Braccata, con una taglia sulla testa, si nascose nel piccolo borgo di Rizzios: Giovanna Zangrandi, "una scalcinata soldatessa dei pedali"

Le sue storie raccontano una vita trascorsa soprattutto tra le montagne del Cadore, scelte per amore di vette e di boschi, lottando per la libertà, lavorando duro per sopravvivere. Compongono il ritratto di una donna provata da difficoltà e sconfitte di ogni tipo, ma che non si è mai arresa, ed ha amato la vita sino all’ultimo dei suoi giorni

Negli ultimi anni sono apparsi ben tre libri di Giovanna Zangrandi ed è stata pubblicata la sua biografia: una scrittrice, un’alpinista e una partigiana davvero da riscoprire. Nel 2022 il Club Alpino Italiano ha ristampato Il campo rosso: cronaca di un’estate, 1946, (la storia della costruzione del Rifugio Antelao); nel 2023, nelle edizioni Monterosa sono usciti alcuni racconti, in parte inediti, Non voglio consigli, non voglio comandi. Racconti di una vita libera, e Ponte alle Grazie ha dato alle stampe I giorni veri: 1943-1945, diario partigiano tra le montagne del Cadore. Anna Lina Molteni ha pubblicato per le edizioni Monterosa la sua biografia, Lo specchio verde. I libri e le montagne di Giovanna Zangrandi.
Prima di diventare scrittrice, la Zangrandi era stata alpinista e sciatrice di buon livello, insegnante e giornalista, staffetta partigiana, artefice di un rifugio alpino, tuttofare ovunque ci fosse bisogno di braccia forti e disponibili a faticare. I suoi romanzi e racconti, evocano anni drammatici e indimenticabili, vissuti tra le montagne d’Ampezzo e del Cadore.

Alma Bevilacqua, questo il suo vero nome, nasce il 13 giugno 1910 a Galliera, un paese della pianura bolognese. Studia e si laurea in chimica a Bologna, ma non ama vivere in città, rimpiange la vita in campagna. Avrebbe desiderato studiare e laurearsi in geologia, ma i suoi parenti glielo impediscono, ritenendola una materia prettamente maschile e di poche prospettive professionali. Con la madre trascorre dei brevi periodi di vacanza sulle Dolomiti: lassù compie lunghe escursioni, arrampica, scia. Quei luoghi le suscitano emozioni forti e così, alla prima occasione, lascia Bologna e va a vivere a Cortina d'Ampezzo, mantenendosi come insegnante di scienze naturali. Se la cava bene sia nella pratica alpinistica sia sugli sci, diviene anche istruttrice della squadra femminile sciistica della scuola.
Nella valle ampezzana inizia a scrivere articoli per periodici locali come Cadore, Cortina e Dolomiti. Ha uno stile che mira più al raccontare che al descrivere, i suoi pezzi non sfiorano mai la politica, evocano salite di roccia, raid sci alpinistici e vita negli alpeggi, si distinguono per nitore e concretezza rispetto al conformismo e all’enfasi pro regime che domina le riviste.
Nell’autunno del 1943 decide di entrare nella Resistenza. Lascia Cortina e si unisce alle formazioni partigiane impegnate nelle montagne del Cadore: tra le Marmarole, nella zona di Forcella piccola, sotto il monte Antelao e in Val d’Oten. Staffetta partigiana, pedala per molti chilometri su vecchie e pesanti biciclette per portare messaggi e documenti: si definì “una scalcinata soldatessa dei pedali”. La sua passione e la sua competenza per la geologia le consentono di contribuire anche realizzando mappe dettagliate del territorio e preparando esplosivi. Per tutta la vita conserverà con cura il celebre manualetto di geologia pubblicato da Hoepli, nell’edizione del 1931.
Trascorre notti e giorni con la paura addosso, dorme in rifugi precari o “alla bella stella”. Braccata e con una taglia sulla testa, nell’autunno del 1944 si nasconde nel piccolo borgo di Rizzios. Il comando partigiano le ordina di unirsi alla Brigata Pisacane, per guidarla tra declivi e vallette delle Marmarole, salvandola dai rastrellamenti. L’inverno 1944-1945, quello della pausa dai combattimenti intimata dal comandante delle forze alleate Alexander, Giovanna lo passa tra quelle montagne; lei e i suoi compagni si riparano negli alti anfratti de La Memora, sopra Calalzo di Cadore. Lei sceglie una grotta, un landro sul fianco di una montagna; con altri due compagni costruisce un minuscola baracca e trascorre lì quei mesi di gelo.
I giorni della Resistenza tra le montagne le resteranno nella memoria per le sofferenze viste e vissute, il dolore per la morte di amici e compagni, caduti sul campo o giustiziati, ma anche per un senso di libertà mai provato prima, la sensazione di avere tra le mani il proprio destino.
Finita la guerra lavora ancora per qualche mese come giornalista, questa volta scrivendo anche articoli che auspicano un rinnovamento civile e sociale, non solo in Ampezzo e in Cadore ma per tutta l’Italia.
Delusa, come altri che avevano combattuto per un Paese più serio e più giusto - non solo per liberarla dal nazifascismo - decide di realizzare un’impresa immaginata con il comandante partigiano Severino Rizzardi, di cui è innamorata: costruire insieme un rifugio alpino, e vivere poi con i proventi della gestione. Soprannominato Tigre, prima dell’8 settembre del 1943 aveva combattuto con gli alpini in Grecia e in Russia. Severino era però stato ucciso in un’imboscata il 26 aprile del 1945 ad Auronzo di Cadore, dai tedeschi ormai in ritirata.

