"Non sopportavo l'idea di cadere nella trappola dei tedeschi, così suggerii di restare nascosti sul fianco nord delle Vette finché il nemico non si fosse stancato di cercarci"

"Verso le cinque della sera del 29 settembre fummo scossi dallo scoppio lontano di una mitragliatrice. Il posto di blocco della Compagnia Churchill riferì che una pattuglia tedesca aveva attaccato la postazione e il deposito nella valle, circa 2000 piedi più sotto. Il deposito era in fiamme. Il rastrellamento atteso così a lungo stava evidentemente per cominciare". Le parole dell'esploratore Harold W. Tilman accompagnano la serata di sabato 28 giugno con Enrico Camanni dal titolo 'Alpi ribelli. La montagna come rifugio di Resistenza'. Appuntamento alle ore ore 20:45 a Pedavena, Sala Guarnieri

“Verso le cinque della sera del 29 settembre fummo scossi dallo scoppio lontano di una mitragliatrice. Il posto di blocco della Compagnia Churchill riferì che una pattuglia tedesca aveva attaccato la postazione e il deposito nella valle, circa 2000 piedi più sotto. Il deposito era in fiamme. Il rastrellamento atteso così a lungo stava evidentemente per cominciare. I comandanti dei Battaglioni Zancanaro e Battisti arrivarono per partecipare ad un consiglio di guerra, portando con loro notizie sui movimenti dei Tedeschi sotto le loro postazioni. Bruno, che era qualcosa come un mangiatore di fuoco, aveva un unico pensiero e piano in testa: combattere fino all'ultimo uomo e all'ultimo colpo”.
(...)
“L'unica validità di Pietena era quella di essere un terreno di lancio. Ma esso non era né un buon terreno, né l'unico esistente allo scopo, e l'inverno ci avrebbe presto costretti ad abbandonarlo. Inoltre niente era stato ancora lanciato giù a Pietena e noi non potevamo dare nessuna garanzia che qualcosa vi sarebbe arrivato nel futuro.
Esponemmo chiaramente queste osservazioni, ma senza risultato. Era in gioco l'onore della Brigata Gramsci; la disfatta dei partigiani sul Monte Grappa doveva essere vendicata: discorsi che vennero accolti con acclamazioni da un uditorio facilmente trascinabile e non istruito. Avrei potuto andare avanti e spiegare che anche i partigiani più abili non avrebbero potuto sperare di mantenere a lungo la più forte posizione, contro truppe fornite di mortai, mitragliatrici e munizioni illimitate, intercomunicanti tra loro e colla possibilità di ulteriori rinforzi in caso di bisogno; che le munizioni disponibili erano 300 salve per L.M.G. e 30 per fucile; che c'era cibo solo per pochi giorni, con nessuna speranza di ottenerne di più; e che il morale dei partigiani si sarebbe rinforzato con l'infliggere colpi al nemico e non col subirne.
Questi avvertimenti rimasero inascoltati. Forse essi persero la loro forza nella traduzione, o forse furono attribuiti a mancanza di coraggio. In realtà Bruno suggerì che la missione si ritirasse quella notte stessa, prima che fosse troppo tardi, ma questo progetto veramente sensato fu rifiutato. Avrebbero seguito il punto di vista militare più comune e cioè che la salvezza della missione, con il suo apparecchio radio e tutte le possibilità di rifornimenti futuri che esso permetteva, non poteva essere messa in pericolo inutilmente, avrebbero pensato che stavamo fuggendo via? Non che questo interessasse molto a me, personalmente, perché io avevo passato buona parte della guerra a scappar via, per poi combattere di nuovo, insieme al resto dell'Armata Britannica; ma ciò avrebbe potuto nuocere al futuro, indebolendo la già piccola influenza che avevamo. Su assicurazione di Bruno, che egli desiderava non solo che la missione andasse via, ma che l'intera brigata uscisse dall'impasse del tutto intatta, decidemmo di aspettare gli eventi. Di fronte al fatto, però, che le quattro uscite conosciute stavano ormai per essere bloccate, il suo piano per ottenere questo non ci era del tutto chiaro. Comunque, pieni di speranza, supponemmo che ci fossero altre vie di uscita a noi sconosciute e con ciò andammo a letto.
Il mattino seguente gli sviluppi della situazione furono lenti. Le uniche notizie di combattimento provenivano dal Battaglione Zancanaro ad ovest, ed entro mezzogiorno fu chiaro che questo era il punto in cui l'attacco incalzava veramente e che negli altri accessi il nemico creava semplicemente dei punti di arresto, per impedire che la situazione gli sfuggisse di mano. La maggior parte del Battaglione Battisti fu portata su a Pietena, per rinforzare il bordo settentrionale del catino ed il crinale che lo divide in due, sul quale erano state preparate in precedenza delle postazioni con mitragliatrice. Alcuni visitatori ufficiali provenienti da sotto, che erano stati tagliati fuori dalla rapidità con cui le uscite erano state bloccate, tentarono la fuga attraverso l'arduo sentiero che scende giù per la parete nord. Ritornarono indietro più tardi per avvertirci che anche quello era bloccato da pattuglie insediate nella valle più sotto.
