"Passava per le vie del paese con le carcasse legate alla bicicletta, gli abitanti lo accoglievano con grida di giubilo". Il mestiere di luparo: immagine del conflitto tra uomo e lupo dal Medioevo al secondo Dopoguerra

Per comprendere la portata della svolta ecologista degli anni Settanta e l'attuale rapporto con il lupo, è indispensabile ricostruire la cornice socioculturale in cui l'animale veniva inserito nel passato. Il conflitto ha infatti radici antiche e una storia più lunga rispetto a quella della recente protezione. Definirne i confini può essere utile a storicizzare questa memoria collettiva, ancora presente e diffusa, e a favorire un dialogo consapevole. Quando è iniziata la caccia alla "bestia antropofaga"? Come funzionava? Che cosa ne rimane?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“I lupi, insieme ad altre categorie animali, sono stati considerati 'nocivi' dalla legislazione italiana fino agli anni Settanta. Essere considerato animale nocivo, dal punto di vista legislativo, vuol dire poter essere abbattuti sempre e comunque, con qualsiasi mezzo, senza chiedere autorizzazioni. Non solo, in quegli anni era lo Stato italiano a distribuire stricnina per fare i bocconi avvelenati”.
Questa premessa è necessaria per costruire un quadro delle forme di convivenza tra uomo e lupo nel secolo scorso e in quelli precedenti. A fornircela è Luca Giunti, guardiaparco per l’Ente di gestione delle aree protette delle Alpi Cozie, giornalista e fotografo; nel 2021 ha pubblicato il libro Le conseguenze del ritorno. Storie, ricerche, pericoli e immaginario del lupo in Italia. In quest’articolo, l’esperto ci accompagnerà in un excursus storico a ritroso, che intende partire dalle prime leggi di tutela per ricostruire la storia dei nostri rapporti con l'animale, con particolare attenzione al Ventesimo secolo.
Oggi mettere bocconi avvelenati non si usa più, e anzi, chi lo fa compie un reato molto grave. Questo forse può dare l’idea del cambio di paradigma che c’è stato circa sessant’anni fa. A trasformare il contesto è stata infatti una sensibilità formalizzata in legge tra l’inizio degli anni Settanta e la Convenzione di Berna (1979); poi confluita nella legge 157 del 1992, che usiamo ancora oggi.

“Fino a pochi anni prima, la fauna era considerata ‘res nullius’, proprietà di nessuno; se si esclude quella che era dentro le riserve. Con la legge del ’92, la fauna è diventata, come categoria legale, legislativa e giuridica, ‘patrimonio indisponibile dello Stato’. L’animale selvatico, insomma, da proprietà di nessuno è diventato di proprietà dello Stato”. Da questo discendono una serie di cose piuttosto significative, ricorda Giunti: “Banalmente, se tu vuoi andare a caccia, devi avere una licenza: lo Stato che detiene la proprietà del patrimonio indisponibile, a determinate condizioni te lo mette a disposizione e solo così ne puoi usufruire”.

Com’è naturale, l’aspetto normativo si può adattare a un mutamento della nostra sensibilità. Per spiegarla con un concetto di Peter Singer - filosofo centrale per la riflessione etica degli anni Settanta e considerato il padre dell’animalismo moderno - il nostro progresso morale, funzionando come un ‘cerchio in espansione’, è arrivato ad inglobare la fauna, selvatica ma anche domestica, in un modo del tutto nuovo, sfidando le convenzioni fino ad allora vigenti.
In quegli anni, il lupo in Italia era quasi estinto, se ne contavano circa un centinaio di esemplari, localizzati esclusivamente nel centro-sud. Questo capovolgimento di prospettiva, intrecciato ad altre concause come la riforestazione delle campagne, è uno degli aspetti che hanno favorito il ripopolamento del lupo nel nostro Paese, fino ai numeri odierni.
Per capire l’entità di questa rivoluzione, però, bisogna tenere presente l’origine del precedente paradigma, le cui radici risalgono almeno all’età carolingia.

“La caccia al lupo venne istituzionalizzata in Francia da Carlo Magno, nel 813, con la creazione della louveterie, un corpo di cacciatori specializzato nella loro eliminazione”. Questa usanza, abolita nel 1789 con la Rivoluzione francese, e ripresa poco dopo, nel 1814, arrivò fino alle soglie del secolo scorso. Di questa ‘milizia’ facevano parte dei soldati di ventura che, periodicamente, si offrivano di eliminare i lupi nelle zone in cui si manifestavano più evidentemente.
La permanenza di un corpo specializzato nell’abbattimento del lupo per così tanti secoli, dovrebbe dirci qualcosa sulla forza del significato simbolico, negativo fino all’antonomasia, di cui il lupo è stato investito a partire dal Medioevo. A raccontarlo con una documentazione eccezionalmente vasta è Gherardo Ortalli, nel suo libro Lupi genti culture. Uomo e Ambiente nel Medioevo.
Similmente, anche nella storia d'Italia, per molto tempo i vari ducati, repubbliche e regni della penisola hanno mantenuto un sistema di taglie sulla base dell’esemplare cacciato (una femmina gravida, ad esempio, aveva maggior valore). Tali sistemi permasero anche dopo l’Unità. Ogni tanto chi riusciva ad ammazzare un lupo provava a farlo diventare un'occasione: vuoi di rimborso economico, vuoi di riscatto sociale e qualcuno, spostandosi da un paese all’altro, ne fece un mestiere più o meno stabile. Tutto ciò almeno fino agli anni Sessanta dello scorso secolo.