Giovanna nel 1946 decide di realizzarlo comunque il rifugio, insieme ad alcuni manovali, a 1.796 metri sulla Sella Pradònego: un magnifico punto di osservazione sulle Marmarole e sul monte Antelao, sugli Spalti di Toro e sul Civetta. Decide di chiamarlo Rifugio Antelao. Lo aveva sognato tante volte nei lunghi mesi della Resistenza tra le montagne: «una baracchetta chiusa, calda, con una stufa vera, accesa; finita la guerra forse arrivo ad averla sul valico delle Vedrette dove il prato è verde e deserto, protetto solo da pareti e da ghiacciai. Mi basterebbe tre metri per tre, ma chiuso, con un mastelletto di acqua calda per lavarsi e al mattino caffè vero. Avrò dei libri da leggere, tanti, da far passare il tempo delle bufere».
Dopo averlo costruito con mille sacrifici, riesce a gestirlo per alcuni anni, poi lo cede al CAI di Treviso, a cui ancora appartiene. La struttura è sostanzialmente la stessa di allora, e in alto c’è ancora la “culmina” incisa dalla Zangrandi.
Terminata l’avventura del rifugio, si stabilisce a Borca di Cadore e per vivere si dedica a mestieri diversi, spesso di fatica; continua a scrivere articoli, ma inizia anche a impegnarsi in opere di narrativa. Le fa compagnia il cane pastore Attila, cui dedicherà il titolo di un libro. La sua continua ad essere una vita difficile, il Cadore è una terra povera, ancora non beneficiata dal turismo, in tanti emigrano all’estero. Anche scrivere non è facile, la sua scrittura colpisce l’attenzione della critica letteraria, sia per la capacità di raccontare storie, in modo vero e coinvolgente, sia per il modo impressionistico di rappresentare paesaggi e natura; le suggeriscono però di limare digressioni e commenti.

Nel corso di trent’anni pubblica romanzi e racconti: I Brusaz (1954), con il quale vince il premio Deledda, Orsola nelle stagioni (1957), Il campo rosso: cronaca di un’estate, 1946 (1959), I giorni veri: 1943-1945 (1963), Anni con Attila (1966), Il diario di Chiara (1972), Gente alla Palua (1975), Racconti partigiani (1975), Racconti partigiani e no (1981). Questi ultimi escono con una prefazione di Mario Rigoni Stern.
Non è un caso che anche i racconti partigiani di Tina Merlin, La casa sulla Marteniga, vengano pubblicati nel 1993 con una prefazione di Rigoni Stern. Anche la Merlin dovette affrontare grandi ostacoli per pubblicare i suoi scritti: sia il libro sul Vajont, Sulla pelle viva, sia quei racconti partigiani; nessun editore voleva farlo e uscirono postumi. Le due donne, entrambe giornaliste, con un passato nella Resistenza, e con una vita libera e dura alle spalle, sono per Rigoni modelli di etica civile, ribelli per giusta causa. “Questa vita raccontata così è poi quella della nostra gente di montagna che è buona e cattiva, felice e disperata, fantastica e concreta, inserita da sempre in un ambiente dove da sempre è duro e difficile esistere; ambiente che la Zangrandi, donna libera, ha scelto un tempo ormai lontano e una volta per sempre”.
Nel corso degli anni il fisico di Giovanna, forte e resistente, si indebolisce sempre più in conseguenza di vari malanni: a causa del morbo di Parkinson, scrivere a macchina le costa sofferenze che aumentano con il passare del tempo. Un declino lento e crudele, aggravato dalle difficili condizioni economiche. Giovanna Zangrandi muore a Pieve di Cadore il 20 gennaio 1988. Usciranno postumi Silenzio sotto l'erba e Racconti del Cadore (2010).
Le sue storie raccontano una vita trascorsa soprattutto tra le montagne del Cadore, scelte per amore di vette e di boschi, lottando per la libertà, lavorando duro per sopravvivere. Compongono il ritratto di una donna provata da difficoltà e sconfitte di ogni tipo, ma che non si è mai arresa, ed ha amato la vita sino all’ultimo dei suoi giorni.
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La vita di questa donna libera e coraggiosa mi ha talmente affascinato che ho raccontato la sua storia in Portfolio alpino (Priuli & Verlucca, 2017), ho curato la ristampa del CAI di Il campo rosso, e ho scritto la prefazione ai suoi racconti e alla sua biografia. Sono anche salito d’inverno al rifugio Antelao, con una troupe televisiva diretta da Guido Sassi, tutt’intorno montagne bellissime e innevate. Il breve documentario è visibile a questo link:
Foto di apertura: Giovanni Zangrandi al Lago d'Antorno, sulle sfondo le Tre Cime di Lavaredo. Archivio Bepi Pellegrinon

"Liberazione80: storie di montagna" è una rassegna multidisciplinare che ripercorre, nell'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, la Resistenza veneta ed italiana. Viste le complessità geopolitiche e la rinascita dei totalitarismi che segnano questo periodo storico, legare la lotta della Liberazione a un movimento vivo può ispirare le lotte per la libertà e la giustizia anche nel presente















