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Idee | 14 luglio 2025 | 06:00

Il significato che attribuiamo alle montagne è nato sulle Alpi, ma è ora di guardare all’Appennino con altri occhi

"Le Alpi sono il canone. Forse anche per questo l’Appennino stenta a riconoscere in sé caratteristiche che pure spiccano. Eppure ce ne sarebbero, eccome. A iniziare dai beni intangibili, oggi sempre più preziosi, come la salubrità, lo spazio, il buio, il vasto silenzio rigeneratore sugli immensi altipiani. E poi i paesi arroccati in cima a valli solitarie che stanno rinascendo e che diventano incubatori di una nuova idea di futuro. Oggi è venuta l’ora di guardare all’Appennino con occhi nuovi". Dal libro 'La montagna che vogliamo'

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La manutenzione dei percorsi (quasi sempre opera di volontari), l’ospitalità nei rifugi in quota, il soccorso alpino, un saluto fuggevole sul sentiero. Tutto ciò è parte costituiva del paesaggio culturale della montagna alpina, presidiato da una società civile parecchio più diffusa di quanto i governi nazionali percepiscano.

 

Questa cultura della montagna ha cittadinanza nel Club alpino e nel Club alpino accademico, nelle associazioni di escursionismo, nei numerosi cori alpini (il più famoso è quello trentino della Sat), nei gruppi di lettura e scrittura di montagna (come il Gism), nei festival di cinema (il Trento film festival, nato nel 1952, è il più antico e importante al mondo), nei premi letterari (l’Itas, il Gambrinus), nei musei (a iniziare da quello Nazionale del Cai di Torino). Tutte voci che ci parlano di una certo “spirito della montagna” esteso sulla catena alpina dalle Giulie alle Liguri. Ma che, appena superato il Colle di Cadibona, si trasforma.

 

In Appennino non ci si trova più sulle terre caratterizzate dalla transumanza verticale agli alpeggi, dalle vie ferrate, dalle storiche case-bureau delle guide alpine nel centro dei paesi, bensì sulle terre della pastorizia ovina, del selvatico, delle transumanze orizzontali lungo i tratturi, degli eremi e dei santi, e, sotto gli ottocento metri, della civiltà del castagno…

 

Un mondo prezioso, ma dove lo “spirito della montagna” come lo conosciamo sulle Alpi è parte di un’altra storia. Tanto è vero che non appena una cima o una parete rocciosa spicca sulle altre (come la Nord del Pizzo d’Uccello, la Nord del Camicia), ecco che per descriverla, per nobilitarla al rango di “eccellenza”, le voci locali le associano subito un’analoga delle Alpi: «È verticale come la Sud della Marmolada», «È repulsiva come la Nord dell’Eiger!»… Come se le montagne dovessero essere sempre immaginate da una prospettiva alpicentrica. Se un rifugio è ben gestito: «Sembra un rifugio dell’Alto Adige».

 

Il significato che noi attribuiamo alle montagne è nato sulle Alpi. Le Alpi sono il canone. Persino lo Shivling, in India, viene definito “Il Cervino dell’Himalaya”. Forse anche per questo l’Appennino stenta a riconoscere in sé caratteristiche che pure spiccano. Eppure ce ne sarebbero, eccome. A iniziare dai beni intangibili, oggi sempre più preziosi, come la salubrità, lo spazio, il buio, il vasto silenzio rigeneratore sugli immensi altipiani. E poi i paesi arroccati in cima a valli solitarie che stanno rinascendo e che diventano incubatori di una nuova idea di futuro. Oggi è venuta l’ora di guardare all’Appennino con occhi nuovi.

 

Articolo tratto dal libro La montagna che vogliamo di Marco Albino Ferrari

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