“Era un tempo in cui il rapporto con la fauna selvatica, ma per certi versi anche quella domestica, era radicalmente diverso rispetto a quello che abbiamo oggi con gli animali. Indipendentemente dalla forma di legge, un contadino nella sua aia che si trovasse ad avere una volpe, una faina o una poiana, non stava tanto a pensarci, la tirava giù con un colpo, un'accettata o una fucilata. Non era neanche da vantarsene. Era normale gestione del rapporto con il mondo selvatico naturale. I lupari si inseriscono in questo contesto”.
Tra le cronache del nostro Paese sono numerose le storie dei ‘lupari’, le quali rimangono tutt’oggi pertinenza soprattutto della tradizione orale. Poco tempo fa, in un paesino dell’Altopiano di Leonessa, in Appennino Centrale, sentivo raccontare la storia di un famoso cacciatore di lupi, “l’ultimo dei lupari”, tale Eufranio Chiaretti. Secondo la voce di amici - che, con tutta probabilità, l’avevano sentita dai propri genitori - la storia raccontava di "un uomo che, tra il dopoguerra e gli anni Settanta, si vedeva passare per le vie del paese con le carcasse dei lupi legate al telaio della bicicletta, mentre tutt’attorno gli abitanti lo accoglievano con grida di giubilo e doni per il servizio reso alla comunità”.

“Si andava dal sovrintendente di giustizia e ci si faceva pagare la taglia che lui aveva messo sui lupi. Quando gli si portava il lupo, però, questi chiedeva la coda, la testa, la zampa o tutta la carcassa, cosicché il luparo non potesse farsi pagare la tassa anche altrove per lo stesso esemplare. Prima di andare dal sovrintendente, allora, per qualche giorno egli girava per le strade del paese, esponendo la carcassa di questo ‘pericolosissimo mostro’. In questo modo, da un lato, il luparo cercava il riconoscimento sociale che gli spettava per aver tolto un pericolo ai bambini che portano le greggi al pascolo; dall'altro, se non qualche moneta, guadagnava almeno un pollo, magari una vecchia giacca o un piatto di minestra da mangiare”.
Oggi si parla molto, in seguito al declassamento dello status di tutela, della maggiore facilità con cui questi animali verrebbero abbattuti. Tuttavia, la discussione rimane spesso molto astratta sulle modalità di abbattimento e l’immagine condivisa ricade spesso in un colpo di fucile; ciò accade a maggior ragione se si parla di forme di abbattimento più antiche.

In realtà, ci spiega Luca Giunti, nella storia dell’abbattimento del lupo il fucile è stato adottato soltanto come ultima soluzione: “Prevalentemente, montanari e contadini, conoscendo bene il loro territorio, scoprivano le tane e a maggio andavano nelle tane delle lupe, gli toglievano i cuccioli e li buttavano giù dai dirupi. Questo è stato lo schema principale usato nel corso dei secoli. Talvolta, nelle zone dove facevano più danni o vicino alle città, si preparavano delle tagliole o delle buche a caduta con dentro un capretto sacrificabile e delle lame alla base. Tutto questo è documentato persino nell'Encyclopedie di Diderot e D’Alambert, il massimo monumento letterario all'illuminismo e alla razionalità, testimone dell'ingresso nella scienza del mondo occidentale”.
Un altro approccio diffuso, come già anticipavamo, è stato quello dei bocconi avvelenati. Ancora oggi in uso, questo sistema ha cambiato notevolmente schema.
“Negli ultimi anni i bocconi avvelenati si fanno con sostanze chimiche; per secoli tuttavia sono stati fatti con un lichene, letharia vulpina, il quale produce una tossina che, se inserita nel circuito sanguigno, porta alla morte. Perché entrasse nel circuito sanguigno, si usava ricoprire un boccone di carne pieno di questo lichene con della polvere di vetro o della segatura di ferro, e lo si spalmava in giro. Una volta inghiottito dall’animale, la polvere di vetro o la limatura di ferro graffiava le pareti dell'esofago, della trachea e dello stomaco, ed in questo modo la tossina poteva entrare in circuito del sangue”.

Da allora la sensibilità è senz’altro mutata, e lo stomaco di molti si stringe un po' di fronte a certe foto d'archivio, ma al contempo è ancora facile rilevare una certa attenzione sociale per le storie dei cacciatori di lupi. Dopotutto, le favole con cui anche oggi si addormentano i bambini, sono spesso imbevute di questa eredità culturale.
Quella del rapporto tra uomo e lupo è una storia lunga e conflittuale, ma soprattutto è una storia fortemente condizionata dall’immaginario e dalle stratificazioni simboliche che nel tempo sono state conferite a questo animale.
In un noto articolo del 1924, firmato dal celebre naturalista Giovanni Altobello per la rivista del Touring Club Italiano, intessere la divulgazione scientifica di motti latini (“homo homini lupus”) e detti popolari (“il lupo perde il pelo ma non il vizio”) era la naturale espressione di un pensiero che da essi traeva concretezza. Cent’anni dopo, nonostante la divulgazione scientifica sia stata in larga parte epurata da questi stereotipi, l’animale non smette di pizzicare le corde dell'inconscio collettivo. Conoscere l’origine del simbolo, allora, è la premessa necessaria per la sua decostruzione.













