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Cultura | 04 aprile 2025 | 06:00

"L'ombra del mistero divora il soggetto" e spesso, tra i soggetti, si trovano alberi e foreste. Un viaggio nell'arte di Edvard Munch

Il pittore norvegese ha rappresentato una delle figure più interroganti della storia dell’arte. A partire da una riflessione sugli alberi dipinti (e utilizzati) dal grande artista, ripercorriamo la sua vita tormentata e la poetica delle sue opere

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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Festival AltraMontagna

Gli alberi di Edvard Munch - di Luigi Torreggiani

 

Edvard Munch nella sua vita ha dipinto tantissimi alberi. Me ne sono accorto a Roma, visitando la mostra “Il grido interiore”.


Inverno a Kragerø

Nonostante non sia esperto nello studio dell'arte, mi è sembrato di comprendere che più che da sfondo ai soggetti umani rappresentati, gli alberi in Munch siano coprotagonisti delle scene ritratte: il grande tiglio tondo dalla chioma foltissima che occupa buona parte del famoso “Ragazze sul ponte”; la quercia dalla chioma simmetrica che spunta alle spalle del bucolico paesaggio rurale attorno alla figura del “Falciatore”; i tronchi colonnari degli abeti rossi che aggiungono tensione poetica a “Vampiro nella foresta” e a “Danza sulla spiaggia”; il grande pino silvestre che sembra custodire il paese in “Inverno a Kragerø”; il faggio contorto che ombreggia un vecchio pescatore intento a raccontare storie a un bambino in “The History”, uno dei dipinti realizzati da Munch per una grande aula dell’Università di Oslo. E questi non sono che alcuni, pochi, esempi. 


Ragazze sul ponte

In Munch però, ho notato, si trovano anche alberi come veri e propri protagonisti della scena dipinta, come in “Tronchi d’albero nodosi in estate”, oppure in altre opere non presenti nella mostra romana, ma molto celebri. Un esempio è “Il tronco giallo”, che immortala un tronco d’abete appena tagliato e scortecciato all’interno di un cantiere forestale; altri esempi sono “Inverno”, “Notte bianca”, “Foresta di olmi in autunno”, “Foresta di pini”, “Foresta magica” e tantissime altre opere dove è proprio l'ambiente forestale il soggetto indagato dall'artista.


Il tronco giallo

Ma in Munch, ho osservato con stupore, non ci sono solo alberi dipinti in varie forme: il grande artista norvegese ha anche utilizzato ad arte la trama del legno, esaltandola e facendola diventare parte integrante delle sue xilografie. In una di queste, intitolata “Verso la foresta”, è espresso al meglio sia l'uso degli alberi come co-protagonisti della scena, sia l'uso del legno come materiale che, grazie alla sua fibratura, dà risalto alle sensazioni che l'artista vuole trasmettere.


Il bacio IV, xilografia

Tutto in Munch era simbolico: l'albero quindi, ma anche il legno. Le chiome globose e fluttuanti che accompagnano le fasi della vita, i tronchi dritti e austeri che sembrano scandire il tempo; ma anche le fibre, le venature, i nodi, che riflettono le indelebili ferite e le esperienze che ci segnano, che ognuno di noi porta dentro.

 

“La natura non è solo tutto ciò che è visibile agli occhi”, scrisse, racchiude anche le immagini interiori dell'anima”.

 

Alberi e legno ci accompagnano da sempre, sembra ricordarci Munch: nell'ambiente che ci circonda, negli oggetti di uso quotidiano, ma anche in quanto simboli potenti in cui è possibile guardarsi allo specchio, per comprendere meglio, o forse perdersi, nel dolceamaro mistero della vita.

 

 

Ma chi era davvero Edvard Munch? Cosa ha rappresentato per la storia dell’arte? Non potevo che chiederlo al nostro esperto Silvio Lacasella che, a proposito di alberi, mi ha subito indicato un'opera a me sconosciuta, intitolata “Cipresso”.


