"Mi sono domandato spesso chi sono i montanari: se si nasce tali o lo si diventa. La mobilità recente rende fluido e vario il mondo dell’appartenenza"

"Credo di aver capito presto che quella di 'montanaro' è un’etichetta sociale, come tante altre, come 'provinciale' o 'cittadino': è la risultanza di processi storici di negoziazione tra i gruppi, di forme di riconoscimento intersoggettivo, a volte di conflitti, spesso di rapporti di potere non esplicitati. E di status, positivo o negativo, conferito a queste etichette – in altre parole, di reputazione". Così riflette il sociologo Andrea Membretti nel terzo capitolo de "La montagna, con altri occhi" - il primo libro della collana de L’AltraMontagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Mi sono domandato spesso chi sono i montanari: se si nasce tali o lo si diventa; se c’è un’altitudine minima a cui vivere per ottenere questa “patente”; quando e come ci si rende conto di esserlo, e soprattutto chi decide che tu lo sia o meno. Credo di aver capito presto che quella di “montanaro” è un’etichetta sociale, come tante altre, come “provinciale” o “cittadino”: è la risultanza di processi storici di negoziazione tra i gruppi, di forme di riconoscimento intersoggettivo, a volte di conflitti, spesso di rapporti di potere non esplicitati. E di status, positivo o negativo, conferito a queste etichette – in altre parole, di reputazione”.
Così riflette il sociologo Andrea Membretti nel terzo capitolo de La montagna, con altri occhi - il primo libro della collana de L’AltraMontagna.
“Quando vivevo in Appennino”, continua Membretti, “non ho mai sentito nessuno degli abitanti di quei luoghi definirsi “montanaro”: “agricoltore”, sì; non di rado “contadino”, detto anche con un certo orgoglio. Ma il mondo culturale da cui scaturiva l’etichetta del muntagné – ai tempi, non proprio positiva – era definitivamente quello urbano, del pedemonte e dei grossi paesi industrializzati, delle case popolari e degli operai che erano “scivolati a valle” anni prima.
Ho affrontato quindi in diverse ricerche il tema della “montanità”: fatto culturale e antropologico – come ci ricorda il geografo Mauro Varotto – ben diverso dalla “montuosità”, di natura fisica e geomorfologica, a cui si aggancia ma da cui non deriva in modo automatico. Ci sono arrivato dalla lettura dei primi studi di un altro geografo, Giuseppe Dematteis, sui “montanari per scelta”, ovvero su quelle persone – di solito giovani, con elevato profilo formativo – che già dalla fine degli anni Novanta del Novecento avevano iniziato a lasciare le metropoli di pianura per salire in montagna, alla ricerca di stili di vita lontani dallo stress urbano, dall’estrema competizione di mercato, dall’inquinamento.
L’etichetta introdotta da Dematteis poteva sembrare un ossimoro: l’enfasi sulla scelta, infatti, metteva in discussione un assunto sino ad allora molto diffuso, secondo cui montanari si nasce, lo si è da generazioni e generazioni – è insomma un dato oggettivo. E invece, come in quel periodo sosteneva anche lo storico Luigi Zanzi, «nessun popolo nasce montanaro», perché montanari si diventa, salendo verso le terre alte, nel solco dell’epopea delle comunità Walser intorno al Monte Rosa durante il periodo medievale.
Questo atto del “farsi montanari” ha molto a che vedere, dunque, con la costruzione sociale non solo dell’esperienza montana – ovvero della relazione complessa tra esseri umani e ambiente in quota –, ma anche delle modalità con cui chi la vive verrà definito e, nel contempo, percepirà sé stesso.
Dai “montanari per scelta”, espressione culturale e socio-demografica decisamente urbana, sono quindi passato a studiare – sul versante opposto alla scelta libera e consapevole – chi invece è costretto a salire, coniando a mia volta (insieme al geografo economico Manfred Perlik) una coppia di altre etichette: quella dei “montanari per forza” e quella dei “montanari per necessità”.
