L'odierno schema sociale è semplice: si vive in città sempre più grandi e popolose e le montagne diventano il piacevole playground per attività ludico-ricreative

Politiche lungimiranti per la montagna devono promuovere e garantire l’abitabilità delle terre alte in coordinamento con il turismo, che è una risorsa economica rilevante, ma rappresenta anche il principale concorrente in tema di unità abitative. La priorità non può che essere la residenzialità permanente e diffusa, in particolare dei giovani che rappresentano, anche biologicamente, la capacità generativa, ossia il futuro delle popolazioni montane

IL SIGNIFICATO STORICO DELLA GEOGRAFIA ALPINA
La permanenza di popolazioni alpine floride, vivaci e demograficamente ben distribuite è da sempre garanzia di gestione attiva e sostenibile dei paesaggi alpini. La geografia delle Alpi non può essere letta al di fuori della cornice del paesaggio, inteso quale territorio “il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. Tutti gli elementi caratteristici delle Alpi sono paesaggio: i boschi di conifere che si sviluppano sui versanti, i prati rigogliosi in fondovalle, l’armoniosità dei centri abitati e delle infrastrutture, i terrazzamenti vitati, i pascoli verdeggianti in quota che circondano le vette. Tutti questi elementi sono frutto di un’interazione millenaria e spesso sostenibile tra l’umanità e la natura.
La montagna alpina “con la sua ricchezza di risorse naturali, le sue risorse idriche, il suo potenziale agricolo, il suo significato storico e culturale, il suo valore […] di attività economiche e ricreative, nonché per le vie di transito che la attraversano” è da sempre uno spazio di vita di estrema rilevante nel contesto europeo. Le classi dirigenti del passato, consapevoli già in epoca alto medioevale che le Alpi sono una cerniera tra le popolazioni europee e non un ostacolo, hanno garantito alle popolazioni alpine taluni privilegi di carattere amministrativo, politico e fiscale “quale contropartita per il faticoso lavoro di rendere coltivabili le terre alte” e di governo delle infrastrutture di interconnessione.
Al contrario, nell’ultimo secolo un diffuso disinteresse politico, sordo alle storiche lezioni della geopolitica alpino-europea, ha prodotto diffusi fenomeni di spaesamento e marginalizzazione, i quali hanno promosso l’emigrazione e quindi lo spopolamento della montagna. Sono molte le aree montane alpine che dal secondo dopoguerra hanno visto una riduzione anche dell’80% della popolazione residente o addirittura l’abbandono di interi centri abitati.

LA MONTAGNA NELL’ERA DELL’URBANOCENE
Negli ultimi sessant'anni, a fianco a fenomeni di spopolamento di significative e vaste proporzioni, le Alpi hanno iniziato a giocare un nuovo ruolo: esse sono “uno dei più vasti spazi turistici e ricreativi d'Europa, grazie alle loro immense possibilità di attività ricreative, alla ricchezza dei suoi paesaggi e alla diversità delle condizioni ecologiche”. In questa nuova prospettiva, la Convenzione delle Alpi, già nel 1991, evidenziava che “il turismo di montagna si sta sviluppando in un quadro concorrenziale mondializzato e contribuisce in modo significativo ai risultati economici del territorio alpino”.
Urbanocentrismo globale, turismo montano, residenzialità permanente e diffusa nelle terre alte (ma sempre più spopolate): tre concetti ossimorici che hanno invece necessità di una sintesi e di una dialettica di confronto politica. Lo schema che la società oggi propone è semplice: si vive in città, sempre più grandi e popolose, e le montagne diventano il piacevole playground per attività ludico-ricreative che il contesto urbano non può offrire. I popoli che abitano la montagna e il paesaggio montano divengono fattori funzionali a questo modello.
A ben guardare vi è una hegeliana eterogenesi dei fini: le montagne, da luogo di vita delle popolazioni, diventano un non luogo, uno strumento finalizzato alla ricreazione dei popoli urbani. In questo schema, il valore ambientale, sociale e culturale della residenzialità permanente e diffusa delle popolazioni alpine è escluso, come estromessa è la gestione del paesaggio delle terre alte, quale florida, gravida e sostenibile relazione tra l’umanità e la natura montana.