Verso la foresta, xilografia

Edvard Munch: una delle più interroganti figure dell’arte - di Silvio Lacasella

 

Edvard Munch, a differenza dei pittori che giunsero nel Sud della Francia attratti dal più difficile dei soggetti, la luce, vi arrivò per curarsi, afflitto da reumatismi articolari, all’incirca negli stessi luoghi in cui Van Gogh aveva posto le tele sul cavalletto come fossero pannelli solari, installati per portare ad ebollizione il proprio desiderio di pittura. Da quegli stessi luoghi Monet aveva scritto: “Non appena a letto dormo, benché abbia la febbre del lavoro e il desiderio di essere già a domani per riprendere la lotta, con il sole e la luce”. Munch no. Giunto per la seconda volta in Francia grazie ad una borsa di studio, se ne stava lì, a Nizza, passeggiando e lasciandosi afferrare dalla passione per il gioco d’azzardo nel vicino Casinò di Montecarlo, dipingendo molto poco, specie all’inizio.

 

Eppure, una delle opere dipinte in quel periodo è intitolata “Giornata di sole”, quasi un tentativo di lasciarsi andare o un atto di riconoscenza: “Qui tutto è più bello di quanto avessi immaginato. Me ne sto seduto accanto alla finestra aperta mentre tu, lassù, stai morendo di freddo”, scrive ad Emmanuel Goldstein. L’anno è il 1891. A Parigi ha visto gli Impressionisti, liberandosi definitivamente dal naturalismo ottocentesco. In questo quadro veloci pennellate ritraggono una casa lontana, incrociandosi tra loro sulla tela non formano vistosi spessori. Qualche cespuglio fiorito, due figure che paiono dialogare - uno è un suonatore ambulante - poco altro. Potrebbe essere aprile o una luminosissima giornata di marzo. Intenzionalmente simile, poco prima o poco dopo: “Promenade des Anglais”, sempre del ’91. Guardandoli, oltre ad ammirarne la bellezza, ci si sorprende, non è infatti facile incontrare momenti di serenità espressiva nell’itinerario di in uno dei più tormentati casi, in una delle più interroganti figure dell’arte.

 

Ma già in “Cipresso” è possibile riscontrare un’atmosfera diversa, notturna, velata da una triste serie di episodi biografici. In quei mesi affermerà: “Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto”. Dunque, vi è anche un cipresso tra i tanti alberi che l’artista raffigurò.


Il cipresso

Ha visto la madre morire di tubercolosi quando aveva cinque anni (1868), la sorella quando ne aveva quattordici (1877). L’altra sorella minore soffrire di crisi schizofreniche, diventate via via più acute superata la fanciullezza. Della morte del padre (1889) avrà notizia per lettera, a funerali avvenuti. Tutto questo e altro ancora segnerà in profondità il suo animo, contribuendo a fortificarne il talento. Paure e ossessioni, incanti e poetiche dolcezze espressive, daranno vita ad una serie di stati d’animo tra loro contrastanti.

 

Qualche sua frase: “Senza paura e malattia la mia vita sarebbe una barca senza remi”; poi: “Ho ricevuto in eredità due dei più terribili nemici dell’umanità: la tubercolosi e la malattia mentale. La malattia, la follia e la morte erano gli angeli neri che si curvavano sulla mia culla”. Le relazioni amorose, come per Van Gogh, saranno fonte di ulteriori stati depressivi.

 

Le opere migliori, nelle quali l’ombra del mistero divorerà il soggetto, non tarderanno ad arrivare. “La malinconia” inaugurerà la serie dei dipinti noti come “Il fregio della vita”, il cui manifesto è “L'urlo”, del 1893: “Mi fermai, mi appoggiai alla balaustra, quasi morto di stanchezza. Sopra al fiordo blu-nero vidi delle nuvole rosse come il sangue e come il fuoco. I miei amici si allontanarono ed io, solo, tremante d’angoscia, presi coscienza del grande infinito grido della natura”. Nei suoi propositi le tele di questo ciclo avrebbero dovuto rimanere unite, per amplificare la forza d’urto che esse trasmettono, poiché: “Una stessa nota musicale le attraversa tutte”.


L'urlo

Qualche amico artista, qualche amico in più scrittore: “Io non ho altri figli che questi quadri”. Con le radici affondate nelle zone meno esplorate della psiche, tra paure e ossessioni, tra incanti e delicate dolcezze espressive, i suoi quadri, assieme al biancore della luna che si specchia nell’acqua, assieme alle abrasioni di un cielo infuocato e a tutto ciò che riaffiora in superfice, come i tanti alberi ritratti, restituiscono con grande fedeltà i lineamenti di questo straordinario artista.

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