Contenuto sponsorizzato
Storia | 20 aprile 2025 | 18:00

"È una vera e propria arma contro i fascisti. Li fa impazzire. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone". Alla scoperta dei canti della Resistenza

Dalla celeberrima “Bella ciao” a “Fischia il vento”, da “Pietà l’è morta” a “E sbarcarà gli inglesi”, per finire con “La Badoglieide”: sono alcune delle innumerevoli canzoni composte dai partigiani durante la Resistenza. Perché anche col canto si testimoniava la sete di libertà e la volontà di costruire un mondo più libero e lieto

Festival AltraMontagna

Pare impossibile, se si pensa ai rastrellamenti, alla dura vita in montagna, agli scontri coi nazifascisti, che gli uomini e le donne che parteciparono alla Resistenza avessero pure il tempo e la voglia di cantare. Eppure moltissimi furono i brani nati durante la lotta al nazifascismo.

 

Era del resto un mondo che cantava, quello di ottant’anni fa. Per le occasioni più diverse, nei contesti più disparati. E la Resistenza non fece eccezione. Il canto rappresentava la condivisione degli ideali nella lotta comune contro un avversario feroce; al contempo era la manifestazione di quanto provavano uomini e donne impegnati a costruire “un giorno più umano / e più giusto più libero e lieto”. Parole, queste, tratte da una poesia di Italo Calvino, Oltre il ponte, musicata negli anni Cinquanta da Sergio Liberovici

Dall’Abruzzo al Piemonte, dal Triveneto all’Emilia-Romagna, dalle Alpi agli Appennini, dalla montagna alla collina e fino in pianura le note della Libertà risuonavano fra le bande come tra i civili, si diffondevano, si rimodulavano. 

Non erano canzoni complesse. Spesso, almeno per la parte musicale, non erano nemmeno originali. Ha scritto in proposito lo storico Emilio Franzina: “Contrafacta e rifacimenti testuali di melodie spesso alla moda e conosciute sovente per tramiti radiofonici o cinematografici, imprestiti e riprese provenienti, più di frequente, dall’ampio canone del Primo conflitto mondiale, echi infine di antiche arie da cantastorie e persino del canto religioso di Chiesa si alternarono così tra le file di quanti intrapresero la lotta armata contro il fascismo”.

 

Fra le canzoni più celebri c’è ovviamente Bella ciao, cantata, secondo lo storico Cesare Bermani, dalla Brigata “Maiella” che operava in Abruzzo, ma accanto a quello che divenne a partire dagli anni Sessanta il canto simbolo della Resistenza molte altre furono le canzoni dei partigiani. Solo alcune possono vantare una paternità certa. È il caso di Pietà l’è morta, composta nelle valli del cuneese all’inizio del 1944 da Nuto Revelli, comandante della IV banda “Giustizia e Libertà”. Sulle note di Sul ponte di Perati, famoso canto alpino, Revelli compose un testo che è grido di indignazione, canto di lotta e al contempo preziosa testimonianza del sofferto cammino esistenziale che lo portò alla Resistenza. 

 

“Lassù sulle montagne bandiera nera: / è morto un partigiano nel far la guerra. […] un altro italiano va sotto terra”. Il canto si sviluppa in un dialogo immaginario fra un partigiano morto e un alpino caduto sul fronte russo, fino a una conclusione netta: “Tedeschi e fascisti, fuori d'Italia! / Gridiamo a tutta forza: Pietà l'è morta!”

I canti sono presenti anche nei grandi romanzi sulla Resistenza. Nel Partigiano Johnny, capolavoro di Beppe Fenoglio, si menziona la celeberrima Fischia il vento. Scritta sulle montagne liguri nell’inverno 1943-44 dal comandante partigiano Felice Cascione, destinato a morire poche settimane dopo, la canzone si diffuse in tutto il nord Italia, in particolare fra le bande comuniste. La musica proveniva da Katjuša, popolare canzone sovietica composta nel 1938 da Matvej Blanter e Michail Isakovskij. Di essa scrisse Fenoglio: “È una vera e propria arma contro i fascisti. Li fa impazzire, mi dicono, solo a sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone”.