C'era almeno una cinquantina di partigiani che giravano intorno alla malga dell'H.Q.: ufficiali di stato maggiore, impiegati, cuochi, messaggeri, intendenti, e gli altri oziosi che generalmente si raccolgono attorno ad un H. Q., quelli che l'Esercito chiama poco gentilmente i «disoccupati». C'erano anche combattenti del Battaglione Battisti, che erano scesi per cercar di capire cosa stava succedendo. Non erano i soli a cercare delucidazioni. Le notizie infatti erano scarse, e, in una disposizione d'animo tutt'altro che felice, noi non potevamo far altro che aspettare, nella condizione tipicamente deprimente di coloro che sono stati lasciati fuori dalla battaglia. Bruno irradiava ancora fiducia, ma nel primo pomeriggio egli salì sul crinale, da dove si sentivano già provenire degli spari. E subito mandò l'ordine di portare via tutto e che tutti andassero sulla cima del Duodieci, una punta rocciosa e frastagliata, posta sull'orlo del catino, proprio sopra l'estremità settentrionale della catena spartiacque. Gambe di bue, sacchi di pane e fagioli, pentole, macchine da scrivere, furono caricati sulle spalle degli uomini e portate via in una maniera, che non si poteva far a meno di pensare che fosse sfiduciata, a dir poco. Il prepararsi per un'ultima resistenza sul Duodieci a questo stadio ancora iniziale, era sicuramente frutto della disperazione, e ciò significava che la battaglia non stava andando bene.
Lasciando Ross e Pallino a Pietena con l'ordine di tener pronta per il trasferimento la nostra poca roba, io e Gatti andammo su a trovare Bruno. Per salire circa 500 piedi fino al crinale impiegammo intorno ai 20 minuti. Dalla nostra parte, la parte sottovento del crinale, era stata scaricata la maggior parte della roba portata via da Pietena e solo un gruppo dei partigiani più obbedienti si sforzava ancora di salire i pendii rocciosi del Duodieci con i propri carichi. La cresta del crinale era sotto tiro del mortaio. Aspettammo il momento adatto per correre su fino alla cima e trovammo Bruno entro una buca coperta per mitragliatrici, sul pendio anteriore, molto indaffarato con una vecchia mitragliatrice francese che avrebbe potuto sparare al massimo un paio di raffiche prima di bloccarsi. Attraverso la fenditura vidi che la malga Zancanaro era già nelle mani dei Tedeschi. Là dove la mulattiera attraversava l'orlo occidentale del catino a 2500 iarde di distanza, si poteva ora vedere il mortaio impegnato contro la nostra posizione. Altri Tedeschi stavano avanzando con aria indifferente attraverso il bacino, verso di noi, mentre un altro gruppo di un centinaio e più aveva appena iniziato a spostarsi lungo la cresta dell'orlo verso il Duodieci. Tutti i partigiani si erano ritirati sul crinale.
Bruno, con la luce della battaglia negli occhi, prestò poca attenzione alla mia domanda su che cosa si proponesse di fare. Il suggerimento che gli diedi, che in quel momento non era il caso di trastullarsi con una mitragliatrice e che in ogni caso far fuoco, con quell'arma vecchia e ostinata, contro uomini a 2000 iarde di distanza, era uno spreco di energia, cadde inascoltato. Durante i momenti ch'egli sottraeva malvolentieri alla lotta con quel pezzo miserabile d'arma, discutevamo aspramente, ma senza alcuna utilità, mentre le bombe del mortaio scoppiavano in modo più o meno innocuo intorno alla posizione. Tre partigiani erano stati feriti fino a quel momento. I Tedeschi suppongo invece che fossero tutti illesi. I partigiani d'intorno, eccetto Bruno, apparivano per la maggior parte decisamente e, io penso, a ragione, spaventati. Alla fine Bruno acconsentì a ritirarsi all'imbrunire e promise di inviare ordini in questo senso. Se questa fosse stata la sua intenzione reale, per tutto il tempo, oppure no, non lo saprei dire. Forse la rapidità con cui i Tedeschi avevano raggiunto la malga Zancanaro lo aveva sorpreso, ma, dato che avevamo aspettato così a lungo, era saggio aspettare fino all'imbrunire prima di ritirarsi.
