"Non voler 'portare l'arte in montagna' significa rinunciare alla logica dell'opera che, dal museo, arriva in un territorio considerato vuoto". Lorenzo Giusti e la necessità di progettare a partire dalle esigenze delle comunità

Arte ed esigenze dei territori montani possono dialogare? Il direttore della Galleria d’Arte Moderna di Bergamo: "La nostra pratica è quella dell'ascolto: attraversiamo valli, parchi, paesi e cime, incontrando comunità, associazioni, volontari, studenti, circoli di anziani. I progetti nascono da richieste specifiche e solo dopo aver compreso queste necessità individuiamo gli artisti capaci di dar loro forma"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In occasione dell’apertura a ottobre 2025 sulle Alpi Orobie del nuovo bivacco Aldo Frattini, piccola sede distaccata della GAMeC - Galleria d’Arte Moderna di Bergamo - abbiamo fatto qualche domanda al suo direttore Lorenzo Giusti, per immergerci nella visione di un’istituzione culturale contemporanea, che vuole parlare al territorio montano, e non solo. Attraverso residenze, progetti artistici e un ascolto costante delle comunità, la GAMeC tenta di rispondere a urgenze territoriali, richieste di preservare una memoria condivisa, diventando agente di trasformazione territoriale che permette all’arte di abitare i luoghi. Pensare come una montagna - Il Biennale delle Orobie, progetto a lungo termine di GAMeC, ha visto tra i suoi punti più alti proprio la ricostruzione del Bivacco da parte di Studio EX. e in collaborazione con il CAI di Bergamo. L'iniziativa apre nuove visioni per le terre alte, in uno spirito di rinnovata condivisione e fruizione dell’arte e dell’ambiente naturale.
Nell'editoriale 12 del magazine "Pensare come una montagna" affermi che l’omonimo progetto a lungo termine di GAMeC nasce dalla necessità di "attraversare con lentezza le valli, i parchi, i paesi e le cime della provincia di Bergamo, insieme ad artisti e abitanti". Cosa lega un’istituzione culturale come la GAMeC all’ambiente montano e qual è il suo ruolo in questo contesto?
Il legame tra GAMeC e l'ambiente montano è innanzitutto geografico: le Orobie costituiscono l'orizzonte visivo quotidiano di Bergamo, una presenza costante che plasma l'identità di questo territorio. Quando ci siamo interrogati su quale potesse essere il nostro posizionamento nel periodo che ci avrebbe condotto verso l'apertura della nuova sede, nel 2027, abbiamo riconosciuto nella presenza montana anche un orizzonte di pensiero ed etico nel quale operare. Il nostro ruolo in questo contesto non è stato semplicemente quello di portare l’arte contemporanea fuori dal museo, come qualcosa calato dall'alto, ma di riconoscere la montagna e le sue comunità come soggetti attivi di un processo di co-creazione. Abbiamo immaginato il museo come mediatore culturale capace di abitare il territorio, uscendo dalle proprie mura fisiche. La lentezza di cui parliamo nell'editoriale non è soltanto una modalità operativa, ma una postura: significa rifiutare l'estrazione veloce di contenuti dal territorio, per abbracciare una temporalità che permetta relazioni autentiche, trasformazioni reciproche, radicamento. Ovviamente parliamo di tentativi, volontà, possibilità. Più volte abbiamo dovuto riscontrare l’impossibilità per molti di concedersi "più tempo". Non solo per gli artisti, spesso costretti a conciliare la ricerca con le pressioni della vita di ogni giorno e i ritmi della produzione; ma anche per le comunità, che vivono immerse in agende fitte, urgenze quotidiane, tempi di lavoro e di vita sempre più compressi. Anche quando la volontà di partecipare e condividere è stata autentica, la possibilità di sostare insieme — di costruire legami lenti, di lasciare che un progetto maturi nel dialogo — ha incontrato limiti concreti, sociali e materiali. Sono i limiti imposti dal "nostro tempo".

Nello stesso testo affermi: "Non si tratta di portare l’arte in montagna, ma di riportare il pensiero dentro la montagna" – come si fa questo nella pratica e che tipo di pensiero è necessario riportare sulle terre alte?
Questa affermazione racchiude il cuore del nostro approccio, che si articola su due piani profondamente connessi. Non voler "portare l'arte in montagna" significa anzitutto rinunciare alla logica dell'intervento precostituito, dell'opera che arriva dal museo verso un territorio considerato "vuoto" o semplicemente ricettivo. La nostra pratica è stata invece quella dell'ascolto: abbiamo attraversato valli, parchi, paesi e cime, incontrando comunità, associazioni, volontari, studenti, circoli di anziani… I progetti sono nati da richieste specifiche – come valorizzare un contesto, ricostruire un edificio, tramandare una tradizione – e solo dopo aver compreso queste necessità abbiamo individuato gli artisti capaci di dar loro forma. Questo ha richiesto tempo, presenza fisica, disponibilità a modificare percorsi e aspettative. "Riportare il pensiero dentro la montagna" si lega inscindibilmente a questa pratica, perché quel pensiero è esattamente quello dello stare, del sostare, del radicarsi. Auspichiamo di contribuire a trasformare lo sguardo collettivo sulla montagna, che oggi rischia di venire ridotta a destinazione di un turismo frettoloso, a consumo rapido. Il Biennale delle Orobie ha invece cercato di recuperare la montagna come luogo da abitare – mentalmente e fisicamente – con la temporalità estesa che essa richiede. Non attraversarla per conquistarla, ma permanervi per comprenderla. È il pensiero che Aldo Leopold ci ha insegnato: quello capace di rallentare fino ad assumere la prospettiva del tempo lungo, dell'interconnessione sistemica, della responsabilità verso ciò che ci precede e ciò che ci seguirà.

