mangiare e andare a dormire. Con un contorno, però, non di poco conto: nessuna traccia dell’uomo a perdita d’occhio per giorni interi e un panorama di eccezionale bellezza sempre di fronte a me. Una sera, di fronte a un bellissimo tramonto - anzi, più correttamente di fronte a una notte artica, quindi con una luce costante che sporgeva da sotto le nuvole - accanto alla mia tenda, dopo un’estenuante giornata a combattere con il vento, ho avuto questo momento di incredibile benessere interiore. È un qualcosa che ho difficoltà a descrivere a parole, ma che mi ha dato un benessere profondo, incredibile. Come se fosse un orgasmo della mente. Lì, in quel preciso istante, ho capito quello che avrei voluto fare nella vita: far vivere a quante più persone possibili quello che avevo appena vissuto io”.

 

Andrea non stava ancora pensando al Tuscany Trail, non aveva la minima idea di cosa si sarebbe inventato, ma aveva ben chiaro il suo obiettivo: far vivere il viaggio in bicicletta a migliaia di persone, in un modo o nell’altro.

 

“Tornato dall’Islanda non avevo solo una nuova convinzione dentro, avevo un fuoco che bruciava dentro di me. Energia pura”.

Il fuoco interiore che fa dimenticare ogni fatica inizio a sentirlo quando la Traccia, dalle prime colline, ci proietta lungo il mare, su e giù per la rossa terra battuta del promontorio di Punta Ala. Sembra di volare tra i riflessi chiaroscuri dei boschi sempreverdi e quelli blu-argentei delle onde. È goduria pura, mentre ogni pensiero storto della vita giù dalla sella scivola via, tra le onde e le fronde.

 

Ma non si tratta di una fuga dal mondo, da una propria mediocre quotidianità. Non deve esserlo, non ho mai voluto che lo diventasse. Ho sempre inteso il viaggio, non importa se in luoghi vicini o lontani, se lungo mesi o appena quattro giorni, come parte integrante di un cammino ben più ampio, affascinante, complesso, ricco di interrogativi e visioni: la propria quotidiana esistenza su questa Terra. Si viaggia in casa, al lavoro, nella conoscenza e nel confronto con l’altro. Si viaggia leggendo e ascoltando, si viaggia scrivendo, si viaggia creando, si viaggia sbagliando. Viaggiare è vivere in modo curioso e interessato, aperti allo stupore e alla meraviglia così come all’indignazione e al turbamento. È svegliarsi e, dopo un necessario caffè, sforzarsi di rimanere lucidi su ciò che accade nel mondo. È autosomministrarsi, ogni giorno, un vaccino contro l’indifferenza.     

Appena usciti dallo spettacolare passaggio marittimo-forestale di Punta Ala, una donna a bordo strada ci urla una criptica frase in inglese: “Help me! Is for you! Help me! Is for you!”. In molti, non capendo, tirano dritto. Io freno e faccio dietrofront, incuriosito da quel messaggio in codice. “Help me” stava a significare di aiutarla, per spostare un pesante tavolo. “Is for you” era perché, quel tavolo, l’avrebbe presto imbandito con frutta e bruschette da offrire gratuitamente a noi ciclisti. La guardo come si guarda un’innamorata. Vorrei abbracciarla ma evito, perché tra terra e sudore mi sono trasformato in una specie di mostriciattolo marrone.

 

La Traccia, dopo Castiglion della Pescaia, punta dritta all’entroterra, verso il cuore verde della Maremma. Inizio ad essere un po’ stanco e così, per distrarmi, canticchio qualcosa nella mente. Dai ricordi, chissà come mai, spunta un canto popolare di queste parti, tendente però al tragico andante:

 

“Tutti mi dicon Maremma, Maremma

ma a me mi pare una Maremma amara

L'uccello che ci va perde la penna,

io c'ho perduto una persona cara…

Sia maledetta Maremma Maremma,

sia maledetta Maremma e chi l'ama…

Sempre mi trema il cor quando ci vai,

perché ho paura che non torni mai”

 

I chilometri aumentano e le strofe - testimoni di un periodo di povertà e miseria da non dimenticare - mi escono sempre più ad alta voce, così che Luca, il mio compagno di viaggio, ne viene immediatamente contagiato. Diventerà il tormentone di tutta la giornata, per esorcizzare, con un sorriso, le fatiche che ci aspettano.

