Contenuto sponsorizzato
Storia | 30 giugno 2025 | 18:30

Da pianta "alla moda" nel '700 a specie invasiva, dannosa e diffusissima. Storia e identikit dell'ailanto. Il botanico Bertolli: "Con la crisi climatica si è pure alzato di quota"

È una specie aliena e invasiva diffusa tanto in Italia quanto nel resto del mondo, tanto che l'Unione europea chiede di contenere l'espansione di questa pianta che comporta danni notevoli. In Trentino, per esempio, la sua capacità di crescita è notevole su ex coltivi, prati abbandonati, terreni disturbati lasciati a libera evoluzione, prati aridi e cedui

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

È quasi impossibile liberarsi di questa pianta che è fortemente invasiva, adattabile, rischia di far sparire parte della flora autoctona, in particolare perché si diffonde, "ruba il sole", e modifica il paesaggio. Si trova a suo agio nelle aree in abbandono e resiste anche alla lotta chimica. Un problema di non semplice risoluzione, amplificato dalla crisi climatica che sposta sempre più in alto la quota di presenza dell'albero. Apprezzato e lasciato proliferare per decenni, ora si cerca (con estrema difficoltà) di eradicarlo. Ecco un identikit dell'ailanto che si nota relativamente poco, ma che si trova ormai ovunque.

 

"È un albero caducifoglio che può raggiungere i 20 metri di altezza, con portamento ombrelliforme e corteccia liscia e grigia", informa Alessio Bertolli, vice direttore e botanico della Fondazione Museo Civico di Rovereto. "Le foglie sono imparipennate con i singoli segmenti di forma lanceolata e asimmetrici alla base, fittamente ricoperte di ghiandole, così come i giovani rami, che producono un caratteristico fetore. I fiori verdastri sono riuniti in pannocchie di 10-20 centimetri e danno luogo ai frutti a samara dal colore rossastro, lanceolati e con il seme al centro".

 

Ogni pianta produce una quantità straordinaria di semi che vengono trasportati soprattutto dal vento. "Per aumentare il successo riproduttivo la pianta disperde i semi su un periodo di diversi mesi", aggiunge Bertolli. "La specie è anche in grado di produrre polloni radicali fino a 15 metri dal fusto principale. La pianta si riproduce anche per talea dai polloni basali, dai rami o dalle radici. La produzione dei polloni radicali è stimolata dal taglio del fusto principale o dalla rottura delle radici".

 

Perché è dannosa? "È una specie che tende a formare popolamenti monospecifici in grado di produrre un forte ombreggiamento a discapito delle specie autoctone", evidenzia Bertolli. "Questo determina un forte decremento delle comunità preesistenti e della biodiversità, oltre all'alterazione della struttura e della funzione degli ecosistemi e a destabilizzare i suoli e le masse rocciose modificando la fisionomia paesaggio. La sua diffusione, che riguarda soprattutto i margini boscati dalla fascia planiziale a quella pedemontana, risulta particolarmente avvantaggiata dal disturbo antropico ed in particolare dal rimaneggiamento del suolo. In aggiunta si tratta si una specie tossica allergenica in grado di provocare forti irritazioni cutanee".

 

La forte capacità dell'ailanto di riprodursi vegetativamente comporta la necessità di monitorare, dopo l'abbattimento, la crescita di polloni. "Un decespugliamento ripetuto più volte nel corso della stagione vegetativa ai danni dei polloni emergenti dalle ceppaie o dai rizomi può essere efficace per estinguere la capacità di rigetto dei rizomi stessi. Ma la pianta resiste bene agli erbicidi, che risultano quindi scarsamente efficaci. Le azioni di contenimento andrebbero concentrate anzitutto lungo i bordi di canali, strade e lungo le massicciate ferroviarie in quanto la specie, possedendo un apparato radicale particolarmente sviluppato, può seriamente danneggiare marciapiedi, carreggiate, strutture sotterranee e così via".

 

L'ailanto è una specie aliena e invasiva diffusa tanto in Italia quanto nel resto del mondo, tanto che l'Unione europea chiede di contenere l'espansione di questa pianta che comporta danni notevoli. In Trentino, per esempio, la sua capacità di crescita è notevole su ex coltivi, prati abbandonati, terreni disturbati lasciati a libera evoluzione, prati aridi e cedui (robinieti). 

 

"Il botanico Barone Francesco von Hausmann nel 1851 riporta che già 18 anni prima a Trento si trovavano in coltivazione alberi adulti e osservava quanto fosse difficile la loro estirpazione mentre Murr (1900) riferisce che nei dintorni del capoluogo veniva piantato dai forestali per proteggere versanti aridi franosi e che allora era già inselvatichito in varie zone".

 

L'ailanto è originario del Vietnam e della Cina. Arrivata in Europa, la pianta è piaciuta e lasciata diffondersi senza disturbo e, anzi, introdotti come alberi ornamentali nel '700, una moda perché proveniente dall'Oriente e ribattezzati "alberi del paradiso". "Si diffonde facilmente perché gli alberi adulti sono abbondantemente fruttificanti. In Trentino colonizza zone antropizzate calde (in genere sotto i 1000 metri), appezzamenti agricoli abbandonati, prati aridi, aree cespugliate, cedui o pinete trattati con taglio raso, margine di colture permanenti, scarpate di strade, zone ruderali, corsi d'acqua".

 

In alcuni settori della provincia di Trento si assiste a "un incremento di un lepidottero, anch’esso asiatico (Bombice dell'ailanto), che limita in parte l’espansione della pianta. Con il cambiamento climatico la sua quota di crescita invece si alza: gli ultimi rilevamenti da parte dei botanici della Fondazione Museo Civico di Rovereto collocano la sua presenza fino a oltre 1.300 metri", conclude Bertolli.

 

Scheda botanica

Nome scientifico: Ailanthus altissima (Mill.) Swingle

Famiglia: Simaroubaceae

Nome italiano: Ailanto; Albero del Paradiso

Status in Trentino: Invasiva

Provenienza: Asia orientale (Cina temperata)

Fioritura: Giugno-luglio

Contenuto sponsorizzato