Il rapporto tra l’Italia e la montagna è, dal punto di vista geopolitico, molto simile a quello che lega la Penisola ai suoi 8.300 chilometri di coste

Il sostanziale disinteresse politico e istituzionale sulla “questione montana” (così come a suo modo sulla marittimità) produce un impatto diretto e tangibile sul futuro di 14 milioni di persone residenti in montagna. Eppure, gli studi indicano che nel Belpaese sono proprio le aree montane, con la propria ricchezza naturale, linguistica, sociale, culturale ed economica, quelle nelle quali “si gioca la sfida della modernità”

Mi capita di sfogliare un vecchio atlante geografico, uno di quei cimeli che raccolgono e raccontano la geografia e la storia in forma di cartografie stampate. Sfogliando tra le pagine, mi soffermo su una carta fisica del bacino del Mediterraneo. La posizione geografica strategica della nostra penisola, al centro di quello che i romani chiamavano il “mare nostrum”, è responsabile dello sviluppo di alcune tra le più importanti realtà marittime e culturali europee: la Magna Grecia, la repubblica e l’impero romano, le repubbliche marinare, il regno delle due Sicilie. Non avrebbe potuto essere diversamente: sono proprio la geografia e le caratteristiche storico-antropologiche gli elementi geopolitici a garanzia della marittimità italiana.
D’altronde la geopolitica, per citare le parole del suo fondatore, il geografo svedese J. R. Kjellén, è quel “complesso di problemi politici che traggono origine da fatti d’ordine territoriale”, ricomprendendo in questa espressione anche le caratteristiche antropologiche, storiche, sociali, culturali ed economiche.
Una marittimità che è promossa dai circa 8.300 chilometri di coste, che rendono la Repubblica italiana il secondo paese costiero mediterraneo, il quale oggigiorno ospita 62 porti di rilievo nazionale e sulle cui coste vive circa il 30% della popolazione italiana, quasi 18 milioni di persone. Una marittimità che è oggi un elemento geopolitico fondamentale, poiché circa l’85% delle merci viaggia via mare.
Eppure, oggigiorno la marittimità non fa più parte del bagaglio culturale dalla popolazione italiana: al mare associamo solamente il turismo balneare, tuttalpiù qualche attività di pesca. Ma turismo e marittimità non sono sinonimi, anzi: se analizziamo alcuni dati economici, ci accorgiamo ad esempio che il turismo costiero pesa lo 0,02% del PIL, mentre l’economia del mare (che comprende anche il commercio e i servizi) pesa oltre 10% del PIL. nazionale. Quest’ultima è inoltre in grado di garantire gli approvvigionamenti fondamentali di materie prime necessarie all’economia dell’intero paese. Ma per leggere e interpretare questi fenomeni è essenziale promuovere nuovamente la conoscenza della prospettiva geopolitica, essere cioè in grado di riconoscere il rapporto inscindibile tra storia, geografia, economia e politica.
Continuo a sfogliare le pagine dell’atlante e questa volta mi soffermo su una cartografia fisica del Belpaese: il rapporto tra l’Italia e il mare è, dal punto di vista geopolitico, molto simile a quello che lega l’Italia con le sue aree montane: circa il 55% del territorio nazionale ricade in zona montana e in quest’area risiede circa il 23% della popolazione nazionale, grossomodo 14 milioni di persone. Questi semplici dati esprimono chiaramente quanto siano di strategico interesse per la Repubblica Italiana le terre alte: esse non rappresentano piccole porzioni di territorio o una parte marginale della popolazione, bensì una fetta importante del patrimonio geografico, culturale, sociale ed economico dell’intera nazione.
Gli stessi padri costituenti hanno riconosciuto l’importanza strategica della “questione montana” per il futuro della nascente Repubblica e hanno inserito nella Carta costituzionale una specifica disposizione a tutela delle terre alte: “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”. Nonostante questa specifica disposizione costituzionale, lo Stato e le amministrazioni non sono mai riusciti a riconoscere il “carattere di preminente interesse nazionale” delle terre alte, derubricando le politiche a favore della montagna e relegando le terre alte ad aree di scarsa rilevanza geostrategica.
Il sostanziale disinteresse politico e istituzionale sulla “questione montana” (così come a suo modo sulla marittimità) produce un impatto diretto e tangibile sul futuro di quelle 14 milioni di persone residenti in montagna. Esso genera inoltre un significativo impatto strategico e ambientale determinato dalla mancata gestione di un territorio che rappresenta di più di metà delle risorse geografiche della Repubblica italiana. Eppure, gli studi indicano che nel Belpaese sono proprio le aree montane, con la propria ricchezza naturale, linguistica, sociale, culturale ed economica, quelle nelle quali “si gioca la sfida della modernità”.
Come si può riuscire a sviluppare politiche a favore delle aree montane senza recuperare l’approccio geopolitico e geostrategico? Fin dall’antichità, popolazioni e istituzioni lungimiranti hanno adottato strategie politiche partendo dall’analisi dei contesti geografici e storico-culturali, adottando e implementando approcci pragmatici per le proprie politiche di governo, sia per promuovere il contesto e gli equilibri interni al paese, sia per favorire le relazioni internazionali.
Oggigiorno le terre alte necessitano di un riconoscimento primariamente geopolitico: esse non sono il playground per turisti annoiati, così come l’abbandono delle terre alte e la marginalizzazione delle popolazioni che vi abitano non possono essere riconosciuti come un’opzione. In questa prospettiva, la gestione attiva e sostenibile dei paesaggi montani, rimessa al centro del dibattito politico, è la forma di promozione del mantenimento delle popolazioni residenti. Gestione del territorio e residenzialità sono il binomio ontologico fondamentale per promuovere la ricchezza della montagna, intesa nella sua espressione etimologicamente più ampia.
La montagna ha bisogno di essere gestita e abitata in forma permanente, con un riconoscimento politico e culturale, altrimenti ne va del benessere dell’intera Repubblica. Solo su questi obiettivi politici possono essere progettate, costruite e realizzate concrete strategie di management della montagna.

Le montagne sono abitate da migliaia di anni, durante i quali l’umanità e la natura, in sintonia, hanno dato forma al paesaggio. Le profonde trasformazioni in atto nella società contemporanea stanno disarticolando e mettendo a rischio questa millenaria interazione, svuotando di significato le terre alte, non più percepite come luogo di vita, ma come non-luoghi, da abbandonare o trasformare in parchi dei divertimenti. Tali eventi incidono sul futuro delle popolazioni montane, ma hanno anche profonde ripercussioni sull’ambiente nella sua dimensione locale e globale. Da qui l’esigenza di proporre e condividere alcune riflessioni sulle politiche e le forme di gestione delle terre alte














