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Ambiente | 30 marzo 2026 | 06:00

Ben vengano gli orsi, a patto di "allenarli" a vivere con le persone: "Sarebbe da sciocchi pensare di poter separare il mondo selvaggio da quello domestico"

"Gli umani hanno trasformato il pianeta. Non è più possibile dividere la natura dal mondo degli umani". Nella seconda parte della nostra conversazione con Daniel C. Taylor, lo scienziato e attivista americano racconta la propria esperienza nella creazione di un parco nazionale nella valle del Barun, in Nepal. Se a Yellowstone i nativi americani furono cacciati dalle proprie terre, nell'Himalaya Taylor ha promosso il "community-based management" per coinvolgere attivamente le popolazioni locali nella conservazione

scritto da Carlo Berti
Festival AltraMontagna

Recentemente ci siamo occupati dello Yeti, creatura leggendaria protagonista di numerosi avvistamenti – più o meno credibili – nell’Himalaya. L’abbiamo fatto con l’aiuto di Daniel C. Taylor, attivista e scienziato americano che per anni ha cercato di svelare il mistero di questa creatura, concludendo che quasi certamente le orme di Yeti più note sono state prodotte da orsi. Torniamo oggi a quella conversazione perché la ricerca di Taylor ha avuto risultati che vanno ben oltre la spiegazione "ursina" dello Yeti. Svelato l’arcano, infatti, Taylor si rese conto che la leggenda sarebbe sopravvissuta, poiché lo Yeti non era una semplice creatura, ma un’icona, un idolo e un avatar del selvaggio.

 

"Gli umani - dice Taylor - hanno trasformato il pianeta. Non è più possibile separare la natura dal mondo degli umani. E sarebbe da sciocchi pensare di poter separare il mondo selvaggio da quello degli animali domestici. Siamo in mezzo a un processo di domesticazione dell’intero pianeta, dai recessi più profondi dell’oceano fino agli strati più alti dell’atmosfera. […] Questa non è più la Terra dove siamo nati: gli umani stanno trasformando tutto sul pianeta".

 

Il problema, secondo l’americano, è che i nostri tentativi di controllare la vita sulla Terra non fanno altro che indebolire gli ecosistemi. In questo sforzo di "domesticazione" dell’intero mondo, l’umanità non è in grado di mantenere il controllo, quantomeno per mancanza di sufficiente comprensione e di tecnologie. Taylor fa proprio l’esempio dell’orso: "Ritenere che gli orsi vadano tenuti fuori da un ecosistema, anziché reintrodotti, significa eliminare un attore importante del sistema ecologico". Dunque, ben vengano gli orsi, a patto, ovviamente, di "allenarli" a vivere con le persone. Taylor ritiene, infatti, che ogni azione di conservazione vada fatta tenendo conto delle popolazioni locali, poiché il successo di tali progetti dipende dagli incentivi offerti agli abitanti.

Traendo insegnamento dalle sue esperienze personali nella creazione di aree protette, egli spiega come, per esempio, si possa disincentivare la caccia di animali selvatici vietandone la vendita e, al contempo, permettendo l’uccisione nel caso di un animale che attacchi il bestiame o rovini i raccolti. Resta però una questione di fondo da cui non possiamo sfuggire: "Alla fine dei conti, tutti dobbiamo imparare a convivere su questo pianeta. L’alternativa è eliminare completamente alcune specie".

 

E la scienza non manca di darci avvertimenti sull’entità dei disastri a cui rischiamo di andare incontro. Un recente studio ha calcolato che la biomassa totale dei mammiferi selvatici (terrestri e marini) è appena il 15% della biomassa degli esseri umani, e meno del 10% di quella dei mammiferi domestici; soltanto i maiali domestici sono stati stimati avere una biomassa circa doppia rispetto a quella di tutti i mammiferi selvatici terrestri. Pur trattandosi di stime, focalizzate tra l’altro sul concetto di massa, si tratta di cifre piuttosto impressionanti, che dovrebbero aiutarci a comprendere l’entità dell’impatto umano sulla fauna.

 

D’altra parte, Taylor si rende perfettamente conto che il successo delle azioni di conservazione dipende largamente dall’accettazione delle popolazioni locali, e dunque anche dalla disponibilità a rendere queste comunità partecipi dei progetti. Se questo può sembrare ovvio al giorno d’oggi, lo era molto meno quando Taylor contribuì, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, alla creazione del Makalu-Barun National Park, in Nepal.

