Il presepe capace di mantenere vivo il paese durante i lunghi mesi invernali, quando la montagna sembra imporre una sorta di isolamento esistenziale

Quando si arriva a Gazzano, piccola frazione dell'Appennino reggiano nel comune di Villa Minozzo, si ha la sensazione di entrare in un luogo sospeso, fuori dal tempo e senza uno spazio ben definito. Qui è possibile incontrare l'opera del maestro presepista Antonio Pigozzi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Poche case raccolte, un viavai discreto e ordinato, ma soprattutto un silenzio che, specie in questi giorni di festa baciati da una bella nevicata scesa proprio il giorno di Natale, rende l’atmosfera circostante ancora più eterea e impalpabile.
A Gazzano, da oltre trent’anni, il Natale ha un protagonista assoluto: Antonio Pigozzi, il maestro presepista che con la sua abilità manuale ha trasformato il borgo in un punto di riferimento internazionale per gli appassionati della Natività e dell’arte sacra.
La mostra permanente dei presepi nasce e vive nello stesso luogo da 36 anni: un’ex stalla accanto alla chiesa parrocchiale di San Marco. È uno spazio semplice, quasi appartato, dove ogni presepe racconta una storia diversa.
C’è una messa in scena classica, come vuole la tradizione, con la grotta, la mangiatoia, il bue e l’asinello. Ci sono scene elaborate di vita montana che ricostruiscono spaccati rurali, villaggi in pietra ed altri manufatti caratteristici. C’è, in generale, un’attenzione certosina e maniacale per i dettagli e le minuzie che nei presepi di fattura "industriale" non si coglie più.

Alcuni scorci del presepio di Antonio Pigozzi, per forza espressiva, hanno catturato l’interesse di registi e case cinematografiche. È il caso fortunato de Il primo Natale di Ficarra e Picone nel 2019 e de Il sesso degli angeli di Leonardo Pieraccioni nel 2022. Due pellicole che hanno ottenuto numeri importanti al botteghino e che hanno fatto da cassa di risonanza per la mostra e la piccola comunità di Gazzano.
Il tratto distintivo dell’arte di Pigozzi è il legame profondo con la montagna. Le sue creazioni parlano e "trasudano" di Appennino: si riconoscono l’architettura dei borghi, le atmosfere invernali e la lentezza di una vita fatte di cose semplici e genuine.

"Il presepe è sì arte popolare ma anche memoria collettiva. È un modo per fissare sui materiali grezzi ciò che la nostra montagna racconta da generazioni", chiarisce senza impancarsi Pigozzi.
Ogni anno il maestro aggiunge una nuova scena, un nuovo particolare, trasformando l’esposizione in un percorso vivo che cambia ed evolve. Al passo con una modernità ‘ragionata’.
Gazzano gioca un ruolo fondamentale nella conservazione di questa tradizione. "Ci diamo da fare per preparare la sala, accogliere i visitatori e raccontare la storia del presepe", ci spiegano i volontari della parrocchia. "Per noi questi giorni di festa sono un momento di orgoglio: vedere famiglie, bambini e persone che arrivano da così lontano, spesso da oltre la vallata, ci aiuta a non dimenticare le nostre radici e a cementare ancora di più un senso di identità e appartenenza".
L’esposizione, in definitiva, ha in sé un effetto benefico: mantiene vivo il paese proprio nei lunghi mesi invernali in cui la montagna sembra esigere e imporre una sorta di isolamento esistenziale.
Il presepe di Gazzano, da somma allegoria di una nascita speciale, si fa simbolo autentico e resiliente di un microcosmo che non cede alle mode passeggere e che ogni anno che passa fortifica sempre di più il suo senso di comunità montana.













