"La purezza non esiste, ma l'ignoto è dietro casa, se cambiamo i nostri sguardi". Leonardo Panizza, psicologo e filmmaker, sarà ospite d'eccezione al Parco Adamello Brenta

Nel fine settimana del 14-15 marzo si tiene SuperPark winter edition, un anticipo della manifestazione estiva del Parco Naturale. Per quest'edizione invernale è previsto per il sabato un incontro con la storica dell'arte Caterina Tomeo, lo chef stellato Alfio Ghezzi e il regista e psicologo Leonardo Panizza. La domenica seguirà quindi un'escursione guidata a malga Lodranega, sopra Tione

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
SuperPark, la manifestazione estiva del Parco Naturale Adamello Brenta, quest’anno ha anche un prequel tardo-invernale. Nel weekend del 14-15 marzo si terrà infatti la SuperPark winter edition, che si articola in due momenti: sabato un incontro pubblico nel comune di Bondo, in compagnia di tre ospiti d’eccezione, la storica dell’arte Caterina Tomeo, lo chef stellato Alfio Ghezzi e il regista e psicologo Leonardo Panizza, e domenica un’escursione a malga Lodranega, sopra Tione, di nuovo con Panizza e le guide del Parco (informazioni al sito www.pnab.it).
Proprio Panizza è il protagonista di questa intervista, che si affianca alle altre pubblicate qui in passato, dando voce ai tanti ospiti – provenienti dai "mondi" più diversi – che Superpark ha messo in cammino sui sentieri del massiccio dell’Adamello-Presanella e delle Dolomiti di Brenta.
Nato a Rovereto nel 1988, di professione psicologo, Panizza frequenta da sempre le montagne, che racconta anche attraverso la realizzazione di documentari e reportages. A maggio parteciperà al waterlight festival di Bressanone con un progetto sull'arte con "utopia" che utilizza dati estratti alcune ricerche di fisica quantistica.
Panizza psicologo, Panizza regista, Panizza appassionato di montagna. Vediamo innanzitutto quali sono stati i suoi percorsi e come si collegano.
L’arte c’è sempre stata. Fra l’altro ho studiato al Conservatorio e mi sono diplomato in chitarra. Poi ho iniziato un percorso di studi nella psicologia, in particolare interessandomi di psicologia della comunicazione, quindi non della psicologia clinica tradizionale. I campi che ho indagato spaziavano dalla biodinamica al marketing all’antropologia visuale, approfondendo come l’immagine può influenzare la percezione umana. Anche il collegamento con il visuale, quindi, nasce da lontano. Poi ho fatto un master a Istanbul concentrandomi sull’etnografia, sullo studio delle diversità culturali. Sognavo l’Amazzonia, l’ "esotico", ma ho scoperto che ci sono posti e situazioni affascinanti e poco conosciute anche in Trentino, se riusciamo a cambiare il nostro sguardo. Da qui anche allo sviluppo di progetti sul piano cinematografico. I miei lavori in genere sono indipendenti, autofinanziati o sostenuti attraverso il crowdfunding.
Nel 2021 ha esordito con un documentario, "PrimAscesa", arrivato al Filmfestival di Trento. Di cosa si tratta?
È la storia di due alpinisti trentini, due miei cari amici, alla ricerca dell’ultima cima inviolata in Trentino, che alla fine si accorgono essere la discarica di Trento Nord, questo luogo dove giunge in qualche modo al termine la società dei consumi. Un tema universale, per una produzione dal forte valore simbolico, come si può intuire. Ma che tocca una realtà molto concreta e attuale; anche in questo momento in Trentino si sta discutendo della questione inceneritore. Nelle tante proiezioni che abbiamo fatto e che continuiamo a fare, dopo quattro anni, ci chiedono sempre da che parte stiamo. Noi preferiamo non essere schierati, ma pensiamo anche che sarebbe importante produrre sempre meno immondizie. Lo psicologo in me dice però che la questione è più vasta, che dovremmo affrontare anche i ‘nostri rifiuti’, quelli che non hanno direttamente a che fare con le merci che consumiamo: il rimosso, le parti di noi che non accettiamo.
Dai suoi lavori emerge spesso uno sguardo critico nei confronti di quello che la montagna sta diventando, un luogo sempre più "addomesticato".
È una questione contraddittoria. A me piace uscire dalle strade battute ma se lo fanno tutti non funziona, ovviamente. E del resto, chi stabilisce chi può farlo oppure no? Però al fondo c’è anche l’idea a cui accennavo prima, che per uscire dai luoghi soliti, dai percorsi ‘usurati’, non serve andare in Amazonia, serve semmai cambiare il nostro sguardo. Altrimenti succede che tutta la settimana si lavora e poi la domenica si fugge in montagna alla ricerca della natura selvaggia, della purezza. Ma la purezza non esiste. Forse non è mai esistita.
Fra gli autori che hanno raccontato la montagna (al cinema ma anche con la scrittura, ad esempio), quali sono quelli che preferisce?
