"La patente di montanaro è sempre un 'foglio rosa', alla ricerca di equilibrio in un contesto che richiede ascolto, attenzione, cura, manutenzione"

"Se è vero che montanari si diventa, è altrettanto vero che non lo si è mai del tutto". Così riflette Mauro Varotto nel capitolo iniziale de "La montagna, con altri occhi", il primo libro della collana de L’AltraMontagna. Considerazioni che invitano ad aggiornare il modo in cui vengono raccontate le terre alte, così da arginare l’idea un po' stereotipata di montagna che negli ultimi decenni si è sedimentata nella società. Evidenziare il carattere caleidoscopico dei territori montani è quindi un antidoto ai cliché e, al contempo, un punto di partenza fondamentale per riflettere su una nuova abitabilità della montagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Se è vero che montanari si diventa, è altrettanto vero che non lo si è mai del tutto: la patente di montanaro è sempre un ‘foglio rosa’, alla ricerca di equilibrio in un contesto che richiede ascolto, attenzione, cura, manutenzione. Vale ovviamente per ogni forma di abitare: è sempre la combinazione di un dare e ricevere. Funga da monito per chi oggi pensa ai monti solo come contorno, magari per sfuggire al torrido caldo estivo”.
Così riflette Mauro Varotto nel capitolo iniziale de La montagna, con altri occhi - il primo libro della collana de L’AltraMontagna - mettendo in evidenza la dilagante consuetudine a intendere i rilievi quasi esclusivamente come un contesto di evasione; uno spazio dove trovare un temporaneo rifugio non solo dal caldo, ma anche dai ritmi (spesso frenetici) della quotidianità. Allontanandosi da questa percezione, che rischia di ridurre o, ancora peggio, di banalizzare la complessità sociale e ambientale dei territori montani, lo sguardo del geografo si sposta sulla necessità di ricalibrare il racconto sulle caratteristiche del territorio, con l'intento di evitare formule narrative omologanti.
Un accorgimento che aumenta d’importanza insieme al crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale. Prosegue Varotto:
“Basta chiedere a ChatGPT o a uno qualsiasi dei software di intelligenza artificiale di fornire un’immagine di montagna e ne verrà fuori un panorama rigorosamente ‘mozzafiato’, con vette innevate, un lago cristallino circondato da una foresta di pini, o un’atmosfera serena al tramonto e dettagli caldi e accoglienti, con un ruscello in primo piano e accanto a esso (a dispetto di ogni regola di sicurezza idrogeologica) uno chalet in legno con camino acceso – la casa alpina tipica dell’immaginario urbano. L’intelligenza artificiale è un formidabile specchio dei nostri cliché: non solo li svela, ma li amplifica. I modelli generativi basati su large language models (llm) elaborano enormi quantità di dati attraverso miliardi di parametri, apprendono le relazioni statistiche tra le parole e utilizzano questa conoscenza per creare contenuti realistici o plausibili”.
“Per uscire da questo gioco di specchi”, continua Varotto, “che moltiplica e riflette lo stesso immaginario all’infinito, e costringe la realtà montana a uniformarsi ai modelli dominanti - i soli ritenuti vincenti - serve una consapevolezza nuova”.
Una consapevolezza che si modella proprio sulla necessità di aggiornare il modo in cui vengono raccontate le terre alte, così da arginare l’idea un po' stereotipata di montagna che negli ultimi decenni si è sedimentata nella società. Evidenziare il carattere caleidoscopico dei territori montani, il loro volto sfaccettato, è quindi un antidoto ai cliché e, al contempo, un punto di partenza fondamentale per riflettere su una nuova abitabilità della montagna.
Per citare un’ultima volta Varotto, “Abitare le montagne è più che risiedere semplicemente in montagna: significa porre il proprio baricentro di vita in quella dimensione fisica e umana, farla propria nella sua configurazione sfaccettata e poliedrica, esercitare l’arte della mediazione tra attività e funzioni diverse, mantenere aperto il dialogo sia in direzione della specificità dei caratteri ambientali sia delle relazioni sociali a diverse scale, anche con ciò che sta fuori dai monti, ma è chiamato a esserne alleato”.
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