Il primo Tuscany Trail, mi ha spiegato Andrea Borchi, è partito il primo maggio 2014 con 68 persone che avevano sposato una filosofia di viaggio alternativa, allora solo agli albori: il bikepacking, l’arte di viaggiare senza grandi borse da portapacchi, ma con il minimo essenziale infilato in borsine posizionate sotto la sella, sul manubrio, in mezzo al telaio, ovunque possibile.

 

“Non sapevamo bene a cosa andavamo incontro. Avevamo una traccia GPS, qualche indicazione, e un’idea romantica in testa: attraversare la Toscana dal primo all’ultimo metro, senza assistenza, senza premi, senza classifiche. Solo per il gusto di farlo. Il cielo era coperto, il vento bello fresco e la pioggia incessante. Il tempo inclemente rendeva ancora più complesso il procedere lungo la traccia, che attraversava boschi, crinali, sentieri fangosi e passi di montagna. L’obiettivo era chiaro: l’Ultima Spiaggia, l’ultimo lembo di terra toscana prima del confine con il Lazio. Nonostante la fatica, la pioggia, i dubbi, qualcosa era scattato. Si era accesa una scintilla che non si sarebbe più spenta”.

Mentre i chilometri aumentano e la strada costeggia i canali di bonifica di questa “Maremma amara” un tempo insalubre, torno a pensare al significato del viaggio, a partire da questo “viaggio minimo” che sto vivendo, in fondo, a pochi chilometri da casa.

 

Negli ultimi decenni si è istallata nella percezione comune la convinzione che la lontananza amplifichi il valore esperienziale del viaggio”, ha scritto l’amico Pietro Lacasella qui su L’AltraMontagna. “Questa percezione trova ovviamente delle fondamenta concrete, perché la ragione principale che spinge il viaggiatore a levare le ancore, a partire, è il desiderio di vivere contesti diversi dal proprio, sia dal punto di vista culturale, sia da quello naturalistico-ambientale. Naturalmente, più chilometri si percorrono e più diventa semplice respirare quell’atmosfera di alterità tanto inseguita, ma per fortuna non sempre è così. A volte, per stupirsi, è sufficiente curiosare tra i luoghi di casa, o comunque prossimi a casa, spesso trascurati proprio a causa del meccanismo percettivo appena descritto: sono troppo vicini per catturare la nostra attenzione. Dunque capita con crescente frequenza di conoscere nel dettaglio località molto distanti e di sentirsi estranei a casa propria. È un peccato, perché conoscere è il primo passo per affezionarsi e affezionarsi è il primo passo per rispettare il territorio e le persone che lo abitano.

 

Mentre un gruppone ci sorpassa velocissimo e con fatica proviamo a stare a ruota di questi pazzi scatenati, penso a maggior ragione che il viaggio, più che un concetto puramente geografico - “L’andare da un luogo ad altro luogo, per lo più distante, per diporto o per necessità”, come ci rammenta la Treccani - è una condizione al tempo stesso fisica e mentale: movimento unito a una particolare predisposizione all'ascolto, alla scoperta, all'esperienza, all'approfondimento, allo stupore, a un senso di libertà forse inscritto nel nostro DNA. Tutto questo si può vivere in luoghi esotici, ci mancherebbe altro, ma anche trasformando lo sfondo ordinario delle nostre vite, i territori che ci circondano, in quella sovrapposizione di storie, luoghi e significati che essi sono realmente, e per la quale meritano di essere riscoperti, vissuti e… viaggiati.

 

Mi viene voglia di parlarne, con Luca o con le decine di pedalatrici e pedalatori che incrociamo in questo fondovalle agricolo, compreso chi è venuto qui da molto lontano, ma mi trattengo perché temo che siano, per molti, delle assolute banalità. Che stupido che sono, a vergognarmi di questi discorsi! Ma a cosa serve, un viaggio vero, vicino o lontano che sia, se non per riviverlo continuamente dentro sé stessi e per raccontarlo, poi, a tutti gli altri? In fondo, è così che il viaggio ha trovato nella storia umana la sua definizione più autentica: nel resoconto, nella narrazione, di bocca in bocca, di poesia in canzone, di libro in film. Il viaggio non è solo spostamento, è soprattutto energia, fisica e mentale, che si trasmette con la forza del racconto. Emozioni, vibrazioni, connessioni, che possono nascere, eccome, anche dietro casa.

