Dopo la morte del figlio (colpito da un fulmine sul Sassolungo) costruisce un rifugio per "proteggere" gli alpinisti: storia del Toni Demetz e di una gestione che parla di passione e famiglia

Costruito da Giovanni dopo la morte del figlio, il Rifugio Toni Demetz è oggi gestito da Enrico e dai suoi parenti, che portano avanti, con tenacia e passione, una tradizione di famiglia: "Dagli anni '50 sono cambiate tante cose. Oggi quando ci chiedono informazioni sui sentieri prima di rispondere guardiamo che scarpe hanno addosso. Se non sono attrezzati correttamente, sconsigliamo di proseguire"

Il 17 agosto del 1952 un fulmine si abbattè sul Sassolungo colpendo due turisti milanesi e la loro guida, Toni Demetz, che perse la vita ad appena 20 anni d'età insieme a uno dei clienti. Inizia così la storia di un Rifugio, che sorge a quota 2.685 in Val Gardena, che avrebbe poi preso il nome del giovane scomparso.

"Il primo ad accorrere sul luogo dell'incidente - ricorda il fratello di Toni, Enrico, intervistato da L'Altramontagna - fu nostro padre, guida alpina storica, Giovanni Demetz (detto Giuani ndr)". Purtroppo però per Toni ogni tentativo di salvargli la vita si rivelò vano e fu così che, elaborato il tragico accaduto, Giovanni decise di costruire in quota un punto d'approdo, ma soprattutto di riparo, per alpinisti e rocciatori, da usare in particolare in caso di maltempo.
"Nonostante fosse comprensibilmente sconvolto per l'accaduto - spiega ancora in merito alla tragedia - si accorse che uno dei due turisti respirava ancora e pur nella disperazione riuscì a raccogliere le proprie forze e a portarlo in salvo a valle. Risalì una seconda volta sul luogo dell'incidente e appena gli fu possibile, con l'aiuto di quattro amici, recuperò il corpo senza vita del figlio Toni e quello dell'altro alpinista".
Da quella tremenda esperienza, come detto, nacque la volontà di costruire un "bivacco" per coloro i quali approdavano in zona. Fu così che, ottenuti i necessari permessi, nel 1953 la guida alpina si portò in quota per dare vita, in memoria di suo figlio, ad un piccolo rifugio su un pezzo di terreno sito in cima alla Forcella del Sassolungo, spettacolare 'terrazza' sulle Dolomiti cinta da rocce.

L'inaugurazione del Rifugio Toni Demetz avvenne nel 1954, quando ancora la struttura si presentava come una "piccola baracca" con soli 6 posti letto: "Nel 1959, venne poi costruito un impianto di risalita che facilitò notevolmente il trasporto dei viveri e delle attrezzature e ciò consentì di poter ampliare a sua volta anche il rifugio (con 27 posti letto) e di migliorarne la ricettività".
"Da allora - prosegue Enrico, il più piccolo dei figli di Giovanni Demetz - di tempo ne è passato e sono cambiate davvero tante cose. L'unica costante è stata la gestione, rimasta sempre nelle mani della nostra famiglia. È una grande gioia sapere che sarà così anche in futuro, nonostante le difficoltà che gestire una struttura alpina comporta tra scarsità d'acqua, problemi di infiltrazioni con il maltempo e di approvvigionamento dei viveri, per citarne soltanto alcuni".
Fra le varie cose mutate c'è anche l'impianto di risalita che, seppur ammodernato (le "gabbie" che un tempo trasportavano escursionisti sono diventate delle cabine chiuse ndr) mantiene un aspetto vintage. Tanti (non a caso) i turisti attirati in zona ogni anno: "Parliamo di persone che di montagna non ne sanno molto - commenta il rifugista -. I più vengono qui per scattare delle foto e poi tornano a valle. Questo, per quanto riguarda chi si affida all'impianto: molti altri ci raggiungono invece a piedi o facendo la ferrata".
Quello ce conduce direttamente al Toni Demetz è un impianto che ha una portata di 240 persone l'ora (contro le 1.500-2.000 di altri impianti delle Dolomiti): "Ciò consente di contenere l'assalto alle terre alte, cosa che ci rende felici, perché la volontà è di mantenere una gestione 'familiare', riuscendo a parlare con tutti gli avventori e dare consigli e indicazioni a chiunque ne abbia bisogno".
Insomma, i clienti non mancano, ma fortunatamente il Rifugio non è mai diventato ("e ci si augura che continui ad essere così") un "hotspot". "Ovviamente, non manca, anche nel caso di chi approda in zona a piedi, qualche 'sprovveduto' - prosegue Enrico nel racconto -. Ci chiedono consigli sui sentieri e le vie in zona: la prima cosa che facciamo è guardare che scarpe hanno addosso. Se non sono attrezzati correttamente, sconsigliamo di proseguire. Ogni tanto tocca anche 'inseguire' qualcuno che prova ad avventurarsi sui sentieri in zona troppo tardi o senza attrezzatura per fermarlo".
"Dagli anni Sessanta, la frequentazione delle terre alte è molto cambiata - fa notare -. Un tempo era tutto molto più 'lento'. La gente si fermava in rifugio anche per chiacchierare e si stringevano amicizie. Oggi i più hanno fretta: fretta di fare, di andare. È un vero peccato, per certi versi, che sia così".
Nonostante tutto, però, lo spirito del rifugio è rimasto quello di un tempo e la passione e l'amore per il proprio lavoro non a mai abbandonato la famiglia Demetz: "Questa struttura nasceva come bivacco che significava due cose: un tetto e del fuoco per riscaldarsi. Oggi è ancora così - conclude -. Ci sono stati senza dubbio dei momenti duri e dolorosi in questi anni, come l'aver assistito alla morte di persone (diventate amiche) su queste montagne. Fortunatamente, però, abbiamo fatto un gran lavoro in zona, con l'aiuto della guida Mauro Bernardi e con la Guide della Val Gardena, mettendo in sicurezza le vie, cosa che ha reso gli incidenti sempre più rari".
Il bilancio della vita a quota 2.685, per la famiglia non può che essere positivo: "Siamo fortunatissimi a poter vivere in questo posto, portando avanti il sogno e il progetto di nostro padre che, di generazione in generazione, continuiamo a fare nostro".

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere















