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Cultura | 20 dicembre 2025 | 18:00

"Ci identifichiamo più nella figura dei due 'imbriagoni' che in quella del ragazzo universitario, in quanto abitanti di una provincia sperduta e ignorata". Cosa rimane dei luoghi che si spopolano?

di Celeste Grando e Andrea Murer

Una lettera a L'Altramontagna dai territori del film Le città di pianura: "Per chi ci vive, in questi luoghi, non è un normale 'road movie' o una classica storia di formazione. È la vita di tutti i giorni. (...) Luoghi che nonostante si spopolino restano popolati di sentimenti"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Questo capolavoro dovrebbe stare tra le pagine de L’Altramontagna, ci siamo detti, perché nel film così come nel quotidiano i luoghi parlano davvero attraverso le persone se raccontati in modo onesto, senza ipocrisie, senza illusioni, solo per quello che sono. Lo scenario qui è diverso da quasi ogni film, sono luoghi realistici e crudi che stagnando sedimentano sulle sponde una incontestabile ed affascinante verità tutta loro che non ha bisogno di essere giustificata".

 

Qualche giorno fa è arrivata al nostro quotidiano una lettera - fin troppo gentile nei modi - finalizzata a proporre uno sguardo "interno" ai territori in cui è ambientato il film Le città di pianura. Reputando il contenuto ricco di spunti di riflessione, lo riportiamo qui di seguito.

 

Il testo della lettera

 

Abitiamo in un piccolo paesino in provincia di Belluno nel quale il nulla avanza sino a riempire ogni spazio ogni inverno che passa. Qualche tempo fa abbiamo guardato Le città di pianura del regista bellunese Sossai e questo ha fatto nascere in noi diverse riflessioni. Abbiamo pensato che condividerle su queste pagine fosse un modo utile per non farle cadere nel vuoto, magari anche per farle crescere, sperando che le nostre considerazioni arrivino a chi, come noi, nei luoghi trova riflesso qualcosa di sé che vive autonomamente fuori dal proprio corpo.

 

Questo lungometraggio racconta ciò che si potrebbe descrivere con le parole de Le Luci della Centrale Elettrica: il profondo Veneto. Sossai parla di emozioni in modo speciale mentre incrocia lo sguardo di chi i paesi li vive da sempre ed ha in cuor suo quello strano ed ambivalente sentimento di appartenenza a luoghi che sono magici solo a modo loro.

 

Le città di pianura è un film che celebra una storia, sembra quasi per il puro piacere di raccontare: vita, amarezza, nostalgia, amicizia, tempi e luoghi che spesso cambiano drammaticamente, ma anche persone che in fondo non cambiano mai. Sossai in un’intervista riporta: "La gente lo guarda e dice: 'Ah, parla di me'". E infatti di quelle scene sentiamo gli odori: l’alito di Doriano in macchina, il cemento bagnato, le osterie, l’umidità della casa di Carlo al mattino, i campi e le panchine in legno vicino ai crocifisso persino. Sono immagini incredibilmente familiari. Questo film è arrivato come una liberazione, lo abbiamo guardato e abbiamo pensato: "Ah, parla di noi".

 

Questo capolavoro dovrebbe stare tra le pagine de L’Altramontagna, ci siamo detti, perché nel film così come nel quotidiano i luoghi parlano davvero attraverso le persone se raccontati in modo onesto, senza ipocrisie, senza illusioni, solo per quello che sono. Lo scenario qui è diverso da quasi ogni film, sono luoghi realistici e crudi che stagnando sedimentano sulle sponde una incontestabile ed affascinante verità tutta loro che non ha bisogno di essere giustificata.

 

Oltre al racconto degli spazi, al centro c’è il rapporto stesso tra luoghi e persone che rimanda in parte a quanto diceva Pavese: "Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

 