RESIDENZIALITÀ PERMANENTE E TURISMO IN MONTAGNA
In quest’ottica, il turismo, da risorsa (importante) per la montagna e la sua economia, diviene il fine, per soddisfare il quale si vedrà se garantire o meno le condizioni di vivibilità e abitabilità per le popolazioni alpine. Chiunque viva in montagna ha ben presente gli effetti di queste politiche, in particolare sulla possibilità di acquisire un immobile per continuare a risiedere nelle terre alte. Un mercato immobiliare fortemente drogato dall’acquisto indisciplinato di seconde case (sempre più di lusso), dalle speculazioni sugli alloggi turistici e i bed & breakfast, nel quale, in particolare ai giovani, non è garantita la possibilità di restare a vivere in montagna.
Eppure già nel 1991, con la redazione della Convenzione delle Alpi, si è tentato di promuovere l’implementazione di specifiche politiche al fine prevalente di “favorire contemporaneamente uno sviluppo economico e una distribuzione equilibrata della popolazione nel territorio alpino”, nel rispetto e nel riconoscimento delle Alpi quali “uno dei più grandi spazi naturali continui d'Europa, il quale si distingue per una bellezza unica, una diversità ecologica ed ecosistemi estremamente sensibili”. La Repubblica Italiana ha ratificato la Convenzione delle Alpi con l’impegno di “riconoscere gli interessi specifici della popolazione alpina mediante un impegno rivolto ad assicurare nel tempo le loro basi di sviluppo”.
Con la Convenzione delle Alpi, la residenzialità permanente e diffusa in montagna sarebbe dovuta ritornare, almeno formalmente, nella dialettica delle politiche a favore delle terre alte, diventano nuovamente un obiettivo strategico, anche in contrapposizione agli odierni trend urbanocentrici cui l’umanità sta assistendo come attore protagonista e in contemporanea spettatore impotente.
Purtroppo, ancora oggi non è così. L’umanità ha dimenticato gli insegnamenti del filosofo tedesco Martin Heidegger (considerato uno dei filosofi più influenti del XX secolo): “La dove la parola abitare parla ancora in modo originario, essa dice anche fin dove arriva l’essenza dell’abitare. [Il tedesco] bauen (costruire) [è] la stessa parola [del verbo tedesco] bin (io sono). […] L’antica parola bauen […] vuole dire: io abito […] il modo in cui noi uomini siamo sulla terra è […] l’abitare”. Abitare le Alpi significa essere nelle terre alte e vivere la montagna, non trasformarla in un immenso parco giochi da consumare in una prospettiva mordi e fuggi, che ha come unico risultato l’appiattimento sociale e culturale delle popolazioni alpine, trasformandole in semplici fattori a servizio di questo sistema.

ALCUNE PROSPETTIVE DIALETTICHE
Politiche lungimiranti per la montagna devono promuovere e garantire l’abitabilità delle terre alte in coordinamento con il turismo, che è una risorsa economica rilevante, ma rappresenta anche il principale concorrente in tema di unità abitative. La priorità non può che essere la residenzialità permanente e diffusa, in particolare dei giovani che rappresentano, anche biologicamente, la capacità generativa, ossia il futuro delle popolazioni montane. Queste politiche devono garantire ai giovani (ma non solo) le prospettive di abitabilità in montagna.
Le proposte possono essere di due tipologie: contributive e normativo-regolamentari. Nel primo caso è possibile utilizzare forme di aiuto specificatamente strutturate per la residenzialità in territorio montano, differenti (e più consistenti) rispetto a quanto proposto per le aree urbane (esempio specifici contributi per l’acquisto della prima casa). Nel secondo caso è necessario proporre delle modalità per il governo del mercato immobiliare ed edilizio rivolto al turismo. Un esempio potrebbe essere porre un limite ai posti letto turistici e di seconde case in relazione al numero di residenti: l’incremento dei posti letto turistici (e di seconde case) è quindi subordinato all’incremento della residenzialità permanente. Un altro esempio è l’attuazione di vincoli di residenza ordinaria, come già realizzato nella Provincia Autonoma di Trento con la legge provinciale 11 novembre 2005, n. 16 (c.d. legge Gilmozzi): il vincolo è strutturato per garantire la creazione di un mercato destinato ai soli alloggi per residenti in montagna, assieme a specifiche norme che garantiscono che le nuove edificazioni nelle terre alte sono permesse a favore dei soli immobili adibiti a residenza permanente.
Senza una politica coordinata per la tutela e promozione dell’abitabilità e residenzialità permanente e diffusa delle montagne, le prime vittime saranno proprio le popolazioni montane.

Le montagne sono abitate da migliaia di anni, durante i quali l’umanità e la natura, in sintonia, hanno dato forma al paesaggio. Le profonde trasformazioni in atto nella società contemporanea stanno disarticolando e mettendo a rischio questa millenaria interazione, svuotando di significato le terre alte, non più percepite come luogo di vita, ma come non-luoghi, da abbandonare o trasformare in parchi dei divertimenti. Tali eventi incidono sul futuro delle popolazioni montane, ma hanno anche profonde ripercussioni sull’ambiente nella sua dimensione locale e globale. Da qui l’esigenza di proporre e condividere alcune riflessioni sulle politiche e le forme di gestione delle terre alte














