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Cultura | 25 maggio 2025 | 06:00

L’esplorazione dell’Artico è anche la storia del sacrificio di migliaia di cani. Il racconto di un grande esploratore polare e primo etnografo del popolo Inuit

Nell’estremo Nord, dove apparentemente il bianco domina ogni orizzonte, Knud Rasmussen ci racconta un Artico fatto non solo di ghiaccio e silenzi, ma anche di cultura, sopravvivenza e rispetto per una natura selvaggia e meravigliosa. A Nord di Thule (Iperborea), scritto nel 1912 e finalmente tradotto in italiano, non è un semplice diario di esplorazione, è una vera e propria chiave di lettura per iniziare a comprendere un territorio di cui si sente sempre più spesso parlare ma molte volte a sproposito

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Quando mi capita di prendere un treno – e, ahimè, succede piuttosto spesso – cerco sempre di arrivare con qualche minuto di anticipo per passeggiare tra gli scaffali delle librerie in stazione. In occasione di queste rapide incursioni, qualche settimana fa, mi sono ritrovato tra le mani A Nord di Thule, uno degli ultimi volumi pubblicati da Iperborea nella omonima collana Gli Iperborei. Due minuti più tardi il libro era nello zaino. Di Knud Rasmussen -l’autore- non avevo mai sentito parlare prima, eppure qualcosa ha catturato la mia attenzione.

 

Il libro è il resoconto che Rasmussen fece della prima spedizione artica che guidò in prima persona nel 1912 in Groenlandia settentrionale. Grazie alla splendida traduzione di Bruno Berni (anche curatore dell’interessante prefazione) possiamo ora anche noi godere di questo autentico gioiello della letteratura di viaggio e della esplorazione.


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Sarà che come studioso di ghiaccio e ghiacciai subisco il fascino dei poli. Se però devo scegliere tra Artico e Antartide, forse ho una lieve predilezione per il primo. Per quanto estremo e ostile, il paesaggio Artico ha un elemento in più che in Antartide manca: la presenza umana. L’Antartide è stata a lungo esclusa dalla nostra storia, troppo remota e troppo fredda per far parte del nostro mondo, è a tutti gli effetti un altro pianeta che conosciamo da pochi decenni. L’Artico, invece, è attraversato da millenni di cultura e sopravvivenza: i popoli Inuit lo abitano da tempo immemore, e da secoli tentiamo di addentrarci lassù sempre più a nord. Sarà per questo che A Nord di Thule, interamente ambientato nell'estremo Nord della Groenlandia, ha attirato la mia attenzione con tanta efficacia?

 

Anche il caso ha fatto la sua parte. Solo qualche settimana prima vi avevo raccontato proprio di Thule, uno degli insediamenti più a nord della Groenlandia, oggi sede di una base militare statunitense. Non sapevo, però, che fosse stato proprio Rasmussen a fondare quel villaggio agli inizi del Novecento, e che da lì fosse partito per una serie di spedizioni destinate a cambiare la conoscenza dell’Artico e della popolazione Inuit.

 

A Nord di Thule è il resoconto della prima di queste imprese, intrapresa nel 1912. La spedizione aveva due obiettivi: ritrovare l’esploratore Ejnar Mikkelsen, disperso da due anni, e chiarire una questione geografica cruciale – capire se la cosiddetta Terra di Peary fosse effettivamente parte della Groenlandia o un'isola separata da un braccio di mare. Non anticipo le risposte, ma nel libro vengono infine svelati entrambi i misteri, strettamente legati tra loro.

 

Ciò che rende speciale questo libro, però, non è solo la narrazione di un viaggio incredibile alla frontiera del pianeta. Rasmussen non fu un esploratore come gli altri: il suo interesse principale non era il territorio, ma le persone che lo abitavano. Fin dalle prime pagine del volume emerge il suo sguardo etnografico e la profonda -e rispettosa- curiosità per la cultura Inuit, di cui si sentiva parte essendo nato in Groenlandia da madre di origine Inuit. Il racconto è ricco di dettagli pratici e culturali. Prima della partenza, la squadra raggiunge uno sperduto avamposto della Groenlandia nord-occidentale per procurarsi carne di tricheco, fondamentale per la sopravvivenza dei quattro avventurieri e dei sessanta cani da slitta che avevano a disposizione. Rasmussen descrive usanze, gesti quotidiani, tecniche di caccia e abitudini alimentari di quella piccola comunità con attenzione e sensibilità. Oggi potremmo dare per scontata una simile attenzione, ma all’epoca non era così. La maggior parte degli esploratori vedeva negli Inuit una risorsa come un’altra, da sfruttare a proprio beneficio.

 

A testimoniare il rispetto di Rasmussen per gli Inuit ci fu la scelta di condurre la spedizione raccontata nel libro secondo le usanze di quel popolo. Niente cibo conservato in scatola o supporti occidentali (furono ammessi solo i fucili). Tutto il cibo -a parte quello disponibile per i primi giorni di viaggio- proveniva dalla caccia. Questa scelta rese la spedizione più leggera e rapida, ma anche rischiosa, soprattutto durante le lunghe traversate sulla calotta glaciale – cinquecento chilometri di terreno dove non sarebbe stato possibile cacciare nemmeno la più piccola delle lepri. Rasmussen per limitare i rischi si affidò a due esperti cacciatori Inuit, ma non mancarono le difficoltà: giorni interi furono dedicati esclusivamente alla caccia e più volte i quattro uomini trascorsero decine di ore senza poter mettere nulla sotto ai denti.

 

Ogni pagina del racconto è viva, coinvolgente, mai monotona nonostante il colore bianco che permea ogni anfratto. Rasmussen non solo era un esploratore competente, ma anche un narratore attento, capace di cogliere le infinite sfumature di un paesaggio solo apparentemente sempre uguale. Le sue descrizioni non sono ripetitive: in ogni neve, in ogni silenzio, c’è qualcosa da osservare, comprendere, raccontare. Non a caso in Danimarca Knud Rasmussen è molto conosciuto ancora oggi per le numerose opere a carattere divulgativo. Non furono poi molti gli esploratori che dedicarono tanto tempo e attenzione alla preparazione di testi destinati al grande pubblico invece che alla stretta cerchia degli specialisti in geografia polare.

 

Una menzione speciale va infine ai protagonisti silenziosi ma indispensabili del libro: i cani da slitta. Rasmussen li cita in continuazione. Ne descrive il comportamento, la resistenza al freddo e alla fame, la capacità di orientarsi anche in mezzo al nulla. Senza di loro, nessuna spedizione artica sarebbe stata possibile. Spesso lo dimentichiamo, ma l’esplorazione dell’Artico è anche la storia del sacrificio di migliaia di cani. Rasmussen, con la sensibilità del suo tempo -certamente molto diversa da quella attuale- ha saputo rendergli omaggio. Bisogna però non fraintendere, il rapporto degli esploratori con i cani da slitta non era quello che oggi immaginiamo tra un cane e il suo padrone. I cani erano un mezzo di trasporto e fonte di cibo. Allo stesso tempo, nessuno poteva però permettersi che essi diventassero causa di rallentamenti. Leggendo capirete cosa intendo.

 

A Nord di Thule è una testimonianza di un’epoca in cui l’Artico non era ancora un luogo al centro delle trame geopolitiche internazionali, ma una frontiera da comprendere. Un mondo che oggi rischia di essere banalizzato o frainteso, ma che Knud Rasmussen ci restituisce in tutta la sua complessità, sia umana che naturalistica. A Nord di Thule è un ottimo punto di partenza per iniziare a conoscere questa terra fragile e meravigliosa.

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