Una delle espressioni più ambiziose di questo progetto è la costruzione del nuovo Bivacco Aldo Frattini, una piccola sede staccata della GAMeC: quale sarà il suo ruolo e che cosa lo differenzia dai molti altri bivacchi presenti sulle nostre Alpi?
Il nuovo Bivacco Aldo Frattini, progettato da EX. e frutto di una collaborazione tra il museo e la sezione bergamasca del CAI, rappresenta forse l'intervento più radicale del nostro Biennale. A 2.300 metri di altitudine, sull'Alta Via delle Orobie, opera come riparo, stazione di ricerca e punto di monitoraggio per dati ambientali. Quando parliamo di "piccola sede staccata" non intendiamo un'appendice espositiva in quota. Il bivacco è piuttosto un dispositivo di ascolto – del territorio, del clima, delle trasformazioni in corso. La sua differenza rispetto ad altri bivacchi alpini risiede proprio in questa duplice natura: è pienamente funzionale come rifugio per chi attraversa la montagna, ma è anche infrastruttura di ricerca che raccoglie dati e costruisce conoscenza sul contesto in cui si inserisce. Abbiamo lavorato secondo principi di impatto minimo e reversibilità, riconoscendo una nuova modalità attraverso cui l'istituzione museale può abitare il territorio. Il bivacco è lì per servire – chi cammina, chi studia, chi osserva – e per ascoltare ciò che la montagna ha da dire.
La mostra Mountain Forgets You, allestita presso lo Spazio Zero della GAMeC, racconta il lungo processo progettuale che ha condotto alla realizzazione di questo bivacco: una narrazione che unisce storia dell’alpinismo, pratiche architettoniche contemporanee e linguaggi artistici, tra cui Thermocene, installazione di Giorgio Ferrero, Rodolfo Mongitore (Mybosswas) ed EX., che trasforma i segnali invisibili raccolti a 3.000 metri (onde radio, rumori) in una sinfonia corale, e mostra come anche negli ambienti più isolati e lontani ci sia l’impronta invisibile dell’essere umano. Anche dal nuovo Bivacco Frattini verranno raccolti dati che confluiranno alla GAMeC – di che dati si tratta e come verranno utilizzati?
Il bivacco Frattini opererà come stazione di monitoraggio ambientale, raccogliendo dati relativi alle condizioni climatiche, alle trasformazioni del paesaggio montano, ai segnali – visibili e invisibili – che attraversano quegli spazi apparentemente remoti. Questi dati confluiranno alla GAMeC non come materiale grezzo da archiviare, ma come sostanza viva per progetti futuri, come testimonianza delle mutazioni in corso, come base per costruire nuove narrazioni volte a intrecciare ricerca scientifica e linguaggi artistici. La mostra Mountain Forgets You, allestita presso lo Spazio Zero da giugno a settembre 2025, ha anticipato questo approccio, raccontando il lungo processo progettuale che ha condotto alla realizzazione del bivacco attraverso un montaggio di storia dell'alpinismo, pratiche architettoniche contemporanee e sperimentazione artistica. Al suo interno, Thermocene – l'installazione di Giorgio Ferrero, Rodolfo Mongitore (Mybosswas) ed EX. – ha trasformato segnali invisibili raccolti a 3.000 metri – onde radio, rumori, frequenze – in una sinfonia corale, dimostrando come anche negli ambienti più isolati l'impronta umana permei lo spazio in forme impercettibili.
Dopo cinque cicli progettuali, cosa ha lasciato il Biennale delle Orobie al territorio montano del bergamasco, all’istituzione e soprattutto alle e agli abitanti delle terre alte coinvolti nel progetto? Che riscontro avete avuto?
Il lascito di "Pensare come una montagna" si misura su piani differenti, alcuni tangibili, altri più sottili ma non per questo meno importanti. Sul territorio rimangono alcuni interventi site-specific che continuano a dialogare con i luoghi: l’installazione di Julius von Bismarck nelle Miniere di Dossena, V’arco di Chiara Gambirasio a Castione della Presolana, l’affresco di Agnese Galiotto ad Almenno San Bartolomeo, l’osservatorio Magnitudo di Francesco Pedrini nei boschi di Roncobello.
Ma oltre a queste permanenze materiali, ciò che davvero persiste sono le relazioni costruite, le alleanze che hanno preso forma nel corso di due anni di lavoro condiviso. Le comunità coinvolte hanno potuto rileggere la propria storia e identità attraverso lenti diverse – quelle offerte dagli artisti, ma anche quelle generate dal processo stesso di collaborazione. Molte persone ci hanno restituito la sensazione di aver partecipato a qualcosa che le riguardava profondamente. Per GAMeC, la trasformazione è stata altrettanto importante. Abbiamo sperimentato un modello operativo radicalmente diverso, coinvolgendo i diversi dipartimenti del museo, in un ripensamento collettivo del nostro ruolo. La mediazione è emersa come funzione strategica centrale, sempre più costitutiva della nostra identità. Abbiamo imparato che rallentare non significa rinunciare all'ambizione, ma ridefinirla. Il riscontro più significativo è stato vedere nascere una consapevolezza condivisa: che i musei possano operare come agenti di trasformazione territoriale, che l'arte contemporanea possa abitare i luoghi rispettandone e abbracciandone l’identità, che la conoscenza situata delle comunità montane non sia semplice folklore da preservare, ma intelligenza viva con cui dialogare.