Solitamente non leggo i classici sulla montagna. Forse non ho voluto farmi influenzare troppo. Nel campo del cinema sono affezionato a Cecilia Cozza Wolf. Lei cerca di andare a vedere le parti nascoste del Trentino, anche un po’ disturbanti, che contrastano con il Trentino da cartolina, da paesaggio incantato. In generale in questi anni grazie ai festival ho conosciuto molte persone, fra cui ad esempio il colombiano Augusto Sandina, autore di un film affascinante sul rapporto uomo-natura, "A wanishing fog". Un’altra artista che mi ha colpito è Lara Lee che ho incontrato ad un festival in Montenegro dove portava il suo lavoro su Chernobyl. Più in generale amo il cinema di Ferreri, la nouvelle vague francese...
Nella serra tropicale del Muse ha realizzato una performance con Giulio Boccardi. Come si è svolta e qual era l’obiettivo?
Era un progetto nato da una masterclass con una critica newyorkese molto famosa. L’approfondimento consisteva nel raccontare l’antropocene attraverso l’arte. L’esperienza mi ha consentito fra l’altro di stare ‘dietro le quinte’ del Muse, anche la notte, per preparare il lavoro, quindi di conoscere i tecnici che gestiscono quello spazio, danno da mangiare agli animali, curano le piante. Boccardi poi, come un Adamo moderno, si è sistemato 24 ore nella serra, uno spazio che ricorda l’Eden ma che è ovviamente artificiale. È diventato una specie vivente fra le tante. I visitatori potevano dargli da mangiare, una situazione simile un po’ a quella degli zoo dell’800, dove venivano esposti anche degli esemplari umani. Con le persone che hanno collaborato con noi stiamo continuando a portare avanti progetti di contaminazione fra arte, cinema e psicologia.
Veniamo appunto alla psicologia. Lei lavora molto con i giovani. A me spaventano sempre i discorsi "generalisti" sui giovani o sui trend generazionali (generazione X, generazione Z ecc.). Però, mi sento anche in dovere di chiederle se ci sono delle tendenze che vede emergere più di altre.
È una domanda molto difficile. Ma se devo stare al gioco posso dire che vedo innanzitutto degli adulti che guardano con paura o preoccupazione al mondo giovanile, al suo rapporto con la tecnologia: la gestione del cellulare, dell’intelligenza artificiale… Mentre in realtà a me sembra che i giovani siano preparati a gestirlo. Ovvio, forse le persone oggi stanno meno in strada, ma molti giovani hanno voglia di riempire l’enorme spazio vuoto che si apre oltre la tecnologia. Poi in realtà anche la distinzione fra reale e virtuale non è poi così netta.
Si occupa anche dei disturbi dell'attenzione negli adulti, un altro tema molto attuale. Che cosa sta succedendo? L’informatica e i social stanno cambiando le nostre funzioni cognitive?
Le persone mi sembra abbiano molto bisogno di essere ricondotte ad una categoria. E questa categoria risulta meno discriminante di altre. A volte viene persino associata ad un valore: Da Vinci soffriva di ADHD? Io faccio anche percorsi di diagnosi e mi rendo conto dell’esistenza di questo bisogno, che essere classificate fa star bene le persone. Però nella terapia dobbiamo sforzarci di andare oltre. Quando incontro persone che dicono di fare fatica a concentrarsi per 10, 12 ore, la provocazione che lancio è: devi concentrarti sul tuo stile di vita. Se devi studiare o lavorare 10 ore al giorno forse c’è qualcosa che non va. Il cervello non può essere visto come un muscolo da allenare per sostenere sforzi sempre maggiori. Quindi diciamo che nell’approccio terapeutico si cerca di guardare a tutti gli aspetti, non di cercare il farmaco miracoloso.
Forse dobbiamo tener conto del senso del limite, per utilizzare un concetto caro anche alla cultura ambientalista?
Certo, ma la pressione è tanta, si deve essere performanti. Non è colpa dell’individuo. L’individuo, tuttavia, deve fare qualche sforzo per cambiare i suoi comportamenti. Vedo persone disperate perché senza rapporti, senza amicizie. Provo a invitarle a cambiare loro per prime, anche nei piccoli momenti della loro esistenza quotidiana.
Cos’è la "montagna terapia"?
È un approccio che nasce da un lavoro fatto con utenti psichiatrici, quindi con problematiche ’importanti’. Si utilizza la passeggiata in montagna come strumento di terapia. Ogni cosa che si fa, anche preparare lo zaino, vestirsi adeguatamente, può essere significativa. Poi c’è l’esperienza dell’escursione vera e propria, che non è una seduta, ovviamente, è itinerante. Consente di far emergere le cose in un arco di tempo più lungo, e in un contesto che, anche per la presenza di diversi volontari, non è quello del rapporto classico paziente-medico. Si esce in maniera più facile dalla dimensione stigmatizzante, che è l’altra faccia della salute mentale. Il mio prossimo documentario, Marsarà, parlerà anche di questo, di una persona che soffre di ecoansia, avendo visto molti paradisi naturali degradarsi, e mette in atto una serie di comportamenti per affrontare le sue paure, confrontandosi al tempo stesso con gli ambienti industriali degradati.