Anche Luigi Meneghello nei Piccoli maestri dedica pagine ai canti partigiani. Le melodie, tramandate dalla memoria orale, sono state a loro volta salvate e oggi, grazie a gruppi musicali quali, per esempio, “Il Canzoniere vicentino”, è possibile riascoltarle: Bojorno, Col parabello in spalla e altre ancora, come Roana sei bella, intonata dai giovani che provenivano dall’omonimo comune altopianese.

E poi l’immancabile E sbarcarà i inglesi, con cui si conclude il romanzo: “Sono passati gli anni / sono passati i mesi / sono passati i giorni / e ze rivà i inglesi”. Il ritornello riprendeva, con lievi modifiche, Stornelli d’esilio, canto anarchico firmato da Pietro Gori a inizio secolo: “Nostra patria è il mondo intero, / nostra legge la libertà, / e un pensiero / ribelle in cuor ci sta”.

Sarebbe impossibile dare anche solo un quadro sommario di tutte le canzoni nate fra le bande partigiane. Ogni regione, ogni gruppo ha creato le proprie. Rimandiamo alle numerose raccolte, scritte e musicali, che nei decenni, a partire dalle fondamentali ricerche di Bermani, hanno fatto sì che questo immenso patrimonio non andasse perduto.

 

E allora torniamo sulle montagne del Piemonte. Scrive Nuto Revelli nell’Introduzione a Guerra partigiana di Dante Livio Bianco: “Il 26 aprile [1944], dopo quasi dieci giorni di combattimenti, di marce forzate, di fame, siamo ancora nel vivo del rastrellamento, siamo ancora accerchiati. Ma sappiamo ridere, scherzare, cantare. Inventiamo la Badoglieide, alle Grange di Narbona. È Livio che mette il sale della politica in ogni strofa: quando Livio si scatena non ci sono santi che tengano, coinvolge tutti con la sua allegria, con la sua gioia di vivere”.

 

Così nacque la Badoglieide, canzone satirica che prende di mira, ricostruendone la biografia, Pietro Badoglio, maresciallo d’Italia, capo del governo dopo le dimissioni di Mussolini, poi in fuga col re dopo l’8 settembre. Un uomo e insieme un simbolo del servilismo delle gerarchie, dell’interesse personale, della corruzione materiale e morale portata dal regime: “O Badoglio, Pietro Badoglio / Ingrassato dal Fascio Littorio / Col tuo degno compagno Vittorio / Ci hai già rotto abbastanza i coglion”.

Il finale suonava come un’aspirazione e insieme un proposito per il futuro, parole che ancora oggi darebbero di che riflettere: “Se Benito ci ha rotto le tasche / Tu, Badoglio, ci hai rotto i coglioni / Pei fascisti e pei vecchi cialtroni / In Italia più posto non c'è”.

la rubrica
Liberazione 80: storie di montagna

"Liberazione80: storie di montagna" è una rassegna multidisciplinare che ripercorre, nell'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, la Resistenza veneta ed italiana. Viste le complessità geopolitiche e la rinascita dei totalitarismi che segnano questo periodo storico, legare la lotta della Liberazione a un movimento vivo può ispirare le lotte per la libertà e la giustizia anche nel presente

 

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Attualità
| 03 maggio | 13:00
L'Altramontagna è un quotidiano che si occupa di temi montani, ma ogni tanto troviamo rilevante riflettere e [...]
Idee
| 03 maggio | 12:00
Alex Zanardi non è stato solo un grande sportivo, capace di farci emozionare con le sue imprese e soprattutto con la [...]
Idee
| 03 maggio | 06:00
Cos'hanno in comune le più celebri guglie delle Dolomiti con i casoni di Caorle, un tempo utilizzati come ricoveri [...]
Contenuto sponsorizzato