Le corse in moto o in macchina sui passi montani, oltre a inquinare uno spazio collettivo, mettono in evidenza un problema sociale più ampio

I tornanti che si snodano tra Alpi e Appennini, sono da molti (che non significa "da tutti", al fine di non inciampare nella generalizzazione) percepiti come sezioni di un circuito incorniciato da paesaggi particolarmente suggestivi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Con l'avvicinarsi dell'estate, le strade che si arrampicano sui passi di montagna più ambiti iniziano progressivamente a popolarsi, andando a evidenziare il susseguirsi di pieni e di vuoti umani che caratterizza le principali località turistiche: spettrali nei periodi di bassa stagione, carnevalesche quando l'affluenza antropica tocca il suo apice.
Automobili, corriere, camper, roulotte, biciclette, bus navetta, van, camion e moto. Compressa in uno spazio comune avanza una sorprendente pluralità di veicoli, che non si distinguono solo per dimensioni, design o cilindrata, ma anche per gli obiettivi dei loro conducenti.
C'è chi guarda alle strade con occhio utilitaristico, servendosene esclusivamente per raggiungere un determinato luogo, e chi, invece, le percepisce come il cardine principale della propria esperienza.
Questa varietà di obiettivi dovrebbe invitare al reciproco rispetto, con l'obbiettivo di condividere uno territorio; di riuscire a goderne in modo equo. È un principio fondante di una società civile ed egualitaria a cui bisognerebbe mirare in modo spontaneo, ma che per una serie di ragioni spesso fatichiamo a centrare o, peggio ancora, non vogliamo centrare.
Al fine di comprendere questa dinamica senza uscire dalla carreggiata, è necessario sviluppare una riflessione sui decibel; sul rombo dei motori più performanti.
I tornanti che si snodano tra Alpi e Appennini, sono da molti (tengo a sottolineare "da molti", che non significa "da tutti", al fine di non inciampare nella generalizzazione) percepiti come sezioni di un circuito incorniciato da paesaggi particolarmente suggestivi. Allora giù la visiera del casco integrale, gas aperto e via, a caccia di curve raso asfalto e adrenalina; oppure a braccia alzate sui manubri improbabili dei chopper; o ancora con le mani strette sui volanti avveniristici delle supercar.
Il frastuono dei motori più chiassosi, amplificato dalle valli quasi fossero una casa di risonanza, si dirama in modo capillare tra le montagne e oltre a condizionare negativamente la fauna, oltre a inquinare l'esperienza degli altri turisti, si imprime nelle orecchie di chi le montagne le abita.
Il problema dell'inquinamento acustico pone sotto i riflettori una questione di carattere più ampio che spinge a chiederci fino a che punto, nella nostra società, le passioni (o i capricci) soggettivi potranno continuare a condizionare gli interessi collettivi. Come scrivevamo di recente, è importante rendersi conto che tra i rilievi non siamo mai soli e la nostra libertà è legittima solo quando non va a limitare quella altrui.













