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Storia | 02 aprile 2025 | 12:00

Fuggì dai fascisti per due volte. Al terzo arresto venne condannato a morte: aveva solo 19 anni. Storia del partigiano Giacomo Ulivi

Originario di Parma, venne fucilato in piazza Grande a Modena il 10 novembre 1944. La sua ultima lettera è una delle più toccanti testimonianze di chi si impegnò nella lotta per la libertà: "Non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere"

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«Dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami il flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall'industria ai campi di grano. Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi».

 

Quelle proposte sono alcune righe dell’ultima lettera di Giacomo Ulivi. È la parte iniziale di un testo estremamente intenso, scritto da un ragazzo di 19 anni che è già un uomo. Il suo nome è uno dei tanti caduti della Resistenza italiana ed europea le cui ultime lettere sono state raccolte e pubblicate da Einaudi a partire dai primi anni Cinquanta; oggi sono consultabili online al sito www.ultimelettere.it

 

Nato il 29 ottobre 1925 in una frazione di Parma, Giacomo trascorre i primi anni a Roma e poi a Bruxelles, dove il padre lavora. In seguito rientra con la madre a Parma, dove compie gli studi: prima le elementari, poi il ginnasio, quindi il liceo,dove ha come insegnante Attilio Bertolucci. Studente brillante, si diploma nel 1942, con un anno di anticipo, e si iscrive all’Università, dapprima alla facoltà di Medicina, quindi a Legge.


Giacomo Ulivi

È in questo periodo che il giovanissimo Giacomo matura la propria scelta antifascista. Dopo l’8 settembre entra nella Resistenza: è intelligente, abile, motivato. E così non tarda a ricevere i primi incarichi: nel febbraio 1944 ha il compito di tenere i collegamenti tra il C.L.N. di Parma e quello di Carrara; nel frattempo recupera armi, cibo e vestiario per i partigiani dell’Appennino e indirizza altri giovani alla macchia

 

Viene catturato la prima volta l’11 marzo 1944. Prelevato dai fascisti in casa sua, è portato in caserma, ma riesce a fuggire e si trasferisce a Modena, vivendo in clandestinità e riprendendo l’attività partigiana con incarichi di collegamento e di propaganda. I fascisti arrestano allora la madre, che viene sottoposta a interrogatori e minacce. Nonostante ciò, Giacomo continua la sua attività.

 

“Lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di ‘quiete’, anche se laboriosa è il segno dell'errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un'opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent'anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della ‘sporcizia’ della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di ‘specialisti’”.

 

Arrestato una seconda volta a Modena, riesce ancora a fuggire. È in questo periodo che scrive la sua Lettera agli amici, un testo che rivela una maturità e una capacità di riflessione fuori dal comune. Ma che, soprattutto, spiega le ragioni che spinsero Giacomo e tantissimi altri suoi coetanei, uomini e donne, a impegnarsi nella Resistenza contro il nazifascismo.

 

“Ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente. Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più ‘roseo’, io credo: Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale; la mentalità di molti di noi. Credetemi, la ‘cosa pubblica’ è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota, come ‘patriottismo’ o amore per la madre in lacrime e in catene vi chiama, visioni barocche, anche se lievito meraviglioso di altre generazioni”.

 

Il 30 ottobre 1944, all’uscita dell’Accademia Militare, Giacomo è arrestato per la terza volta da militi della brigata nera. Torturato, non rivela informazioni. Il 9 novembre, in seguito all’occupazione partigiana di Soliera, avvenuta sei giorni prima, è condannato a morte assieme ad Alfonso Piazza ed Emilio Po.

 

“Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere! Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? Bisognerà fare molto”.

 

Giacomo Ulivi viene fucilato il 10 novembre 1944, alle ore 10:00, in piazza Grande a Modena, a due passi dall’antico Duomo romanico, a poche decine di metri dalla torre della Ghirlandina, dalla quale sei anni prima, il 29 novembre 1938, si era gettato, quale forma estrema di protesta contro le leggi razziste antiebraiche del fascismo, l’editore Angelo Fortunato Formiggini


Angelo Fortunato Formiggini negli anni Venti

“Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.

Oggi bisogna combattere contro l'oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi”.


La lapide che ricorda i tre partigiani in piazza Grande a Modena - foto dell'autore

Una lapide, posta nel 1948, ricorda oggi Giacomo Ulivi, medaglia d'argento al Valor Militare, Alfonso Piazza ed Emilio Po, medaglia d'oro al Valor Militare, nel luogo dell’esecuzione. Per vederla bisogna alzare la testa e guardare in su. E se anche la maggior parte dei turisti vi passa accanto distratta, essa rimane. Come le azioni di Giacomo, la sua breve vita, la sua scelta. E come la sua lettera, che, dopo le scuse per i pensieri scritti un po’ confusamente, termina con un augurio di buon lavoro per un impegno che oggi sentiamo più necessario che mai.

 

Articolo a cura di Michele Santuliana

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Liberazione 80: storie di montagna

"Liberazione80: storie di montagna" è una rassegna multidisciplinare che ripercorre, nell'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, la Resistenza veneta ed italiana. Viste le complessità geopolitiche e la rinascita dei totalitarismi che segnano questo periodo storico, legare la lotta della Liberazione a un movimento vivo può ispirare le lotte per la libertà e la giustizia anche nel presente

 

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