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Cultura | 14 novembre 2025 | 18:00

Un dipinto di Giovanni Segantini, che si credeva perduto, è stato individuato sotto la neve. Una scoperta preziosa che testimonia le due diverse idee di montagna del pittore

"Effetto di neve a Savognin" rivive sotto a "Ritorno dal bosco". È stato individuato grazie alle intuizioni di Niccolò D'Agati - curatore scientifico della Galleria Civica Segantini di Arco e curatore della mostra attualmente dedicata al pittore ai Musei civici di Bassano del Grappa - e alle analisi condotte dai fisici e ricercatori Anna Galli, Simone Caglio e Gianluca Poldi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Il capolavoro Ritorno dal bosco del Segantini Museum di St. Moritz - temporaneamente esposto nella bella mostra bassanese dedicata al pittore di Arco - rappresenta una tappa fondamentale nell'itinerario professionale dell'artista e uno snodo determinante nello studio delle tecniche divisioniste che caratterizzò la sua produzione della maturità.

 

Alberto Grubicy, segnalando in un elenco di opere di Segantini di sua disponibilità le esposizioni fatte dal quadro Ritorno dal bosco, indicava che nell'agosto del 1888 la tela era stata esposta a Londra, e inseriva come sottotitolo dell'opera la dicitura "Effetto di neve". Il celebre quadro di Segantini, tuttavia, non compare tra le opere dell'esposizione londinese. Vi figura, ad ogni buon conto, un altro dipinto raffigurante un paesaggio montano innevato, recante il titolo Winter (at Savognin, Canton Grisons), il cui soggetto - alquanto singolare, soprattutto nella casistica dei temi cari a Segantini - è a noi noto grazie alla riproduzione pubblicata nel catalogo della mostra. Si trattava di alcune "sciatrici, accompagnate dai loro molossi, che slittavano sullo sfondo di un albergo di gran classe immerso nello scenario paesaggistico savogninese" (D'Agati 2025). Un dipinto che aveva destato non poche perplessità nei visitatori, titubanti di fronte a una superficie pittorica dura e piatta, caratterizzata da una resa della neve poco realistica e da una composizione con scarso senso della prospettiva.

 Illustrate Catalogue of Alberto Grubicy's Picture Gallery in the Italian Exhibition in London, Milano 1888).

Giovanni Segantini, Effetto di neve a Savognin (Winter), 1888 (da: Illustrate Catalogue of Alberto Grubicy's Picture Gallery in the Italian Exhibition in London, Milano 1888).

Un quadro - lo definisce D'Agati - "simile più a un manifesto pubblicitario per i vacanzieri che alle classiche visioni alpine segantiniane". Misteriosamente di quell'opera si persero tuttavia le tracce sin dallo stesso 1888, "tanto che Gottardo Segantini [pittore e figlio di Giovanni Segantini, ndr] diffuse la notizia che fosse andato distrutto". Eppure c'è quella nota di Alberto Grubicy che intriga, la quale, parlando di Ritorno dal bosco, segnala l'opera come presente a Londra nel 1888. 

 

Si deve a Niccolò D'Agati l'intuizione. E ad Anna Galli, Simone Caglio e Gianluca Poldi la conferma scientifica di quella intuizione. Osservando il capolavoro Ritorno dal bosco e mettendolo a confronto con la riproduzione di Effetto di neve a Savognin (Winter) del catalogo londinese si noterà che, tranne per un piccolo dettaglio (la modifica di una piccola sella), il profilo dei monti dei due quadri è sostanzialmente lo stesso. La supposizione di D'Agati era che Effetto di neve a Savognin fosse una primissima versione e che Ritorno dal bosco sia stato sostanzialmente dipinto sopra al precedente, conservandone la struttura generale di fondo ma modificando stile, tecnica e soggetto. Sovrapponendo al computer la vecchia fotografia dell'opera perduta con l'immagine del quadro attuale (nei livelli di blu e nero per Effetto di neve a Savognin, e di rosso per Ritorno dal bosco) queste congruenze appaiono ancora più tangibili. 

 è evidente la coincidenza del profilo delle montagne.

