"È agosto, alta stagione, e in rifugio non si vede anima viva". Per compiacere il bisogno di foto da cartolina si ignorano completamente altre zone?

Qualche giorno fa è arrivata alla Redazione una lettera che racconta l'esperienza sperimentata da un lettore che lavora in un rifugio sull'Appennino Tosco-Emiliano. Riferendosi a fatti vissuti in prima persona, e ragionando sull'overtourism che caratterizza alcune località di montagna, i suoi pensieri si ricollegano ad alcune considerazioni pubblicate a più riprese tra le pagine de L'AltraMontagna, aprendo uno spazio per possibili nuove riflessioni

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Qualche giorno fa è arrivata alla Redazione una lettera che racconta l'esperienza sperimentata da un lettore che lavora in un rifugio sull'Appennino Tosco-Emiliano, alle pendici del monte Acuto. La pubblichiamo di seguito:
Vorrei condividere con voi un aspetto a cui non si pensa direttamente quando si parla di overtourism. Stiamo vedendo in queste settimane un’affluenza incredibile sulle Dolomiti, come è successo sul Seceda o alle Tre Cime. Oltre a tutti i danni che questo fenomeno comporta direttamente nei luoghi interessati c’è n’è un altro che accade come di rimbalzo. L’altra faccia della moneta. Lavoro in un rifugio (il rifugio Città di Sarzana) sull’Appennino Tosco-Emiliano. È agosto, alta stagione, e non si vede anima viva, se non qualche persona di passaggio che si ferma per un caffè. Durante un’intera giornata vediamo, se va bene, una decina di persone, e non è detto che ognuna di queste si fermino al rifugio. Penso questo accada come conseguenza dell’overtourism in altre zone. Per compiacere il bisogno della foto da cartolina, si dimenticano e si ignorano completamente altre zone eccezionalmente belle, pure e naturalisticamente intatte, probabilmente molto di più delle Dolomiti stesse.
Questi pensieri, facendo riferimento a fatti vissuti in prima persona dal nostro lettore, si ricollegano ad alcune considerazioni pubblicate a più riprese tra le pagine de L'AltraMontagna, aprendo uno spazio per possibili nuove riflessioni.
Ai vuoti, troppo vuoti, della bassa stagione o dei luoghi collocati al di fuori delle rotte più battute, si alternano i pieni, troppo pieni, dell’alta stagione e delle località afflitte dall'overtourism. "Un’onda umana che, a forza di infrangersi sui rilievi per poi ritirarsi dopo appena qualche giorno, rischia di eroderli", osservava Pietro Lacasella in QUESTO ARTICOLO.
"In Italia, a montagne considerate di serie A, ricche di infrastrutture e servizi ma spesso afflitte da politiche che tendono a lasciare nel territorio cicatrici indelebili, si alternano montagne considerate di serie B, dimenticate da tutto e da tutti assieme ai loro ormai rari abitanti. Queste ultime vengono da molti percepite come dei luoghi di transizione da attraversare il più rapidamente possibile per raggiungere quella che dalle agenzie turistiche viene presentata come la 'vera montagna'. In realtà questi territori di mezzo hanno tanto da offrire, sia in ottica turistica, ma soprattutto perché consentono di immaginare modelli sociali capaci di dialogare con il territorio senza consumarlo". Così scriveva Pietro Lacasella intervistando Mauro Varotto (qui L'INTERVISTA).
Il geografo, componente del comitato scientifico de L'AltraMontagna, spiegava: "Oggi la “montagna di serie A” è quella turistica, al servizio del divertimento e del tempo libero urbano: è un’idea molto coloniale di montagna, costretta ad inseguire le mode del momento e i gusti del cittadino: deve avere neve anche quando non ce n’è, deve avere i panorami mozzafiato, il foliage con le giuste tonalità, tavole imbandite di prodotti tipici di contrabbando (quasi sempre da filiere industriali riverniciate di tradizionalità), la natura incontaminata sinonimo solo di animali selvatici (che però quando diventano troppo selvatici e quindi pericolosi vanno abbattuti).
La “montagna di serie B” è la montagna senza maiuscola, quella che non aderisce agli stereotipi urbani e non è al servizio solo del turista: è una montagna declinata al plurale, perché ospita e risponde ad esigenze diverse, articolate, non è figlia del pensiero unico, ma del pensiero complesso. E ogni pensiero complesso rifugge dalle semplificazioni, allena alla diversità e alle sue sfumature, impone delle mediazioni: più che una retta (orizzontale o verticale) è una “diagonale” che attraversa la realtà con traiettorie oblique.
Ho dato a questo spazio ideale di mediazione il nome di “montagne di mezzo” proprio per suggerire un’idea di montagna nuova, che possa scrollarsi di dosso l’idea di montagna marginale, perdente, che spesso non è condizione oggettiva, ma destino imposto da modelli esogeni, da una congiuntura e da un pensiero economico dominanti. Questo per dire che le montagne di serie B non devono agognare a diventare montagne di serie A rincorrendo gli attuali modelli di sviluppo turistico concentrato, standardizzato e specializzato ecologicamente insostenibili e culturalmente poveri: devono trovare la loro via, una “terza via” tra l’abbandono e lo sfruttamento. Io credo che negli ultimi anni i segnali in questa direzione si siano moltiplicati: non sono ancora mainstream, certo, ma sono semi destinati nel tempo a germogliare, a crescere, anche grazie a strumenti di comunicazione e riflessione culturale come l’AltraMontagna, che per definizione non potrà mai essere pensiero egemone, semplicemente un’alternativa possibile, e speriamo anche più facilmente praticabile. Se questo pensiero fa breccia nella cultura, può diventare proposta politica".