“All'inizio non avevo la minima idea di come si sarebbe evoluto il Tuscany Trail”, mi ha raccontato Andrea. “Era nato per passione e nella mia testa doveva rimanere un progetto guidato dalla passione. Ma poi, col tempo, è successo qualcosa”.

 

“Intorno al 2018-2019 mi sono reso conto che la manifestazione stava crescendo mentre io, parallelamente, continuavo a portare avanti il mio lavoro da geologo libero professionista. A un certo punto mi sono ritrovato davanti a una scelta importante: o continuare la mia attività professionale, o buttarmi completamente in questo progetto. È stata una decisione difficile, ma alla fine ho rimesso tutto in discussione decidendo di dedicarmi completamente all’evento. Anche se all’epoca il cicloturismo in Italia non era ancora visto come un’opportunità reale - anzi, era quasi inesistente - sentivo che sarebbe diventato qualcosa di importante. Sentivo che il viaggio in bicicletta aveva un valore, anche economico, per i territori”.

 

“Poi è arrivato il COVID. Avevo deciso di puntare tutto sul cicloturismo proprio poco prima della pandemia! È stata una mazzata, ma nonostante tutto siamo riusciti a organizzare il Tuscany Trail anche in quell’anno difficilissimo. Lì è successo qualcosa di inaspettato: il mondo outdoor è esploso. Dopo il lockdown la gente ha riscoperto la natura e, insieme a questo, è cresciuto l'interesse per il bikepacking, il gravel e naturalmente anche per il Tuscany Trail”.

Sticciano Scalo, il ciclocomputer segna 121 km, è ora di fermarsi. Ci accoglie con calore una coppia gentile e sorridente, sembra di essere in famiglia, con una zia e uno zio che non vediamo da tempo. L’unico bar è chiuso, ma la “Cooppe” (come dicono da queste parti) ci permette di organizzare comunque uno strameritato aperitivo.

 

È ora di cena e nei dintorni c’è un solo ristorante aperto. La scelta è quindi obbligata e, ironia della sorte, io e Luca ci ritroviamo in una sorta di “tempio della motocicletta”. Il proprietario è un centauro professionista, una celebrità di queste valli, che è addirittura riuscito a completare la Parigi-Dakar. Di fianco a noi siedono altri due motociclisti, che sono venuti a trovarlo da lontano. Normalmente non corre buon sangue tra chi vive queste modalità così diverse di viaggiare sulle due ruote, ma percepiamo in realtà un grande rispetto quando raccontiamo loro della nostra prima tappa e di quelle che ci aspettano.   

 

Mentre ci tuffiamo in un’ottima cena, origliamo racconti fatti di dune del deserto e cilindri impazziti. Nei nostri pensieri si trasformano in colline toscane da scalare, in gambe e cuori da mettere nuovamente alla prova.

 

 

Il racconto della seconda tappa uscirà lunedì prossimo.

Foto: Tuscany Trail

il blog
In montagna sui pedali

Un blog dedicato al cicloturismo, nella consapevolezza che questa pratica possa rappresentare oggi una delle modalità di viaggio e di esplorazione del territorio più interessanti ed ecologiche per vivere le "montagne di mezzo", come sosteneva Primo Levi: “Risalire a piedi o in bicicletta una valle di montagna, una di quelle che abbiamo percorso frettolosamente dozzine di volte in automobile o con i mezzi pubblici, è un’impresa talmente remunerativa, e così poco costosa, da domandarsi perché siano così rari quelli che ci si risolvono. Di solito, si tende all’alta valle, agli alti luoghi del turismo: la valle bassa rimane sconosciuta, eppure proprio qui la natura e le opere dell’uomo portano più distinte e leggibili le impronte del passato”

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