La fotografia di Winter (Effetto di neve a Savognin), in nero e blu, sovrapposta all'immagine di Ritorno dal bosco, in rosso, e alla riflettografia IR dell'opera, in rosa-fucsia: è evidente la coincidenza del profilo delle montagne (crediti: Università Milano Bicocca e Gianluca Poldi).

L'atteso responso delle analisi diagnostiche non invasive condotte sull'opera, nella fattispecie la riflettografia IR, non ha, però, dato purtroppo esiti positivi in tal senso. I primi risultati sono stati, infatti, deludenti e, così, la speranza di individuare sotto al manto pittorico del quadro la presunta precedente versione del dipinto è ben presto naufragata. "Gli spessori dello strato pittorico e la composizione dei pigmenti erano tali da bloccare l'acuta visione dello strumento". Solo una traccia emergeva dall'esame riflettografico: la presenza di un'ombra alla sinistra della donna che tira la pesante slitta, all'evidenza un molosso inizialmente inserito in Ritorno dal bosco e poi coperto da un nuovo strato di colore. In sostanza, quello che si definisce un pentimento. Ma nulla appariva, dalla riflettografia IR, del quadro Effetto di neve a Savognin: non i cani festanti che corrono al fianco della slitta, non la donna che si gode la discesa lungo il pendio innevato, non l'albergo di lusso sullo sfondo.

Riflettografia IR dell'opera (intervallo spettrale 1000-1700 nm).

Riflettografia IR dell'opera: intervallo spettrale 1000-1700 nm (crediti: Università Milano Bicocca e Gianluca Poldi).

"Dopo le prime delusioni", continua il curatore D'Agati, si giunse "alla risposta dell'elemento chimico piombo. Apparì un'ombra, una silhouette sotto alla contadina: una testa, una spalla, lo sbuffo di un foulard. Era lì: dopo 137 anni era riapparsa, la sciatrice di Winter esisteva ancora".

 

Fondamentale si è rivelato - come spiega bene il fisico milanese Gianluca Poldi, che abbiamo intervistato - l'impiego dello scanner iperspettrale. Questo strumento, utilizzando radiazioni più penetranti rispetto al solo infrarosso, è in grado di fornire "informazioni più dettagliate sulla materia dell'opera sia a livello molecolare, sia atomico". Si è potuto così riconoscere un profilo, grazie alla mancanza di segnale attribuibile al piombo sotto la gonna della contadina. E poi, "scandagliando i segnali della fluorescenza X relativi ai diversi elementi chimici noti per caratterizzare i pigmenti [...], si sono trovati interessanti riscontri nelle mappe relative al piombo (come già visto nella prima elaborazione preliminare), allo zinco e allo stagno". Si è quindi prodotta una mappa di distribuzione di questi elementi nel quadro e questa ha consentito di individuare e di ricostruire, sotto alla figura della contadina che traina la slitta carica di legna, una silhouette nera - la sagoma della perduta "sciatrice" - a riprova dell'assenza dell'elemento piombo. E poi, osservando la mappa dello zinco, lo stesso profilo di testa, spalle e foulard. E ancora, per quanto riguarda invece lo stagno, l'evidenza di una veste rigata, del tutto corrispondente a quella del quadro Winter (Poldi 2025). 

 Università Milano Bicocca e Gianluca Poldi).

Mappa di distribuzione dell'elemento piombo (Pb) nel quadro: le aree chiare indicano la maggiore presenza dell'elemento mentre quelle scure la minore presenza o la completa assenza (crediti: Università Milano Bicocca e Gianluca Poldi).

 le aree chiare indicano la maggiore presenza dell'elemento (righe della veste) mentre quelle scure la minore presenza o la completa assenza.

Mappa di distribuzione dell'elemento stagno (Sn) nel quadro: le aree chiare indicano la maggiore presenza dell'elemento (righe della veste) mentre quelle scure la minore presenza o la completa assenza (crediti: Università Milano Bicocca e Gianluca Poldi).

