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Storie | 17 novembre 2025 | 12:00

Quando la terra non appartiene ai singoli individui. In viaggio tra gli assetti fondiari collettivi: le comunanze agrarie umbre nella ricerca geografica di Michele Ravaioli

Le proprietà collettive possono offrire risposte ai problemi attuali, ambientali ed economici, e propongono un modo diverso di fare politica del territorio: l’assemblea, il confronto diretto, la gestione dal basso dei desideri e dei bisogni. Non un’entità astratta che decide per tutti, ma un organismo vivo. Gli assetti fondiari collettivi, nella loro quotidianità, uniscono pratiche economiche, politiche e ambientali. Eppure, nella pratica, manca qualcosa

Gli assetti fondiari collettivi sono un modo radicato — e forse oggi radicale — di raccontare e vivere la montagna. Con questo articolo inizia un viaggio nell’Appennino tra le molte forme che questi assetti assumono e che, nel loro silenzioso persistere, mostrano un modo possibile di abitare la montagna al di là delle astrazioni, romanticizzazioni e dell’estrattivismo delle risorse.

 

Gli assetti fondiari collettivi sono forme storiche di proprietà in cui la terra non appartiene a individui singoli, ma a una comunità che la gestisce secondo regole consuetudinarie condivise attraverso “un altro modo di possedere” (Grossi, 1977) fondato su uso, appartenenza e funzione sociale della terra, e oggi normato a livello nazionale dalla legge 168/2017. Si manifestano come comunanze agrarie, vicinie, regole, partecipanze, amministrazioni separate: diverse spazializzazioni del territorio abitato e delle relazioni che vi si innestano, ormai troppo spesso dimenticate dalle comunità.

 

Per partire in questo viaggio tra terre, conflitti, resistenze e immaginari ho scelto di cominciare da un incontro: con Michele Ravaioli, giovane ricercatore in Geografia che ha scelto di dedicare i suoi studi alle proprietà collettive. Con Michele abbiamo iniziato a collaborare, sul piano teorico e pratico, per provare a dare un contributo a un tema spesso “invisibilizzato” quasi ovunque nelle montagne italiane — e ancora di più in Appennino.

Nato a Ravenna, cittadina di mare, apparentemente lontano da questi mondi, ha iniziato a “cercare altrove ciò che crediamo impossibile qui”, arrivando a occuparsi di proprietà collettiva. Durante il campeggio di geografia Smarginando, Michele si pone molte questioni sui modelli sociali, politici ed economici alternativi al sistema dominante. «Guardavo al Rojava, a un mondo altro, rivoluzionario: comunità che sfidano lo Stato-nazione, che provano a costruire relazioni non individualizzate e non alienate». Parlando di questi temi, scopre l’esistenza di modelli apparentemente simili, le comunanze agrarie, che persistono come istituti storici ma assolutamente attuali nell’area dell’Appennino centrale. «Era come se le teorie lette sul Kurdistan trovassero improvvisamente un’eco, una risonanza in forme che esistevano anche nelle nostre montagne — e che non conoscevo affatto». Da lì iniziano gli studi: i testi di Augusto Ciuffetti e Paolo Grossi, il documentario Le terre di tutti.

 

Approfondimenti che svelano man mano la vicinanza, quasi un dialogo, tra le esperienze del Rojava e gli assetti fondiari collettivi: la centralità della dimensione comunitaria, un’economia non orientata all’accumulazione e allo sfruttamento, la costruzione di una forma di soggettività collettiva, più che individuale. Tutto questo accompagnato da una forte attenzione al contesto ecologico, a un equilibrio con l’ambiente. Era come se esistesse un filo, un ponte. Da quel filo nasce la sua ricerca sulle comunanze agrarie umbre, svolta nel 2024.

 

Non è facile trovare informazioni sull’attualità delle comunanze agrarie, se non per alcuni casi che hanno iniziato a promuovere la comunicazione online. Attraverso la ricerca Michele trova le storie delle comunanze agrarie di Massa Martana, Bagnara e Viepri.

 

Le comunanze agrarie umbre che Michele ha studiato si reggono ancora oggi su economie fondamentali, domestiche, ma tutt’altro che marginali. Il pascolo è una di queste, anche se in declino. Se a Massa Martana ci sono ancora decine di capi, a Colpetrazzo e a Viepri stanno cercando di far ripartire l’attività. Poi c’è il legnatico, utilizzato da un numero significativo di famiglie per riscaldare la casa. È una pratica ancora molto viva. A questo si aggiunge la valorizzazione delle risorse del sottobosco, come i tartufi. Accanto alle economie tradizionali ci sono attività più recenti: corsi di micologia, riconoscimento delle erbe spontanee, e per la guida di mezzi agricoli. A Bagnara lavorano delle persone alla manutenzione del Villaggio della Sostenibilità: tagliano l’erba, gestiscono le camere, operano nel turismo. C’è poi la sentieristica. Ancora a Bagnara seguono il sentiero delle grotte di Sant’Angelo, dove si rifugiò San Francesco, e il sentiero delle cascate del Topino dove la comunanza si occupa della manutenzione delle aree attrezzate. Nelle Terre delle comunanze di Massa Martana e Colpetrazzo ci sono due rifugi. Tutto questo è cura della montagna, anche attraverso fini turistici, sempre guardando all’equilibrio nel territorio e non cercando un turismo di massa.