 

Fu proprio nel corso della sua ricerca dello Yeti che il conservazionista americano trovò invece la natura selvaggia della valle del Barun, che tuttavia cominciava a essere messa in pericolo dallo sfruttamento da parte di una popolazione locale in rapida crescita. Taylor voleva proteggere quella valle, ma senza compiere i medesimi errori che erano stati compiuti in un parco a lui ben noto, quello di Yellowstone, negli Stati Uniti. Un parco nazionale creato nel 1872 anche con l’esproprio delle terre delle tribù native, creando un’illusoria separazione tra umanità e natura che, in quelle zone, convivevano in realtà da millenni. Per poi ricostruire un altrettanto illusorio contatto nutrendo gli orsi artificialmente per favorirne l’aggregazione in zone specifiche ad orari prestabiliti, in cui radunare anche gruppi di visitatori incuriositi. "Un gran business per il parco", sottolinea Taylor. "I turisti potevano ‘vedere il selvaggio’, partecipare ad esso. Vedere un carnivoro, un orso! Ed è così che gli orsi sono diventati confidenti e hanno iniziato ad attaccare le persone. E a quel punto l’immagine dell’orso è cambiata: non più l’orsetto, ma un animale pericoloso".

 

Fu anche riflettendo sugli errori commessi in passato nella sua nazione che Taylor ebbe l’intuizione di perseguire un diverso tipo di management, community-based: incentrato sulle comunità locali e sul loro contributo alla conservazione. Per fare conservazione, sostiene Taylor, "ti serve la capitale e il villaggio. E nel villaggio dovrai sederti con le persone, mangiare con loro. Nel nostro caso [la creazione del Makalu-Barun National Park in Nepal, NdR], affittammo degli elicotteri per portare le autorità – inclusi scienziati da tutto il mondo e alcuni membri della famiglia reale – in delle casupole di bambù, per parlare con i locali".

 

Secondo l’americano "servono politiche nazionali e politiche locali che producano incentivi. Se togli una risorsa economica alla gente, come la caccia di alcuni animali, devi offrire assistenza economica, per esempio con schemi di microcredito, prestiti facilitati, programmi di formazione, nuovi impieghi… Non si può tracciare una linea netta tra la conservazione e le attività umane, perché sono connesse, come gli uccelli sono connessi alle piante". Nella giungla del Barun, racconta Taylor, erano in corso attività di disboscamento, uccisione di fauna selvatica per venderne alcune parti dall’alto valore commerciale, persino alcune incursioni militari. Per creare un parco, era necessario convincere le comunità locali dei possibili vantaggi. Questo approccio poi, secondo il racconto fatto nel suo libro dallo stesso Taylor, si diffuse in altre aree della medesima zona, incluso il Tibet.

La strategia, almeno in Nepal (che nel frattempo è stato anche teatro di un lungo conflitto civile), sembra aver dato i suoi frutti, pur con alcune importanti limitazioni. Le aree protette coprono oggi oltre il 20% del territorio del Paese e Taylor si dichiara soddisfatto dell’esito della creazione del parco nazionale nella valle del Barun.

 

Uno studio del 2006 ha osservato che, diversi anni dopo la creazione dell’Annapurna Conservation Area (una zona di community-based management sempre in Nepal), ci sono stati vari benefici per le popolazioni locali, tra cui un aumento delle risorse (per esempio il legname) e un innalzamento della qualità della vita grazie a servizi migliori (dalla sanità, all’istruzione, alle forniture di acqua potabile), a fronte di problemi generati principalmente da predazioni e distruzioni del raccolto da parte di alcuni animali selvatici. Altri studi più recenti hanno individuato tuttavia diverse limitazioni all’approccio partecipativo, tra cui la marginalizzazione di alcuni gruppi e la scarsa partecipazione agli incontri formali. In altre zone, sull’altopiano tibetano, la recente creazione di parchi nazionali ha invece generato non poche polemiche, con accuse alle autorità cinesi di aver utilizzato "forme estreme di persuasione" per spingere alla dislocazione "volontaria" di alcune comunità rurali dedite principalmente alla pastorizia (ricordiamo che la Regione Autonoma del Tibet è parte della Repubblica Popolare Cinese).

 

Anche la conservazione, infatti, si intreccia spesso con questioni di politica, geopolitica e potere. Questo non toglie valore alla logica che sottende l’approccio sostenuto da Taylor: più le comunità locali sono coinvolte attivamente, più la conservazione ha possibilità concrete di avere successo. "Serve una ‘collaborazione’ tra persone e natura", conclude Taylor. "Occorre poi cambiare l’orizzonte temporale: dallo sfruttamento oggi, all’uso prolungato nel tempo".

la rubrica
Orsi e persone: storie di convivenza dal mondo

La rubrica si pone l'obiettivo di proporre ai lettori di L'Altramontagna - e più in generale alle comunità locali - storie di convivenza da aree geograficamente e culturalmente variegate. Senza particolari intenti didattici o comparativi, l'intento principale è quello di ampliare lo sguardo su un tema di rilevanza centrale per le aree interne, portando esempi dal mondo che offrano una varietà di prospettive sulle complessità della convivenza, le soluzioni adottabili e l'evolversi dei rapporti tra orsi e comunità tra tradizioni locali, culture indigene e contesti moderni.

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