Contenuto sponsorizzato
Cultura | 10 dicembre 2025 | 06:00

È possibile "diventare montanari"? Sì, ma esistono tre diversi modi di migrare verso le terre alte: scopriamoli con l'ultimo libro di Andrea Membretti

Nel suo nuovo libro, "Diventare montanari" (il terzo volume della collana L’Altramontagna nata in collaborazione con People), Membretti ha esaminato e raccontato modi e mondi diversi di migrare in montagna: da chi trasferisce in quota lussuosi modelli abitativi urbani, a chi sale perché non ha altra scelta

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Andrea Membretti si occupa da molti anni dei problemi e delle possibilità di vivere e lavorare in montagna, è tra i fondatori dell’associazione Riabitare l’Italia e coordina il progetto Scuola di montagna con l’Università di Torino. Due anni fa aveva scritto con altri Migrazioni verticali. La montagna ci salverà?,  che trattava temi legati da un sentimento sempre più diffuso: il desiderio di trasferire abitazione e luogo di lavoro nelle terre alte, per fuggire da pianure soffocate dal caldo, dal traffico, dall’inquinamento e dalle polveri sottili. La progressiva cementificazione del territorio nazionale sta riducendo la disponibilità di verde e di suolo agrario, rendendo altresì più fragile il territorio in caso di calamità naturali o forti piogge. Tanti desidererebbero migrare in alto, per il clima ma anche per vivere in un modo più salubre e sereno.

 

Nel suo nuovo libro, Diventare montanari (il terzo volume della collana L’Altramontagna nata in collaborazione con People), Membretti ha esaminato e raccontato tre modi e tre mondi diversi delle migrazioni verticali, di chi ha potuto o dovuto salire: quello dei benestanti, che hanno l’opportunità di scegliere luoghi alti e protetti, come Crans-Montana, nel Cantone svizzero del Vallese; quello degli aspiranti montanari appartenenti a una middle class sempre più povera e smarrita nel grigiore delle città, che cerca in alto una vita più interessante, più libera da condizionamenti, più ricca di opportunità; quello dei disperati, in fuga dalla fame o dalle crudeltà di Paesi oppressivi e senza futuro, pronti ad accettare i lavori più duri e faticosi, per vivere e per sperare.

 

L’approccio alle tre grandi fasce di popolazione inizia con un registro ironico, citando Marx e le classi sociali, e prosegue con una partecipazione sempre più attenta e accorata.

 

Gli appartenenti alla upper class hanno colto soprattutto la possibilità di interagire da remoto, accentuata dalla pandemia del 2020, che permette di eseguire anche lavori da sempre svolti principalmente nelle città. E così scelgono una città alpina alternativa e complementare alle città di pianura di provenienza.

 

Membretti insegna Sociologia all’Università di Pavia e quando incontra e poi racconta gli abitanti di Crans-Montana, ne coglie abilità e competenze, idiosincrasie e lussi sfrontati. Descrive con piglio scientifico i limiti e le contraddizioni di un insolito agglomerato urbano, situato a 1.500 metri di altitudine, che conta circa diecimila residenti ma tre milioni di visite annuali. Con scuole internazionali, supermercati e servizi aperti tutto l’anno, palazzi moderni, vie di comunicazione ben accessibili in tutte le stagioni. Valuta negativamente, sul piano etico e politico, la diseguaglianza sociale e la separatezza da gated communites (comunità recintate) viste a Crans-Montana, in parte greve, incolta e ai limiti del buon gusto, ma si pone una domanda: "E se l’agglomerazione, anche in montagna, fosse alla fine meglio della dispersio­ne abitativa?". Se le economie di scala dei grandi chalet-condominio di quel modello di cittadina alpina consentissero riduzione dei consumi, condivisione dei costi, efficientamento energetico e mobilità sostenibile?

 

Un tema su cui riflettere. Proprio il porre dubbi e sollevare temi inediti è uno dei motivi di interesse di questo lavoro.

 

Il secondo capitolo, quello dedicato alle montagne scelte e salite dalla middle class è il più vario, perché le storie e le possibilità sono infinite, l’unica cosa che accomuna le vicende umane e lavorative raccontate è il momento del distacco e del viaggio. Spesso liberatorio ma sempre sofferto e difficile, e denso di incognite per uomini e donne con sulle spalle uno "zaino pieno di buone letture e limitate competenze". Chi decide di salire in montagna e non dispone di rendite deve imparare a esercitare i lavori tipici e tradizionali delle terre alte: l’agricoltura d’alta quota, la lavorazione del legname, la pastorizia, la coltivazione di erbe aromatiche e medicinali, oppure specializzarsi dell’accoglienza turistica (bed & breakfast e attività similari), nei servizi di guida escursionistica o di guardia zoofila e faunistica. Il lavoro a distanza è una possibilità anche per la middle class, ma raramente è sufficiente. Occorre entusiasmo, forza di volontà e l’umiltà di adeguarsi a mondi molto diversi dalla grigia ma rassicurante civiltà delle pianure. Soprattutto la consapevolezza che le comodità e i consumi personali diminuiranno, che saranno toccati con mano tanti limiti, che i redditi saranno spesso più modesti che in pianura.