Le città di pianura non racconta solo di chi resta o di chi va via, ma anche di chi torna e di chi, nonostante tutto ciò che ha perduto nel tempo, ha ancora qualcosa che resta ad aspettarlo. Franco Arminio dice: "Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro". Nel racconto di questi luoghi e di questi personaggi c’è qualcosa che unisce il sacro al profano: il luogo fatto sacro da Doriano e Carlo è il locale da Mary. Un luogo in cui bere, mangiare e stare in compagnia, il simbolo di un’amicizia, ma non certo un luogo sacro per definizione. Di questo santuario rimarrà poco, non certo quanto ricordavano, anche in quella desolazione però qualcosa resterà a ricordarsi di loro, inciso nel legno come traccia di un sentimento che resta immutato anche nel bel mezzo di un ambiente completamente cambiato. Tutto questo rievoca il ricordo delle montagne e dei piccoli paesi che dopo essere stati fatti sacri, sono stati desacralizzati dal cambiamento, dalla decrescita, dallo spopolamento eppure conservano in un angolo un ricordo che il tempo non ha lasciato appassire, un affetto per anfratti dimenticati che invece non ci dimenticano.

 

Accade, a nostro avviso, una particolare situazione di dissonanza all’interno del film. Paolo Villaggio, parlando di Fantozzi, usava sottolineare come tutti vedessero nel suo personaggio il riflesso del vicino, del parente, del conoscente. Mai sé stessi, sempre e solo gli altri. Noi invece questi novelli Fantozzi abbiamo il coraggio di rivendicarceli. I due protagonisti, Carlobianchi e Doriano, non sono ragazzi giovani. Sono uomini di mezz’età, distrutti e sconfitti dalla vita, che non fanno altro che vagare come derelitti alla ricerca della prossima avventura alcolica. Giulio, invece, è un timido e insicuro ragazzo con davanti a sé tutta la vita. Succede però qualcosa ai nostri occhi e forse agli occhi di tutti quelli che questi luoghi li abitano e li vivono. Accade che ci si identifichi più nella figura dei due imbriagoni che in quella del ragazzo universitario, persino per chi magari come noi l’università l’ha fatta, si è trovato ad essere studente fuori sede ed ora è tornato al paesino e cerca in tutti i modi una scusa per non andarsene. Siamo ragazzi giovani con una vita tutta da costruire, eppure, in quanto abitanti della Provincia, quella più sperduta e ignorata, tendiamo ad empatizzare molto di più con due derelitti. Ma è così per tutti? La percezione della situazione di disperazione è condivisa da tutti? 

 

È qui che si mostra secondo noi la grandezza del film. Per chi ci vive, in questi luoghi, non è un normale road movie o una classica storia di formazione. È la vita di tutti i giorni. Un Primo che gioca alle macchinette e racconta storie sul proprio paron lo conosciamo tutti. Paradossalmente, è Giulio il personaggio falso, un artifizio narrativo più stereotipo dello stereotipo. È l’eroe che parte per il viaggio, scopre sé stesso, prende coraggio, sconfigge il mostro. Ma quello che appartiene a noi è il senso di smarrimento dei due ubriaconi. Noi siamo Dori e CarloBianchi. Per tutti gli altri, per chi guarda da lontano o ci passa il fine settimana, rimane solo il fascino delle macerie, l’esplorazione di una vecchia casa abbandonata. Eppure in quella casa qualcuno ci viveva, e c’è un motivo per cui non ci vive più.

 

Rimane una cartolina dei bei vecchi tempi andati. Un paesaggio da fotografare, come se fosse sempre stato così, immutabile e immobile, disabitato e abbandonato. Non c’è scampo, è fermo nel tempo. Esattamente come le nostre montagne: la complessità delle relazioni che le hanno plasmate scompare e rimane solo una bella fotografia. Non resta che la nostalgia, di un mondo che probabilmente non è mai esistito e che, nonostante le promesse di salvezza calate dall’alto, non esisterà mai.

 

La superstrada Lisbona-Treviso-Bucarest è il sogno, la modernità, la gallina dalle uova d’oro e richiama per i modi la narrativa fatta ai tempi della promessa superstrada Fenadora-Anzù. "Non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un'enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare", si dice della strada fittizia. Lo scorrimento veloce che doveva unire e invece non ha lasciato altro che vuoto si dice della strada reale. E quindi, oltre a strade, veloci, dritte e dirette, cosa rimane?

 

Forse "un paesaggio che non esiste, senza tutte quelle città di pianura in mezzo" o forse, più probabilmente, luoghi sagomati dalla complessità delle nostre relazioni, dei nostri pensieri, delle nostre storie. Luoghi abitati da persone. Luoghi che nonostante si spopolino restano popolati di sentimenti.

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