Fu un'impresa titanica: per trasportare l'"Ippopotamo" a oltre 3000 metri ci vollero tre mesi e centinaia di uomini. La storia di un cannone della Guerra di Libia che fu portato in cima all’Adamello

Pesava sei tonnellate, ci vollero tre mesi e centinaia di uomini per trainarlo su slitte di legno, d’inverno e durante la notte. Il 27 aprile 1916 giunse finalmente ai 3236 metri del Passo del Venerocolo. A distanza di un anno, nel 1917, dovette essere trasferito a cinque chilometri di distanza fino alla Cresta della Croce. Da allora non ha mai abbandonato la sua posizione, neanche dopo la fine della guerra, e tutt’oggi rimane a sentinella delle montagne, affacciato sul ghiacciaio che arretra

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Durante la Prima Guerra Mondiale, un'intera divisione alpina di circa duecento uomini, mente le altre affrontavano il nemico in campo aperto, issava un cannone di sei tonnellate per un dislivello di quasi duemila metri. A ricordo delle loro fatiche, quel pezzo d'artiglieria, soprannominato "Ippopotamo" per il suo peso, rimane a sorvegliare tutt'oggi quello che fu un tempo il fronte bellico dell'Adamello.
Il 21 marzo scorso, un articolo apparso su L’Altramontagna del glaciologo Giovanni Baccolo, raccontava di una spedizione proprio alla ricerca della storia del ghiacciaio dell’Adamello, per l’esattezza duecentoventunometri di storia cristallizzata in una carota di ghiaccio. La scoperta forse più sconcertante della spedizione, cui aveva partecipato lo stesso Baccolo nel 2021, era stata ciò che del passato veniva a mancare: il ghiaccio dei quarant’anni precedenti si era completamente fuso.
Dal Pian di neve - la parte pianeggiante del ghiacciaio dove è stato effettuato il carotaggio - l’autore raccontava la vista che si apriva tutt’intorno. "A destra l’Adamello, ammantato da una coltre glaciale che pare un’onda bloccata dal gelo e che sfiora la massima elevazione della cima. A sinistra Cresta Croce che invece è il culmine di una spina di granito che emerge dal ghiaccio e arriva fino alla vetta". Proprio qui, ricorda l’autore, da oltre cent’anni riposa "Ippopotamo", un enorme cannone della Prima Guerra Mondiale, trasportato lassù dalla fanteria alpina, ad oltre tremila metri, per ottenere una posizione di fuoco vantaggiosa sulla linea del fronte.
Trattasi di un modello Ansaldo 149/G (o 149/23) in ghisa, con un calibro di 149 mm e dal peso di sei tonnellate. Costruito nel 1896 a Torino, era stato impiegato precedentemente, nel 1911-12, nella Guerra di Libia. Ormai un veterano insomma, che fu scelto per quell’impresa alpinistica proprio in virtù della sua età. La bocca di fuoco era già molto usurata: se fosse andato perduto non sarebbe stata una grave perdita.

Dopo alcuni sopralluoghi in zona, venne scelta la località più adatta ad ospitare l’arma: il Passo del Venerocolo, a 3236m. Il fronte si era da poco spostato verso l'Adamello e il Passo del Tonale. Quando la guerra si trasferì alle alte quote, in effetti, disporre di un cannone di quel calibro, con una simile gittata e in posizione tanto elevata, era un vantaggio assolutamente significativo per le sorti della "guerra bianca".
Fino ad allora, però, mai un cannone di simili dimensioni era stato portato a quelle quote. Già con l’artiglieria di dimensioni ridotte, smontabile e trasportabile pezzo per pezzo, era complesso trasportarla in un territorio tanto ostile. Si sarebbe trattato di un tentativo del tutto nuovo; ciò nonostante, l’alto comando della 5° Divisione Alpina decise di azzardare l’impresa.

Il mattino del 9 Febbraio del 1916, il 149/G arrivò a Temù dalla stazione ferroviaria di Edolo. Sempre trainato via strada, entro sera fu a malga Caldea, a 1580 metri in Val D'Avio, dove terminava la strada carrozzabile. Da qui in avanti ci vollero oltre duecento artiglieri per trainare sulla neve il cannone, sopra slitte costruite in legno appositamente. Per farlo, l'arma fu smontata in tre parti: la canna pesava da sola oltre tre tonnellate.
Ci vollero quasi tre mesi, dal 9 febbraio al 27 aprile. Fu un’impresa titanica. Il trasporto avveniva solo di notte per evitare la ricognizione aerea nemica. Durante il tragitto il cannone fu addirittura sepolto da una valanga. Ci vollero giorni per liberarlo, ma il 17 aprile il cannone riuscì a raggiungere il Rifugio Garibaldi a 2535 metri di quota.

Dieci giorni dopo, il cannone arrivò finalmente al Venerecolo. A quel punto aveva ormai un nuovo soprannome, affibiatogli dagli alpini lungo il tragitto. Il mattino del 29 Aprile 1916, "Ippopotamo" sparò la sua prima granata contro gli austroungarici, appoggiando il vittorioso attacco degli Alpini contro il Crozzon di Folgorida.
L’impegno bellico del vecchio cannone però non si fermò qui, né il suo peregrinare. Un anno dopo, quando si progettò l'attacco per la conquista del Corno di Cavento, ci fu il bisogno di cambiare il posizionamento dell’arma per ottenerne una maggiore efficacia di fuoco. Dovette percorrere cinque chilometri per raggiungere la nuova postazione, ad accompagnarlo centinaia tra artiglieri ed alpini, fino ad una selletta in prossimità di Cresta della Croce a 3276 metri di quota.
"Ippopotamo" si insignì di ulteriori meriti di guerra in quegli ultimi mesi. Una volta terminato il conflitto, inadatto ad un mondo in pace, il cannone decise di rimanere lì per sempre, di vedetta tra le cime innevate dell’Adamello.

Dopo l’armistizio il cannone è stato donato al Cai, diventando un monumento alla "Guerra bianca" combattutasi su quelle montagne. Restaurato più volte dai volontari alpini, avrà salutato con orgoglio quei glaciologi che nel 2021 si avventurarono lì sul ghiacciaio, come toccò a lui un tempo. Si potrebbe pensare, con i suoi 125 anni e le sue sei tonnellate di ghisa, che abbia guardato con scetticismo il loro modo così delicato di calcare il piede sul ghiaccio. Eppure il Pian di Neve l’ha visto fondersi giorno per giorno ormai da quarant’anni, e c’è da credere che ne abbia intuito lui stesso la fragilità.
Immagine in apertura di Cantina Bignotti - www.cultivardellevolte.it













