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Idee | 30 settembre 2025 | 06:00

La superficie forestale in Italia sta diminuendo: sbagliato. Se il Monte Grappa un tempo era spellato, oggi è coperto da boschi. Da un confronto fotografico alcuni spunti per leggere paesaggio e società

Non sono in pochi a considerare il ritorno del bosco un bene, nella convinzione che la natura si stia riprendendo spazi a lei sottratti; altri, invece, nell'incremento vedono rischi e percepiscono un crescente senso di asfissia. Ma confrontando il paesaggio del passato con quello odierno si può provare a disegnare, sulle crescenti necessità di equilibrio, una terza via

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Questa fotografia in bianco e nero del Monte Grappa è un documento decisamente significativo, perché mette in risalto una dinamica evidente, ma ancora imperscrutabile per una larga quota sociale: la superficie boscata, a dispetto dell’opinione diffusa, in Italia non sta diminuendo. Al contrario, negli ultimi decenni è aumentata in modo considerevole.

 

La fotografia mostra infatti un Grappa letteralmente spellato, privo di copertura forestale. Ricorda alla lontana il massiccio australiano Uluṟu. Tuttavia, se la foto concedesse i colori, a spiccare non sarebbe il rosso-terra che caratterizza il monte sacro degli aborigeni, ma il verde-pascolo comune a tanti alpeggi alpini (all'epoca, anche senza gli effetti provocati dalla Grande Guerra, assai più estesi).

Oggi, però, il colpo d’occhio è profondamente mutato. Osservando il Grappa dalla Pianura Padana, è facile notare un verde meno omogeneo e più materico, perché puntinato da tante chiome: i pascoli di un tempo, tra rimboschimenti artificiali ed espansione spontanea, sono infatti perforati da un infinito reticolo di radici.

 

Ciò riflette una tendenza nazionale, nella quale non fa eccezione il Veneto da cui si innalza il Grappa: consultando il Rapporto sullo Stato delle Foreste emerge che la superficie boschiva regionale (arbusteti esclusi), dal 1936, è aumentata del 65% circa. Dagli stimati 250.000 ettari del 1936, si è passati, nel 2015, a un’estensione di quasi 420.000 ettari. 160.000 ettari in più i soli ottant’anni.

La ragione, purtroppo, non riflette un’accresciuta sensibilità ecologica, ma il mutamento delle condizioni socio-economiche che ha ridisegnato il territorio con l’abbandono dell’agricoltura e dell’allevamento delle aree pedemontane e montane.

 

Non sono in pochi a considerarlo un bene, nella convinzione che la natura si stia riprendendo spazi a lei sottratti; altri invece nel ritorno del bosco vedono rischi e percepiscono un crescente senso di asfissia.

Ciononostante, per evitare di cadere nella dilagante tentazione di schierarsi in due tifoserie nette e agguerrite, è bene concentrarsi su un altro elemento che la fotografia in bianco e nero è in grado di testimoniare: la presenza non indifferente di alberi in pianura. Un intreccio di filari a inquadrare campi, strade e paesi che oggi, in Veneto, è stato in buona parte soffocato dal cemento e da uno sfruttamento selvaggio del territorio.

 

Negli elementi che caratterizzano un paesaggio si riflette un particolare sistema interpretativo del mondo. Provare a leggerli è un passo importante per imparare a comprendere chi ci ha anticipato, ma anche e soprattutto il nostro presente.

 

Proprio confrontando il paesaggio di allora con quello odierno si può quindi provare a disegnare, sulle crescenti necessità di equilibrio, una terza via. Un equilibrio tra esigenze antropiche e tutela; tra montagne abbandonate e pianure costellate di industrie e agroindustrie; tra intensivo e distensivo.

 

Ma questo ritorno all’equilibrio deve avere come minimo comune denominatore una sterzata culturale capace di arginare quei consumi che superano le nostre effettive esigenze.

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