Lasciammo Bruno con la sua mitragliatrice e tornammo a Pietena per informare gli altri del nuovo piano. Erano circa le 7 pomeridiane, proprio verso il tramonto. Se le nostre sopracciglia, come il titolo di un libro, predicessero il carattere tragico del volume o se fossero le poche parole scambiate assieme, non saprei dire. Comunque l'effetto del nostro arrivo fu immediatamente dannoso. Un fragore di grida risuonò tra la compagnia delI'H.Q. e tra quei partigiani del Battaglione Battisti, che erano scesi giù dalle loro postazioni fino all'orlo del catino, vagando senza meta; e un si salvi chi può sembrava imminente. Contemporaneamente si videro degli uomini riversarsi via, lungo l'orlo settentrionale in direzione del Duodieci. Questo fu decisivo. Era venuto il momento di provvedere a noi stessi. Ci prendemmo una coperta per uno, caricammo la batteria a 6 volt su di un mulo, e Ross si mise in spalla la valigia contenente la radio. Mi spostai per vedere se la Compagnia Churchill aveva ricevuto l'ordine della ritirata poiché era probabile che sarebbero stati dimenticati nella confusione mentre la folla dei partigiani cercava di districarsi fuori dirigendosi verso il sentiero Battisti. Non erano andati lontano che già delle figure si profilavano contro il cielo della sera sull'orlo meridionale. Con scatti fulminei si buttarono di corsa lungo il crinale e proiettili traccianti cominciarono a fischiare sopra le teste dei fuggitivi e a conficcarsi contro le rocce con un rumore sordo. Sebbene i Tedeschi fossero lontani almeno 1500 iarde, diedero prova di abilità nella luce cadente della sera e ci spaventarono i muli al punto che noi perdemmo la batteria. Quando fu buio, ci fermammo e Bruno ci raggiunse.
Egli passò la direzione della ritirata, compito tutt'altro che invidiabile, al suo vicecomandante dicendo che avrebbe aspettato per vedere cosa facevano i Tedeschi. Il sentiero che portava alla malga Battisti seguiva l'orlo settentrionale proprio sotto la cresta, e verso le undici di sera, quando eravamo circa ad un miglio dalla malga, fu mandata avanti una pattuglia per valutare la possibilità di passare il posto di blocco inosservati, oppure di attaccarlo. C'era molta neve d'intorno, e per un'ora la folla fuggitiva, dato che non eravamo molto di più di questo, rimase seduta sui sassi ad aspettare il verdetto con aria scoraggiata. Quando questo arrivò, era il previsto «nessuna delle due». Scoppiarono discussioni ancor maggiori di prima, ma questa volta sotto forma di bisbigli impauriti. Il piano appoggiato dalla maggioranza era di tentar di attraversare una valle a sud, nonostante si sapesse che era circondata da picchetti nemici.
Caricati com'eravamo di un apparecchio radio che non potevamo permetterci di perdere, non sopportavo l'idea di cadere in tale trappola in quella valle, per cui suggerii agli altri un piano alternativo, cioè di restare bassi nel fianco nord delle Vette, finché il nemico non si fosse stancato di cercare i partigiani. Avremmo potuto anche trovare una via per scendere, ma, alla peggio, i Tedeschi non sarebbero stati lassù per più di un paio di giorni. Questo piano fu accettato. La Compagnia Churchill, in blocco, ci chiese di venire con noi e il cuoco italiano di Pietena, che era un nostro amico, si offrì di portare l'apparecchio radio. Si formò quindi un gruppo di sedici (e altri si sarebbero uniti se gli fosse stato permesso) al posto dei quattro o cinque auspicabili. Abbandonammo il sentiero, ci liberammo di altri partigiani che volevano venir con noi, e ci avviammo direttamente verso la cresta, incuranti di lasciare le nostre tracce su una chiazza di neve vicino al sentiero. Appena raggiungemmo la cresta, vedemmo sotto di noi i fuochi dei picchetti nemici proprio nella valle che i partigiani speravano di attraversare. Cominciammo la discesa della prima parte, che rassomigliava ad una gola nella zona più fonda, e le prime poche centinaia di piedi consistevano in un ghiaione ripido e ghiacciato con varie chiazze di neve. Presto fummo costretti ad arrestarci, perché la gola cadeva a picco improvvisamente, e allora scrostammo e ripulimmo un certo spiazzo e andammo a letto, per così dire, cioè ci sdraiammo. Avevamo una sola coperta a testa e niente cibo; in più eravamo ad un'altitudine di 7000 piedi ed era settembre avanzato. Io accarezzavo una debole speranza di riuscire ad aprire un passaggio per la discesa, ma le ricerche del giorno dopo mi dimostrarono che questo era già difficile per un piccolo e forte gruppo di scalatori, e del tutto impossibile per un gruppo come il nostro. Eravamo una squadra molto impreparata per scalare, sia pure su una montagna come Le Vette. Andando in avanscoperta sulla cima del burrone, all'alba, vidi gruppi di Tedeschi sul sentiero appena sotto, evidentemente impegnati nella ricerca dei partigiani”.
Per chi fosse interessato al seguito del racconto, i brani sono tratti da Missione Simia, H. W. Tilman, un maggiore inglese tra i partigiani, edito dall’Istituto Storico Bellunese della Resistenza
Le parole dell'esploratore Harold W. Tilman accompagnano la serata di sabato 28 giugno con Enrico Camanni dal titolo "Alpi ribelli. La montagna come rifugio di Resistenza". Appuntamento alle ore ore 20:45 a Pedavena, Sala Guarnieri

"Liberazione80: storie di montagna" è una rassegna multidisciplinare che ripercorre, nell'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, la Resistenza veneta ed italiana. Viste le complessità geopolitiche e la rinascita dei totalitarismi che segnano questo periodo storico, legare la lotta della Liberazione a un movimento vivo può ispirare le lotte per la libertà e la giustizia anche nel presente