Spesso, intorno alle comunanze, ruotano importanti interessi e conflitti legati in particolare all’acqua. Esiste un progetto di invaso per la raccolta dell’acqua piovana, a beneficio degli agricoltori locali, patrocinato direttamente dalla comunanza agraria di Viepri. Invece, la comunanza agraria di Bagnara è coinvolta in una annosa vicenda giudiziaria legata alla gestione delle sorgenti situate nei territori della comunanza. Con l'interesse di diversi enti pubblici e privati (Comune di Perugia, Regione Umbria e gestori degli acquedotti come AURI, VUS, Umbria Acque) è aumentata in modo significativo la captazione dell’acqua, arrivando a prelevare dieci volte più dell’accordo iniziale (1898) e quasi il doppio rispetto all’accordo seguente (1953). Inoltre, come emerge nella ricerca di Michele Ravaioli, nel tempo l’acqua non è stata utilizzata per le funzioni previste - irrigazione dei campi, abbeveratoi, sostegno alle attività agricolo-pastorali - e si sono verificati espropri irregolari e cambiamenti di destinazione d’uso. In relazione a questi abusi, la comunanza di Bagnara ha fatto causa e ha vinto. La sentenza, come spesso capita in questi casi, è di forte interesse per il valore ecologico e politico che afferma: l’acqua è bene di tutti e la gestione spetta al dominio collettivo. È un ribaltamento del rapporto tra centro e periferia, una riaffermazione del ruolo politico delle comunità montane nei confronti di chi le considera serbatoi di risorse.

 

In questi territori, il tema della comunità emerge come esperienza concreta, tangibile. Fermandosi per un mese tra i Comuni di Massa Martana e di Nocera Umbra, Michele racconta dell'opportunità di partecipare ai momenti collettivi costruendo relazioni. Momenti in cui, mi dice, «ho capito che il vivere comunitario è fatto di dialogo, reciprocità e riconoscimento. E che anche nelle differenze più grandi si può trovare uno spazio comune. La convivialità, il fare insieme, sono la base». L’esperienza di Michele testimonia come la ricerca geografica non abbia soltanto il compito di osservare e descrivere, ma anche di far emergere realtà spesso radicate e radicali, più di quanto le stesse comunità siano consapevoli, e di immaginare futuri possibili, connettendo mondi apparentemente diversi.

Il pensiero politico elaborato in Kurdistan, soprattutto attraverso Abdullah Öcalan, parla di comunità marginalizzate che rifiutano la narrazione dello “spazio vuoto”, dello “spazio da riempire” con modelli estranei; provando a costruire un futuro basato sul confederalismo democratico, sulla centralità del territorio e della dimensione comunitaria. In questo aspetto, sussistono molti parallelismi con la proprietà collettiva in Italia. È una provocazione, forse, ma anche un seme. Le proprietà collettive possono offrire risposte ai problemi attuali, ambientali ed economici, e propongono un modo diverso di fare politica del territorio: l’assemblea, il confronto diretto, la gestione dal basso dei desideri e dei bisogni. Non un’entità astratta che decide per tutti, ma un organismo vivo, ci diciamo con Michele.

 

Gli assetti fondiari collettivi, nella loro quotidianità, uniscono pratiche economiche, politiche e ambientali. Questo ravviva le vite delle persone. Va in controtendenza ai paradigmi dominanti, ai modelli di sviluppo che atomizzano e separano. Qui invece tutto torna insieme: ambiente, lavoro, socialità, decisione politica. Eppure, nella pratica, manca qualcosa. Pochi partecipano attivamente, e sempre meno giovani prendono le redini delle amministrazioni separate. Le montagne si spopolano, la relazione con l’ambiente si affievolisce, questi assetti della vita montana rischiano di sparire.

 

Il viaggio tra le comunanze agrarie umbre di Michele Ravaioli è raccontato in un libro – stampato con il finanziamento delle stesse comunanze – in cui è contenuta non solo l’analisi scientifica, ma anche una bellissima narrazione che semina per il futuro. È forse questo il punto più radicale: non solo raccontare le terre collettive, ma contribuire a rafforzare la loro capacità di pensarsi e ripensarsi. Perché gli assetti fondiari collettivi non sono soltanto un sistema giuridico o economico: sono un modo di stare al mondo. Un’ecologia politica incarnata e quotidiana, una geografia vissuta. E forse, proprio per questo, continuano a ispirarci.

il blog
Racconti dagli Appennini in mutazione

Gli Appennini sono da sempre abitati, vissuti e lavorati. La loro geografia lo testimonia: piccoli paesi incastrati tra le alture, collegati da strade e sentieri che raccontano storie di mobilità. Luoghi che storicamente sono stati centrali nelle relazioni politiche, economiche e culturali del Mediterraneo in cui si estraevano risorse, producevano beni preziosi, sperimentavano innovazioni e mestieri. 

Partendo dall’Appennino centrale, contesto delle nostre ricerche e attività politiche e sociali, il blog racconta storie ed economie montane contemporanee, intendendo economia come cura e gestione del bene comune, inserita in trame ecologiche multi-specie. Raccontiamo pratiche collaborative di gestione e cura del rurale con radici secolari, così come di esperienze recenti e soggettività impreviste che immaginano nuovi modi di abitare e produrre in montagna. Raccontiamo queste storie con uno sguardo che cerchi di parlare al futuro e di stare - senza scioglierle - nelle contraddizioni del presente

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