Centinaia tra case, stalle e fienili dati alle fiamme, ingenti requisizioni e distruzioni di boschi testimoniano la violenza degli attacchi e la ferocia nazista: il caso dell'Alpago e del Cansiglio durante la Resistenza

Il rastrellamento del Cansiglio raggiunse il suo culmine tra l’8 e il 10 settembre, quando alcune migliaia di tedeschi e un certo numero di italiani collaborazionisti cercarono di sbaragliare le formazioni partigiane. Di questi aspetti parlerà Marco Mondini nell'incontro dal titolo "Il sigillo di sangue. Il contributo di sangue della resistenza italiana alla seconda guerra mondiale" in programma sabato 21 giugno alle ore 18.30 presso la Baia delle Sirene in Alpago durante la rassegna Liberazione80

Alpago e Cansiglio furono due zone nevralgiche della resistenza bellunese. In particolare l’altipiano del Cansiglio, data la natura del territorio, divenne presto base di gruppi partigiani e, a partire dall’agosto del 1944, fu sede del Comando della neonata divisione “Nannetti” da cui dipendevano numerose brigate operanti tra Bellunese e Trevigiano. L’estate del ’44, infatti era stata caratterizzata da una notevole crescita del movimento partigiano in tutto il Bellunese e, di conseguenza, da un aumento esponenziale delle operazioni di guerriglia compiute delle formazioni.
Per questa ragione, proprio a partire dall’agosto di quell’anno, nel Bellunese, e quindi anche in Alpago e Cansiglio, le forze naziste intrapresero una dura opera di repressione. Scontri a a fuoco, arresti, deportazioni, distruzione di paesi e rastrellamenti si susseguirono fino ad autunno inoltrato causando lo scompaginamento del movimento resistenziale.
Tra i molti episodi, particolarmente significativo fu il rastrellamento del Cansiglio che raggiunse il suo culmine tra l’8 e il 10 settembre. Ma già da agosto ingenti truppe naziste e fasciste (queste ultime concentrate nel Trevigiano) avevano iniziato a mettere sotto pressione l’intera area. Il 22-23 agosto, ad esempio, i tedeschi avevano operato una dura rappresaglia nella zona di Santa Giustina di Vittorio Veneto, mentre Pieve d’Alpago era stata bombardata e incendiata il 25. Ancora, il 31 un’altra operazione fu compiuta presso Prese di Mezzomiglio. In pratica si andava concretizzando un’operazione di accerchiamento che si sarebbe concretizzata in un vero assalto al Cansiglio, quando alcune migliaia di tedeschi e un certo numero di italiani collaborazionisti cercarono di sbaragliare le formazioni partigiane ivi attestate, che potevano contare su circa 2350 combattenti.
Senza entrare nel merito delle strategie adottate dai due schieramenti, possiamo dire che nei primi giorni di settembre i tedeschi continuarono a premere, prima di tutto da sud, per entrare nell’altipiano ma, come detto, il momento decisivo si ebbe tra l’8 e il 10 settembre. L’andamento dell’operazione nazista spinse infine le forze partigiane a ripiegare verso Pian Cavallo quando ormai il panico si era diffuso tra i resistenti.
Per quanto riguarda i costi in termini di vite umane, va detto che è difficile dare cifre precise. Secondo le ricerche più recenti, il movimento partigiano registrò 31 perdite (tra queste 14 catturati e fucilati). Più difficile quantificare le perdite tedesche, che forse furono di circa 300 unità. Posta così, la vicenda sembrerebbe quasi segnare una vittoria partigiana, ma i numeri non devono ingannare. In realtà, seppure dovendo contare molti caduti, l’operazione nazista fu sostanzialmente un successo.
Per quanto riguarda le perdite materiali, invece, le distruzioni operate dalle forze tedesche furono davvero cospicue. Centinaia tra case, stalle e fienili dati alle fiamme, ingenti requisizioni, distruzioni di boschi, testimoniano la violenza degli attacchi e la ferocia nazista.
La pesante sconfitta sul Cansiglio, seguita da altre operazioni naziste nelle settimane successive, mise in forte crisi il movimento di liberazione del Bellunese. Pochi rimasero in montagna, molti, anche a seguito delle indicazioni alleate che invitavano i partigiani a smobilitare vista l’impossibilità di chiudere la guerra entro la fine dell’anno, decisero di tornare a valle. Solo nell'autunno inoltrato la struttura militare fu riorganizzata attorno al comando militare “Zona Piave”. Presero allora vita due divisioni, la “Belluno” e la rinata “Nannetti”, ciascuna con numerose brigate alle proprie dipendenze. Riprendeva così la lotta che avrebbe condotto alla vittoria finale.
Volendo proporre una valutazione generale, si può affermare che il contributo partigiano alla sconfitta del nazi-fascismo fu decisamente importante anche nel Bellunese. «Il movimento partigiano – ebbe modo di affermare nell’agosto del 1944 il generale Alexander, responsabile del fronte italiano – ha raggiunto proporzioni tali da rappresentare un fattore militare importante che avrà un ruolo di primo piano nella disfatta del nemico».
L'apporto militare delle formazioni partigiane fu dunque in Italia di assoluto rilievo.
Proprio di questi aspetti parlerà Marco Mondini, professore di Storia della Guerra e di Storia Contemporanea presso l’Università di Padova, nell'incontro dal titolo “Il sigillo di sangue. Il contributo di sangue della resistenza italiana alla seconda guerra mondiale” che si terrà sabato 21 giugno alle ore 18.30 presso la Baia delle Sirene – Centro Ittiogenico in Alpago nel ciclo della rassegna Liberazione80.
Articolo a cura di Enrico Bacchetti, storico e direttore di Isbrec

"Liberazione80: storie di montagna" è una rassegna multidisciplinare che ripercorre, nell'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, la Resistenza veneta ed italiana. Viste le complessità geopolitiche e la rinascita dei totalitarismi che segnano questo periodo storico, legare la lotta della Liberazione a un movimento vivo può ispirare le lotte per la libertà e la giustizia anche nel presente