Per anni – in particolare tra il 2015 e il 2018, periodo caratterizzato dal flusso migratorio dal Nord Africa a seguito delle “Primavere arabe” – ho studiato dunque il fenomeno dei richiedenti asilo e dei rifugiati internazionali dislocati sulle Alpi e sugli Appennini da politiche di decongestionamento delle aree metropolitane e di dispersione dell’accoglienza nei piccoli Comuni. E nel contempo ho analizzato il tema dei cosiddetti “migranti lavorativi”, ovvero quanti arrivavano “di rimbalzo” in aree montane del nostro Paese, alla ricerca di quelle occasioni di lavoro che nelle metropoli diventava sempre più difficile trovare, ma anche in fuga dalla povertà abitativa urbana, dalle minacce alla propria sicurezza in contesti di crescente xenofobia, dalla ghettizzazione nei quartieri etnici.
Erano giovani africani, del Medio Oriente o del Sudest asiatico, provenienti da aree urbane del Sud globale ma anche da zone rurali e montuose, con immaginari e aspirazioni molto lontani dalla “montanità”: ragazzi, in larga misura, che non si rappresentavano in alcun modo come “montanari”, né avevano considerato la montagna come destinazione, capolinea delle loro odissee migratorie. Eppure a mio avviso “montanari”, a prescindere dalla propria volontà e dal potere di autodefinizione, in quanto collocati forzosamente nelle terre alte o spinti lassù dalla necessità; messi a confronto con gli aspetti orografici e culturali della montagna, rispetto ai quali si trovavano a sviluppare qualche forma di adattamento, dovendo anch’essi “farsi montanari”, per ragioni di sopravvivenza. E come tali si è iniziato a guardarli e a etichettarli in letteratura e nella progettualità sociale, in relazione alla possibilità che prendessero il testimone lasciato da chi aveva abbandonato negli ultimi decenni le terre alte: erano i nuovi pastori, i nuovi boscaioli, i nuovi contadini, i nuovi abitanti di paesi svuotati – i cui figli, magari, sarebbero stati nuovi alunni di scuole pronte a chiudere…
E infine – è storia di oggi – le ricerche si sono focalizzate su un’ulteriore categoria sociale, quella che ho chiamato degli “aspiranti montanari”: giovani appena laureati, famiglie con bambini piccoli, anziani attivi e da poco in pensione, ma anche smartworker, micro-imprenditori, nomadi digitali, abitanti multilocali. Tutti loro possono essere definiti – e loro stessi spesso si definiscono – “montanari”, per aspirazione, per progettualità, per desiderio, per appartenenza a un mondo di significati (una “bolla”, potremmo anche dire) che si sono andati costruendo nei libri, nei film, sui social. Non sempre o non ancora trasferiti dalle città e dalle pianure alle terre alte, le frequentano però il più possibile, cercano immobili da acquistare e ristrutturare, immaginano attività educative e culturali nel bosco, tessono reti sociali con altri come loro, e a volte anche con chi già vive nei piccoli Comuni montani.
Per scelta, per forza, per necessità, per aspirazione: la montanità di queste diverse categorie di persone è in larga parte il prodotto di processi socio-culturali di significazione, frutto dell’incrocio tra forme di etichettamento diverse, in rapporto a una montuosità fisica a volte desiderata, a volte subita, a volte consapevolmente e attivamente vissuta, ma che non risulta mai essere fattore univoco e di per sé determinante.
Se chi è nato e vive da sempre nelle terre alte raramente si definisce montanaro (se non per compiacere il turista e aderire al folklore locale), nonostante viva intimamente la montuosità e ne sia plasmato, allora i montanari – intesi come categoria e come etichetta – sembrano l’esito di una costruzione sociale in gran parte esterna alla montagna. Che siano cittadini in cerca di identificazione con ambienti e modi di vita alternativi a quelli urbani o migranti stranieri spinti a insediarsi nelle terre alte, il loro essere percepiti (e percepirsi) come montanari sembra anzitutto il frutto di un processo simbolico dove la città e i cittadini contano molto, e il valore semantico oggi attribuito non è più quello spregiativo di un tempo.
Resta il fatto che, al di là delle definizioni, la mobilità recente che sta interessando le zone montane rende fluido e vario il mondo dell’appartenenza alla montagna, un’appartenenza mai esclusiva e forse mai così lontana dai suoi stereotipi.
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Immagine in apertura dal film Il vento fa il suo giro