Segantini aveva terminato Winter - il cui titolo originario era Effetto di neve a Savognin, come si è visto - nel marzo del 1888. "Dopo averlo esposto a Londra", forse anche alla luce delle critiche non del tutto positive ricevute, "ritenne opportuno [...] non mandarlo ad altre mostre. Nel febbraio 1889 era già diventato un altro quadro" (D'Agati 2025). Nell'aprile di quello stesso anno esso fu esposto per la prima volta all'Universale di Parigi. Nel giro di pochi mesi il pittore fu in grado di ripensare se stesso. Le analisi non invasive consentono di comprendere proprio questo: un processo tutto interiore di revisione di un'idea.

 

Da una scena mondana e da una prova giudicata alquanto fiacca Segantini arriva a concepire un altro modello di montagna, ma soprattutto a realizzare uno dei suoi più straordinari capolavori. La tecnica divisionista è qui pienamente acquisita e portata ai vertici di un lirismo di altissima levatura. La pennellata franta si fa dinamica, anche e soprattutto nella matericità della legna o nella veste della contadina, o - e ancor più - nella struttura della neve, delle montagne sullo sfondo, persino dell'azzurro del cielo. Il declivio è lo stesso del quadro precedente e soggiacente, ma tutt'affatto diversa ne è la tensione.

 

Scomparso l'hotel di lusso, scomparsa la giovane che scivola gioiosa sulla neve, scomparsi i cani festanti, Effetto di neve, trasformato in Ritorno dal bosco, racconta ora tutta un'altra storia, tutta un'altra realtà, tutta un'altra montagna. "Dove prima sciava una spensierata signora, ora una contadina risale la china verso il dimesso paese di Savognin, il cui campanile doppia la sua figura in una congiunzione di rimandi formali verticali tanto da sembrare due colonne dentro le quali si iscrive il silenzio della sera" (D'Agati 2025). E sotto quel "silenzioso rumore della neve schiacciata dalla slitta della contadina che fatica portando pesante legna al paese si nascondono le gioiose grida di donne borghesi che felici scivolano sulla medesima coltre bianca" (Poldi 2025).

 Segantini Museum di St. Moritz e Gianluca Poldi).

Giovanni Segantini, Ritorno dal bosco, 1888-1889, olio su tela, St. Moritz, Segantini Museum, particolare (crediti: Segantini Museum di St. Moritz e Gianluca Poldi).

È proprio in questo ripensamento che si consuma la più interessante speculazione di Giovanni Segantini, in quegli anni così cruciali per la sua maturazione. Dopo un iniziale tentativo di raccontare una montagna che mostrava i primi segnali di trasformazione in chiave ludica, egli - rivedendo se stesso - recupera immediatamente la narrazione di una montagna che continua ad essere soprattutto altro.

 

Decidere di cancellare sotto la neve di pennellate nuove l'iniziale idea di montagna intesa come parco dei divertimenti per facoltosi borghesi di passaggio, come spazio vocato all'ora d'aria di cittadini alla ricerca di svago e di hotel di lusso in quota, e scegliere viceversa di raccontare le terre alte come un mondo che è anzitutto luogo di lavoro, di fatica anche, e di risorse collettive da condividere e da tramandare alle future generazioni secondo una sottesa idea di solidarietà generazionale, rappresenta forse una sfida particolarmente significativa. E - ce ne illudiamo almeno - un segno consapevole di previsione, in tempi ancora non sospetti, delle future derive che di lì a pochi decenni avrebbero iniziato a segnare le terre alte. "Il cittadino, imponendosi col diritto del numero e del danaro, vuole che la montagna sia non come è, ma come la sua invadente superficialità la desidera", avrebbe non a caso denunciato una quarantina d'anni più tardi Giuseppe Mazzotti nel suo fortunato libro La montagna presa in giro (1931).

 

Grazie a Gianluca Poldi per la consulenza scientifica e per il materiale gentilmente condiviso

 

Referenza bibliografica

N. D'Agati, A. Galli, S. Caglio, G. Poldi, 'Effetto neve a Savognin' e 'Ritorno dal bosco'. Un quadro ritrovato sotto la neve, in Giovanni Segantini, catalogo della mostra (Bassano del Grappa, 25 ottobre 2025 - 22 febbraio 2026), a cura di N. D'Agati, Milano 2025, pp. 94-99.

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