Sul vulcano bambini e adulti vestiti da astronauti, agnelli al guinzaglio e fumogeni abbandonati a terra: quanto ci interessano davvero le mete che visitiamo?

Tra i turisti in visita al geopark Wulanhada, un "museo vulcanico" naturale a cielo aperto, spiccano presenze singolari. Adulti e bambini si aggirano travestiti da astronauti, con un costume noleggiato sul posto. Una donna propone agnellini da tenere al guinzaglio per una passeggiata sulla distesa di pietre laviche. In tanti acquistano fumogeni colorati e, dopo averli usati, li abbandonano dove capita, lasciando una montagna di immondizie sparse a terra. Il tutto dura il tempo di un video o di una foto-ricordo. Osservando la scena, una domanda nasce spontanea: perché?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Qui oltre trenta vulcani si dispongono come una collana di perle nella prateria e il terreno pianeggiante ne mette in evidenza alla perfezione la forma”, scrive il China National Geographic magazine a proposito della zona del vulcano Wulanhada, nella Mongolia interna, nel nord della Cina. Il geoparco si estende per decine di chilometri quadrati, su una superficie in cui coesistono paesaggi diversi e magnifici tra vulcani, formazioni laviche, praterie e laghi. Un breve itinerario pavimentato con una passerella in legno consente di spingersi fino alla bocca di un antico cratere.
Tra i turisti in visita in questo luogo, che è considerato un “museo vulcanico” naturale a cielo aperto, spiccano presenze singolari. Adulti e bambini si aggirano travestiti da astronauti, bardati di tutto punto con un costume noleggiato sul posto. Una signora propone a grandi e piccini agnellini da tenere al guinzaglio per una passeggiata sulla scura distesa di pietre laviche. In tanti acquistano fumogeni colorati e, dopo averli usati, li abbandonano dove capita, lasciando come segno del proprio passaggio una montagna di immondizie sparse a terra.
Il tutto dura il tempo di un video o di una foto-ricordo da scattare come testimonianza di aver messo davvero piede in un luogo così particolare da ricordare Marte, stando a quanto si legge su diversi siti web.
Osservando la scena, una domanda nasce spontanea: perché?
Tralasciando il fatto che sotto quella tuta integrale da astronauta potrebbe nascondersi chiunque… Perché trasformiamo puntualmente lo scenario naturale in un palcoscenico per la nostra personale “messa in scena”? Perché cadiamo nella tentazione di usare il paesaggio come sfondo per i nostri selfie e non come legittimo protagonista?

Per quanto possa essere unico e suggestivo l’ambiente che abbiamo attorno (e tale dovrebbe essere, se ci siamo spinti fin lì) sembra che a chi lo guarda non basti più.
Sentiamo il bisogno di aggiungere un tocco che lo renda ancora più scenografico, un elemento che possa suscitare l’effetto “wow” in chi vedrà le nostre foto o i video con cui torniamo a casa. Avvertiamo il desiderio di truccare la realtà per un istante, senza pensare che quel momento costruito ad arte - catturato da fotografie e video - contribuirà a cristallizzare un immaginario forzato (e spesso ripetitivo), che si discosta dalle caratteristiche reali dei luoghi immortalati. Quale senso può avere tutto questo?

I comportamenti documentati al geopark anche da Giovanni Arena - content creator italiano che sta viaggiando dalla Mongolia a Milano in treno - in un recente reel hanno lasciato interdetti molti utenti. Pensandoci bene, però: ciò che fanno i turisti lì è poi molto diverso da chi dopo aver raggiunto un punto panoramico sulle Dolomiti sente il bisogno di cambiarsi d’abito e indossare un vestito svolazzante, un cappello di paglia o una salopette finto-tirolese con inevitabili effetti caricaturali? Una differenza che (per ora) intravediamo è che ai piedi dei vulcani cinesi il travisamento della realtà è ufficializzato in pianta stabile da chi allestisce postazioni per noleggiare costumi di scena, fumogeni e bestiole.
Tuttavia anche sulle Alpi non mancano situazioni che, per certi aspetti, si potrebbero accostare. Nei pressi del rifugio Auronzo, ad esempio, un punto che offre una veduta ormai iconica sui Cadini di Misurina è diventato famoso come “Mordor”: un toponimo chiaramente inventato, che fa riferimento alla saga de Il Signore degli Anelli e con questo epiteto, più che con i riferimenti al sentiero Bonacossa che passa per di lì, l’ha consegnato all’immaginario di instagram. Con tutte le problematiche del caso (come le persone spaesate che si avventurano in zona, senza sapere come fare a raggiungerlo e senza trovarlo sulle mappe escursionistiche).

Parlando di un luogo con caratteristiche particolarmente suggestive, spesso con stupore e ammirazione, viene da attribuirlo a “un altro pianeta”, come se quello su cui viviamo non possa contenere tanta varietà e bellezza. E quante volte anziché descrivere le caratteristiche di una località, la rappresentiamo come qualcos’altro? "Le Maldive della val tal dei tali", "il Cervino dell'Appennino" o "il Cervino delle Dolomiti"…
Questo tipo di narrazione, anziché riconoscere e dare dignità ai singoli luoghi, sembra piuttosto far scattare un meccanismo che, in modo inconsapevole, ci porta a prendere le distanze da essi: l’ambiente che ci circonda non sembra far parte del “nostro mondo”, non abbiamo gli elementi per comprenderlo e quindi - ed è qui che il terreno si fa insidioso - per prendercene cura.
Tornando al Wulanhada, probabilmente qualcuno potrebbe obiettare che la faccenda non ci riguarda o che l’approccio alle attrattive outdoor da parte degli orientali è “semplicemente” diverso dal nostro.
Ma c’è un’altra questione che invita a riflettere: cosa succede quando quel modo di intendere il turismo viene esportato in altri luoghi, magari tra le Alpi? Si tratta di immaginari da rispecchiare, ideali da soddisfare, aspettative da non deludere.

Come riporta ilNordest facendo riferimento ai dati diffusi dalla Regione Veneto, le Dolomiti bellunesi stanno assistendo a un vero e proprio "boom di turisti cinesi: da giugno a settembre sono stimate 4 mila presenze. Mai successo prima, in questo arco di tempo". Non è semplice rintracciare le leve che spingono tali dinamiche: le strategie turistiche che puntano su determinati mercati, l'intramontabile passaparola, "ma anche il detonatore dei giovani influencer cinesi, che si sono innamorati delle Dolomiti e le stanno pubblicizzando a spron battuto", rileva l'articolo.
Se un vulcano può diventare Marte e i turisti improbabili astronauti, viene da pensare: serve proprio raggiungere un determinato luogo o basterebbe un telo green screen dove scattare la foto perfetta per un fotomontaggio, come nelle attrazioni turistiche di città? Quanto ci interessano davvero le mete che visitiamo?