 

Detto questo, il desiderio di fuga e di scoperta è spesso così forte da rendere sopportabili sacrifici e fatiche. L'ambiente più salubre, il contatto con la natura, la condivisione di vita e lavoro, la comprensione che tanti consumi non sono poi così necessari, può rendere duratura e stabile il salire in montagna. Si può ipotizzare, prevedere anzi, che aumenterà nei mesi e anni a venire. 


Il capitolo più duro e sofferto riguarda chi sale le montagne per cercare sopravvivenza e lavoro, qualunque lavoro: i montanari per necessità. Il caso del giovanissimo Darko è un esempio estremo, proviene dal nord della Macedonia e da diversi anni lavora come pastore transumante sui monti della Laga in Abruzzo: tre mesi isolato dal mondo, con duemila pecore, per un compenso modesto, ma ben più alto di quanto guadagnerebbe in Macedonia nel resto dell’anno. E poi la bella storia di integrazione di Pettinengo, un paese del Biellese piegato dalla decrescita dei residenti (scesi a 1.500), a causa di una lenta ma inesorabile crisi economica. Grazie all’arrivo di migranti di ben 38 diverse nazionalità, la popolazione è sensibilmente aumentata, l’associazionismo ha dato un contributo determinante per l’accoglienza e l’integrazione degli stranieri. Non tutti sono rimasti, per alcuni è stato solo un breve passaggio della loro vita, per tutti l’occasione, l’opportunità di avere fra le mani il proprio destino. Questa fascia di neo montanari ha contatti funzionali con la upper class, cui presta i servizi più faticosi, ormai poco ambiti dalla popolazione locale, e contatti invece più vicini, anche umanamente, verso la middle class che vive con sorti alterne del proprio lavoro.

 

Le montagne sono un miraggio che può cambiare la vita a tutti i migranti, ma è anche un luogo complesso e fragile: quelle alte, sopra i 1.500 metri, consentono l’avventura e il brivido di orizzonti senza fine, ma un numero limitato di possibilità di vivere e lavorare, tutte focalizzate su alpinismo e turismo; le montagne di mezzo, tra i 600 e i 1.500 metri, hanno invece possibilità più diversificate, ma sono anche più a rischio. Molte valli del nostro Paese si sono riempite di capannoni, strade inutili al servizio di pochi hanno devastato o stanno per devastare luoghi meravigliosi che si erano preservati per secoli (vedi il caso Colle Ranzola sopra Estoul), la realizzazione di impianti sciistici a bassa quota ha portato ferraglia e cemento per un divertimento greve ed effimero. Proprio nelle montagne di altezza modesta si sono visti negli ultimi anni gli effetti più desolanti dei cambiamenti climatici, che hanno lasciato senza neve orrendi scheletri di impianti per turisti di bocca buona, mantenuti per anni con fondi pubblici e neve finta.

 

Questo piccolo libro di Andrea Membretti è importante perché rende visibile e concreta la realtà delle migrazioni verso le terre alte come fenomeno sociale, andando oltre le illusioni di rappresentazioni stereotipate della montagna, dove "ciascuno di noi sembrerebbe godere di una libertà di movimento – astratta, liscia e stretta­mente individuale – che ricorda tanto quella di una palla sul tavolo verde del biliardo. In attesa del colpo di stecca".

 

Nessuno si salva da solo, siamo tutti condizionati da dinamiche politiche, sociali ed economiche che coinvolgono ampie fasce di popolazione. Restare inerti o cercare rifugi individuali può risolversi in terribili delusioni; diffondere informazioni e conoscenza, aggregarsi per difendere il futuro delle montagne a rischio, è tutta in questo agire la nostra unica e ultima chance. Tornano in mente le parole di Dietrich Bonhoeffer: "Bisogna entrare in azione là dove siamo, qui e ora, non chissà dove o quando, con coraggio e con tutti i nostri limiti".

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Attualità
| 23 aprile | 19:00
La Provincia è l'ente intermedio che si occupa di ambiente e viabilità, ma la legge Delrio, con il voto indiretto [...]
Ambiente
| 23 aprile | 18:00
L'isola di Taiwan è stata abituata dalla storia e dalla geopolitica a vivere nell'incertezza. E incerto è anche il [...]
Cultura
| 23 aprile | 15:00
Esce "A passi leggeri", il podcast su beni comuni e diritti della natura, frutto di un lavoro di ricerca e di [...]
Contenuto sponsorizzato